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Archivio categorie: Teatro

Varietà, sketch, divertimento sono le parole chiave dello spettacolo Ridere a colori, diretto e interpretato dalla compagnia torinese Volti Anonimi e andato in scena nel conosciutissimo Teatro Ariston di Sanremo (Im) domenica 9 giugno.

Un vero e proprio evento di solidarietà, visto l’intento benefico organizzato da Teatro Eventi, ma allo stesso tempo un’occasione per divertire il pubblico mediante un susseguirsi di scene esilaranti interpretate impeccabilmente dalla compagnia.

A far da protagonisti, per citarne solo alcuni, sono una Signora delle Camelie “sputacchiante”, l’indimenticabile coppia Sandra-Raimondo, l’equivoco “micina” ripreso dal Drive In degli anni Novanta, un “tragicomico burlesque”, un divertente cinema muto.

Ridere nel vero senso del termine come attesta la comicità intrisa in uno spettacolo che unisce dunque momenti del varietà tutto all’italiana a celebri nomi del cinema e della musica internazionale.

A colori perché stravagante, eccentrico, unico nella sua originalità e perciò brillante, appunto colorato di mille sfumature che spaziano dall’ironia propriamente nostrana alla tradizione teatrale, musicale e cinematografica.

Un mix ben riuscito dal quale viene fuori uno studio dettagliato sulla commedia all’italiana e un’interpretazione assolutamente degna di nota.

Maria Pettinato

Una voce narrante, una chitarra, la musica e le parole di John Lennon. Un’atmosfera laboriosa, peculiare direte voi e a renderla ancora più preziosa ci ha pensato la suggestiva cornice del Teatro Salvini di Pieve di Teco (Im), che con i suoi palchetti e le sue novantanove poltrone rende la teatralità un momento di unione, oltre che di arte.

È la bresciana Compagnia Sergio Isonni a presentarci John Lennon, punto e… a capo, un reading biografico nato dall’idea di Giò Veneziani, scritto e diretto dal regista Matteo Treccani e interpretato da Sergio Isonni e Salvatore Rinaldi.

Punto e… a capo come rinascere, ricominciare, non avere paura. Punto e… a capo come la vita di Lennon che è stata molteplice perché ha unito tante di quelle emozioni, avventure, esperienze che tutte insieme non ne fanno una di esistenza.

La morte della madre, i matrimoni e i divorzi, la nascita e la fine dell’era Beatles, la critica, l’amore – quello vero – per Yōko Ono, i figli, la droga, la voglia di cambiare il mondo, l’impegno pacifista e poi le decise cinque pallottole che lo hanno ucciso nel 1980.

Tante vite vissute intensamente, senza avere paura del giudizio, da parte di un uomo che è da definirsi leggenda e che nel complesso, con la musica, le provocazioni, le parole, ma anche i fatti, ha cercato di cambiare il mondo diventando un vero e proprio esempio pacifista.

Ed ecco che Lennon rinasce in questo spettacolo, nei messaggi di pace presenti in brani unici e ricchi di significato che interpretati musicalmente da Rinaldi e descritti con enfasi dalla voce narrante di Isonni hanno fatto riflettere il pubblico del Salvini.

Proprio perché siamo di nuovo punto e… a capo, proprio perché qualcuno ci ha messo la faccia per poter cambiare il mondo e purtroppo quel mondo gli ha voltato le spalle e forse proprio perché la storia si ripete e l’attualità in realtà è sempre dietro l’angolo!

Un reading davvero ben riuscito, risultato di un ricco lavoro di ricerca come attesta la drammaturgia di Treccani che a mio avviso può collocarsi nella sfera del “sociale”, tipologia teatrale che vuole lasciare qualcosa e far pensare, ma anche teatro che narra oggettivamente un’epoca.

Maria Pettinato

S’a va ben, a me maìu è una commedia semi dialettale in tre atti scritta da Franco Gramondo e interpretata dalla compagnia amatoriale dianese L’Arca di Noè, la quale ha offerto allo spettatore una rappresentazione umoristica e ben riuscita nel complesso.

Scenografie, dialoghi, musica, costumi, infatti, nel loro insieme hanno creato un’atmosfera “teatrale” nel vero senso semantico che ricorda per certi aspetti le commedie del grande Carlo Goldoni.

Tratti che le riecheggiano sono il prendersi beffa dei propri padroni da parte di Felice e Giacò, rispettivamente servitori di Bertu e Giachin, gli intrighi amorosi che vanno a crearsi tra i vari personaggi, Amelia e Bertu per primi, le conseguenti discussioni tra le rispettive famiglie, la casa di campagna e la classe sociale che per antonomasia è legata al denaro ed è facilmente vittima di burle da parte della servitù, la borghesia arricchita.

Elementi che rendono la commedia un susseguirsi di momenti dinamici capaci di coinvolgere il pubblico che, divertito, entra appieno nella trama interpretata prevalentemente in dialetto ligure e anche per questo ricca di enfasi e unicità.

Caratteristiche che emergono dalla passione che ne viene fuori, la quale è senza dubbio il motore dell’intero lavoro come dimostra uno spettacolo che ha palesemente alle spalle mesi di studio e di prove. Lo si nota nella comicità inserita al momento giusto, nella battuta pronta, nelle movenze dialettali e assolutamente efficaci.

Un lavoro dunque ben riuscito e con alla base una causa importante vista la decisione di devolvere il ricavato delle offerte del pubblico a famiglie bisognose.

Mi complimento con una compagnia unita artisticamente come L’Arca di Noè e che dire… l’Artefatto aspetta la prossima rappresentazione!

Maria Pettinato

Avete presente la “catarsi”? Quella sensazione di liberazione, di sprigionamento delle proprie energie, emozioni, stati d’animo magari repressi. Un momento che nella vita bene o male ognuno di noi ha provato almeno una volta.

Può essere intesa come la liberazione da una situazione o persona danneggiante per il proprio essere oppure, come riteneva Aristotele, dalle passioni che inducono al male dell’anima.

La domanda che sorge spontanea è: cosa c’entra in tutto ciò la figura del grande filosofo greco? Ovviamente è associabile alla cosiddetta Grecia classica, periodo di estrema importanza per ciò che riguarda la nostra storia intesa nelle sue varianti filosofiche, mediche, psicologiche. Importante è però specificare come questa era sia significativa anche dal punto di vista del teatro inteso come esperienza di unione.

Ma partiamo dall’inizio descrivendo sinteticamente le caratteristiche basilari del teatro greco (V secolo a.C). Si svolgeva innanzitutto in tre periodi dell’anno corrispondenti a tre feste in onore del dio Dioniso (le Grandi Dionisie, le Lenee e le Dionisie rurali) in un edificio generalmente costruito in collina per sfruttarne la pendenza.

Teatro greco ad Atene

Questo era dotato di scenografia e di uno spazio detto orchestra dove presumibilmente era inserito il coro, da definirsi la metafora di giudizio nella rappresentazione teatrale.

L’aspetto più importante di questo periodo è pressoché uno ed è la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima.

Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Edipo re di Sofocle interpretato da Franco Citti nel film di Pier Paolo Pasolini (1967)

La rappresentazione di storie appunto tragiche nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana.

Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce vista la distanza tra attore e pubblico.

Esempio di maschera greca

Essa può essere inoltre interpretata come la metafora dell’irrazionalità e del trasposto della passione che oscura e domina quello che realmente si è: una bellezza fanciullesca e pura.

Maria Pettinato

Ha ragione papà, questa è una dannata invenzione senza futuro

Attraverso uno spettacolo imperniato di comicità, sentimento e romanticismo, la Compagnia dei Demoni offre allo spettatore una vera e propria “carrellata cinematografica” accompagnando la trama a citazioni, musiche, scene di film che hanno fatto il cinema.

È la storia dei fratelli Auguste e Louis Lumière ad emergere a Lo Spazio Vuoto (Imperia) i quali, nonostante i giudizi e le delusioni iniziali e mediante l’appoggio di una madre non più in vita, ma comunque presente, hanno dato vita a quella che era stata definita erroneamente dal padre Antoine Lumière “un’invenzione senza futuro”: il cinematografo.

Il sogno rivoluzionario di “catturare la vita” arriva allo spettatore per mezzo di una combinazione di stili cinematografici diversi tra loro, ma tutti uniti dalla volontà di trasmettere qualcosa a chi si trova al di là dello schermo.

Questo traspare nella musica coinvolgente e direi riflessiva di Giorgio Mirto e nell’unicità attoriale di Marco Taddei, Celeste Gugliandolo e Mauro Parrinello nell’interpretare impeccabilmente Auguste, Louis e Marie/madre utilizzando una tecnica recitativa corporea che riporta alla mente il cinema muto e tutto ciò che ad esso è associato: lo “scatto”, la sintesi, la velocità del movimento e quindi della pellicola.

L’evoluzione cinematografica si trasforma perciò in protagonista e ciò è evidente, oltre che nel richiamo ai film contemporanei e successivi ai Lumière e alla scoperta del montaggio, del sonoro e del colore, in un finale “dei giorni nostri” davanti ad uno schermo e con in mano un telefono cellulare.

Cambiamenti ed evoluzioni sono quindi alla base di questo spettacolo che si è dimostrato dinamico, movimentato, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ drammatico forse proprio come il cinema che è di per sé metafora di vitalità, ma allo stesso tempo di nostalgia vista la sua capacità di intrappolare immagini e sensazioni, come fossero un ricordo di qualcosa che mai più si ripresenterà.

Maria Pettinato

L’INVENZIONE SENZA FUTURO

  • Con Marco Taddei, Mauro Parrinello, Celeste Gugliandolo
  • Ideato da: Francesca Montanino, F.Giani, M.Parrinello, C.Gugliandolo
  • Scene di: Maria Mineo e Valentina Santi
  • Aiuto regia: Federica Alloro
  • Musiche originali di: Giorgio Mirto

Emancipazione, unione,qualità sono solo alcune delle caratteristiche che emergono nella commedia Tutte a casa, diretta da Vanessa Gasbarri e andata in scena il 18 marzo al Politeama Dianese (Diano Marina, IM).

Sono gli anni della Grande Guerra e di tutto ciò che ad essa è associata: difficoltà, litigi, solitudine, lotte, ma anche possibilità di emergere, di dimostrare il proprio valore, di emanciparsi. Sono gli anni in cui gli uomini non ci sono, in cui si combatte con orgoglio per la patria, in cui le donne devono cavarsela da sole nonostante i giudizi imperniati nel Bel Paese.

Il clima evocato è sconfortante, ma è anche opportunità come dimostrano le cinque protagoniste, tutte legate alla Premiata Ditta Colombo e Gallo, fabbrica milanese di autocarri, momentaneamente priva di direzione perché l’ingegner Gallo, imprenditore nonché marito dell’alto-borghese Margherita (Paola Gassman), si trova prigioniero degli austriaci.

Occasione che permette alla donna leggera e apparentemente ingenua di prendere le redini in mano di quella che era l’azienda paterna e di dimostrare di valere qualcosa. Lo fa assumendo come operai, con l’aiuto della segretaria e poi amministratore delegato Liliana (Mirella Mazzeranghi), tre donne apparentemente diverse da lei, ma in realtà concernenti lo stesso ordine che è quello femminile: la proletaria Comunarda (Paola Tiziana Cruciani), la religiosa e moglie perfetta Teresa (Claudia Campagnola) e la giovane Giacomina (Giulia Rupi).

Personalità inizialmente distanti e ostili tra loro a causa del pregiudizio, dello stereotipo e di un percorso ben tracciato e imperniato nella mentalità di quegli anni. Ma è proprio di fronte alle problematiche economiche, alle critiche, alla concorrenza che scoprono qualità che fino a quel momento erano rimaste nascoste, prigioniere della società maschilista novecentesca che ahimè si ripresenterà con l’arrivo degli uomini alla fine del conflitto.

Attraverso momenti piacevoli e divertenti Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis sono riusciti perciò ad offrire allo spettatore una commedia ironica, dinamica, ma allo stesso tempo efficace nel far emergere tematiche spesso accantonate dalla storia come il ruolo della donna durante la guerra, eroina anch’essa come il fante, vista la sua capacità di affrontare il sacrificio, e la lotta per l’emancipazione che non è da considerarsi solo femminile ma anche sociale perché incentrata sulla volontà di ottenere il proprio riconoscimento come membro della comunità.

Periodo storico descritto quindi con realismo mediante una recitazione di grande qualità che ha dimostrato di riuscire perfettamente sia nella comicità, senza perdere mai di vista l’importanza della tematica affrontata, che nella drammaticità come dimostra il monologo di Comunarda successivo all’arrivo della lettera dal fronte.

Ottima è infine la scenografia curata nel dettaglio e accompagnata da un’illuminazione chiara, quasi “ingiallita” che richiama l’epoca passata e dunque il clima vintage che la caratterizza.

Maria Pettinato

TUTTE A CASA

Di Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis

REGIA: Vanessa Gasbarri

ATTRICI: Paola Gassman, Mirella Mazzeranghi, Paola Tiziana Cruciani, Claudia Campagnola, Giulia Rupi

Cari Artefattini, oggi voglio parlarvi di uno spettacolo andato in scena il 22 febbraio nell’accogliente cornice de Lo Spazio Vuoto di Imperia: Le Difettose, monologo tratto dall’omonimo romanzo di Eleonora Mazzoni, diretto da Serena Sinigaglia e interpretato direi egregiamente dalla bravissima Emanuela Grimalda, per la prima volta in un teatro imperiese.

Lo spettatore è accolto da una scenografia per lo più assente, semplicemente neutra, nera, se non per una sedia posta al centro della scena e un’oggettistica composta da un cappello, un paio di occhiali, una borsa, due ferri per lavorare a maglia e un libro dal quale emerge la filosofia di Seneca, fondamentale nello svolgimento della trama. Tutto è perciò essenziale, forse anche un po’ drammatico perché è da questa basilarità che emerge Carla, ricercatrice universitaria appena quarantenne, e il suo desiderio, o meglio la sua ossessione, di diventare madre.

Un tormento interiore legato al suo percorso di fecondazione assistita avviato per ben sei volte e dal rapporto con gli altri personaggi, presenti chi per un motivo, chi per un altro nella vita di Carla, e tutti dotati di accenti e caratteristiche diverse: un‘infermiera siciliana scocciata; una nonna materna, dolce e leggera, interpretata con accento emiliano; un compagno romano, Marco, stanco di vedere Carla depressa ed esasperata e per questo intenzionato a lasciarla; la dottoressa Tini, priva di sensibilità e fredda nei confronti delle problematiche emotive che emergono nelle donne alla ricerca di un figlio che non arriva; l’amica toscana Katia, felice a Bruxelles perché riuscita a ottenere il risultato sperato con la fecondazione assieme alla sua fidanzata; il “maestro brasiliano” Thiago che con metodi purificanti dice di poter risolvere la sterilità della protagonista, e infine la mamma emiliana in perenne sfida con la figlia alla quale non ha mai detto “ti voglio bene” e che lo fa ora, forse perché i rimpianti cominciano a farsi sentire, forse perché il tempo aiuta a crescere, chi lo sa, ma comunque importante perché sono proprio quelle tre semplici parole a salvare Carla dallo sconforto e a darle la grinta per rinascere.

Alternanze frequenti e repentine dei personaggi, tutti associabili alla Grimalda, vengono perciò gestite al meglio da una regia, come quella della Sinigaglia, che è capace di evocare, di far riflettere, di lasciare qualcosa, e da una capacità attoriale ironica, vivace, divertente, ma allo stesso tempo tragica perché abile nel presentare temi forti come l’incapacità di procreare, che crea nella donna sentimenti di disprezzo e di giudizio nei propri confronti, e l’annullamento di se stesse per qualcuno che in realtà non esiste se non nella speranza e nell’immaginazione. Perché è proprio questa “inadeguatezza” che La fa sentire diversa, e quindi inesistente, appunto “difettosa”.

Eccezionale può definirsi la destrezza nel trasformare un romanzo attuale e importante come quello della Mazzoni in una pièce teatrale piacevole e coinvolgente.

Concludo complimentandomi con Lo Spazio Vuoto, luogo accogliente e “teatrale” nel vero senso del termine vista la sua capacità di creare un rapporto unico tra attore e spettatore.

Maria Pettinato

Non credo esista persona che non conosca la Commedia dell’Arte o che comunque non vi sia entrata a contatto almeno una volta nella vita. Le sue maschere fanno parte della nostra tradizione popolare, così come i suoi caratteri e le sue espressioni artistiche. Chi non ha visto almeno una volta, in contesti carnevaleschi ad esempio, le maschere di Arlecchino o Pulcinella o Colombina?

La Commedia dell’Arte fa quindi parte del nostro linguaggio, non solo per le sue rappresentazioni e i suoi personaggi, ben saldi da epoche remote, – si parla addirittura di Antica Roma – ma anche perché i suoi caratteri la rendono totalmente vera, unica, anche se imperniata di comicità.

Le sue maschere sono infatti “astute, ruffiane, a volte ignoranti e volgari”, un po’ come noi, e si ritrovano sempre, proprio a causa della loro superficialità e furbizia, in situazioni imbarazzanti e diciamo anche un po’ tragiche e grottesche, anche se poi fanno divertire.

Ma per quanto sembrino dotate di frivolezza e leggerezza, queste maschere hanno fatto la rivoluzione nel vero senso della parola, inserendo la donna nella rappresentazione teatrale, sostituendo il testo dialogato con l’improvvisazione basata su una traccia chiamata canovaccio, entrando a far parte del linguaggio popolare e diventando in tal modo vere e proprie protagoniste non solo in campo teatrale, ma anche iconografico.

Interessante infatti è notare come siano diventate soggetti artistici e lo siano rimaste per secoli attirando l’attenzione di incisori e pittori che ci hanno regalato dei veri e propri capolavori, ma anche strumenti di ricerca per gli storici del teatro.

Mi riferisco a Jacques Callot, incisore dei ventiquattro Balli di Sfessania (1616 circa) in cui sono riconoscibili i costumi e i tipici movimenti dei Comici dell’Arte, o a Claude Gillot e al suo Scène des Carrosses (1722) che ci offre una caratteristica tipica della Commedia, il travestimento da donna.

E poi ci sono gli artisti che hanno raffigurato la Commedia dell’Arte in un modo diverso, unico, presentandoci la maschera nella sua interiorità, nella sua verità. Non è più frivola, superficiale, ma è dotata di sentimento perché è nostalgica, è tragica, è umana.

Il primo è Jean Antoine Watteau che con il suo Gilles (1718-1719) ha raffigurato non solo un Pierrot in tutta la sua malinconia, ma anche un’epoca come quella settecentesca che sta abbandonando i grandi ideali della moralità per lasciare spazio alla decadenza culturale e umana. La maschera è perciò nostalgica, spaesata di fronte alla perdita dei valori sociali.

Epoca diversa, ma un’interpretazione simile è quella di Pablo Picasso che ne I Saltimbanchi (1905) si immedesima nella figura di un Arlecchino incapace di reagire perché chiuso in una vita ormai materiale e priva di emozioni, raffigurando in tal modo il disagio interiore del genere umano.

Riproduzioni uniche sono riuscite quindi ad offrirci testimonianze differenti che spaziano dalla raffigurazione della pratica scenica, della gestualità e della mimica, all’utilizzo della maschera come mezzo per manifestare la tristezza della società.

Maria Pettinato

Non ho cercato il teatro, in realtà ho sempre cercato qualcos’altro

Cari Artefattini, ho deciso di aprire questo articolo con una frase che racchiude al proprio interno quello che per Jerzy Grotowski era il teatro in senso tale: la scoperta di altro.

La sua veduta è spesso inserita nella categoria rivoluzionaria, d’avanguardia, di sperimentazione, ma in realtà a detta del grande regista non aveva uno scopo avanguardistico in quanto il suo era un teatro che si rifaceva alle tradizioni avendo alla base uno scopo vero e proprio: la ricerca di una relazione tra l’attore e l’altro, il momento di unione. Caratteristica quest’ultima riscontrabile ad esempio nel teatro classico in cui, attraverso la rappresentazione, si creava una sorta di legame, se vogliamo spirituale e irrazionale, tra attore e spettatore.

Per creare un qualcosa il teatro doveva abbandonare il superfluo, dalla musica registrata alla scenografia, diventando così un teatro povero, in cui sarebbe emersa quella che si può definire la vera personalità dell’attore.

E questo momento arriva quando il corpo non è più l’ostacolo, ma il mezzo per liberare l’atto psichico, il ricordo che ha portato all’immedesimazione. È ciò che si può riscontrare ne Il Principe Costante (1967), revisione dell’omonima opera di Calderòn de la Barca, in cui l’attore Ryszard Cieslak, attraverso un lavoro su se stesso eseguito assieme a Grotowski durante le prove per circa un anno, è tornato a rivivere situazioni, momenti ed emozioni della sua adolescenza utilizzandole nell’interpretazione del personaggio, tanto che durante la rappresentazione sembra che entri realmente in uno stato di trans riuscendo in tal modo a trasmettere all’altro la drammaticità del momento.

Erano infatti le prove ad avere la meglio sullo spettacolo in sé perché era il momento in cui la spontaneità della vita emergeva e si univa al rigore della struttura teatrale. In questo modo durante lo spettacolo si sarebbe avviato il cambiamento viscerale e profondo nello spettatore.

Sta proprio in questo il teatro di Grotowski, nella ricerca del cambiamento che prende vita dalla relazione attore-personaggio. Uno studio che ha caratterizzato il teatro contemporaneo e che ancora oggi affascina per la sua semplicità che è in fondo verità.

Maria Pettinato