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Archivio categorie: Teatro

Il teatro è per sua natura magico. Riesce infatti a trasmettere sensazioni ed emozioni, positive o negative che siano, in modo a dir poco sublime.

È passione, istinto, impulso e per questo irrazionale. E come tale non poteva non essere scaramantico! Leggende, usanze, superstizioni gli appartengono e, cari Artefattini, anche queste sono storia del teatro.

Ecco a voi 5 FAMOSE CURIOSITÀ:

1. LA CADUTA DEL COPIONE

La sventura apocalittica per definizione prima di uno spettacolo teatrale riguarda la caduta accidentale del copione durante le prove. Questo infatti significa “flop dello spettacolo”. Per scongiurare la sfortuna l’attore deve sbatterlo per tre volte sullo stesso punto in cui gli è caduto.

2. MERDA, MERDA, MERDA!

Questa espressione, usata prima di una messinscena e molto conosciuta da attori e spettatori, deriva dall’usanza ottocentesca di andare a teatro in carrozza. La presenza di molti escrementi di cavallo davanti al teatro significava un elevato numero di pubblico allo spettacolo. L’espressione risulta perciò un augurio di successo.

Horse and a beautiful old carriage in old town.
3. IL CHIODO STORTO

Trovare un chiodo storto sul palcoscenico è un segnale di buon auspicio. Indicherebbe la fretta dei tecnici di montare la scenografia. Questo significherebbe che lo spettacolo è fortemente atteso dal pubblico.

4. I COLORI VIETATI

Esistono liste di colori da indossare MAI E POI MAI in teatro. Essi cambiano di paese in paese per varie ragioni.

In Italia a portare sfortuna se indossato sul palco è il colore viola. Il motivo è riscontrabile nel Medioevo e associabile al periodo quaresimale, durante il quale erano vietate le rappresentazioni teatrali, il che significava per gli attori “disagio economico” per quaranta giorni. E qual è il colore indossato dai sacerdoti durante la Quaresima? Ovviamente il viola.

In Francia il cattivo presagio è indicato nel verde. Molière morì sul palco il 17 febbraio 1673 durante la rappresentazione de Il malato immaginario e quel giorno il colore del suo costume era il verde.

A portare sfortuna in Inghilterra è il blu. Pare infatti che secoli fa le stoffe di questo colore fossero molto costose. Molte compagnie per il gusto del pubblico le acquistavano senza potersele permettere, andando così incontro al fallimento.

5. MAI DIRE MACHBET!

Machbet è la più breve e una delle più importanti tragedie di William Shakespeare. Pronunciare ad alta voce questo nome in teatro porterebbe sfortuna. Pare infatti che l’opera del drammaturgo inglese conterrebbe al suo interno degli incantesimi copiati a un gruppo di streghe le quali, avendo scoperto il suo gesto, avrebbero maledetto la tragedia.

Maria Pettinato

17 agosto 2019, Villa Scarsella (Diano Marina, Im). Una suggestiva atmosfera tipica di una calda serata estiva, un’orchestra dotata di talento ed eleganza, un Maestro a dirigerla e poi uno dei capolavori più affascinanti nella storia musicale e teatrale, Tosca di Giacomo Puccini, diretta dal grande regista Alessandro Bertolotti.

Ma cominciamo spiegando cos’è che rende questo melodramma di per sé così speciale. È la storia d’amore tra Flora Tosca, protagonista indiscussa di questo capolavoro, e Mario Cavaradossi che, nonostante le incomprensioni, le incertezze, l’invidia e i piani diabolici del capo della polizia, il Barone Scarpia, trionfa per l’eternità.

E vince semplicemente grazie a lui, che la ama così tanto da perdonarle il “tradimento”, l’accecata gelosia, da accantonare il suo orgoglio di uomo, e grazie a lei, donna dotata di intelletto ed eleganza, apparentemente sicura di sé, temeraria e indipendente.

La musica di Giacomo Puccini poi, cosa lo diciamo a fare! Udirla a occhi chiusi porta a toccare con l’immaginazione luoghi lontani, emozioni quasi sconosciute. Una musica fatta di tonalità per lo più forti e dinamiche che vanno a confermare la vitalità della trama riuscendo così a rendere il dramma in cinque atti di Victorien Sardou, dalla quale è tratta la Tosca di Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, ancora più autorevole e suggestivo.

Fascino confermato dal talento dell’Orchestra Lombardia Lirica che, diretta dal magnetico Maestro Stefano Romani, ha colpito nel segno accompagnando importanti attori di fama internazionale.

Prima tra tutti il soprano Irene Cerboncini, la quale ha interpretato Flora in modo così vero e toccante da renderlo a mio avviso un vero e proprio gioiello scenico. È la sua abilità nell’offrire allo spettatore l’evoluzione del personaggio che va a interpretare a venire fuori egregiamente.

Inizialmente poco incline all’ascolto, tormentata, superficiale, Tosca si trasforma infatti nel corso dell’opera in una donna coraggiosa, pronta a tutto pur di salvare il suo Mario, anche cedere alle lusinghe di “un uomo che le fa ribrezzo”, Scarpia, personaggio crudele, determinato, pronto a tutto per ottenere ciò che vuole, uccidere Cavaradossi e avere Tosca con sé, come dimostra l’eccellente interpretazione del baritono Enrico Marrucci.

Audace, forte, “eroica” anche quando compie il malsano gesto andando contro ai principi religiosi per i quali ha incentrato la sua esistenza, il giudizio divino. Momento tragico, così toccante da colpire il pubblico dianese al punto da rimanere quasi abbagliato davanti alla cura con la quale la Cerboncini adagia il crocifisso sul corpo dell’uomo da lei ucciso, in segno di scuse a Dio, ma non di rimpianto.

Gesto drammatico, frutto della paura di perdere il suo amato pittore, confermata peraltro dall’aria “Vissi d’arte”, precedente all’omicidio del barone, una delle più belle dell’opera in quanto è proprio qui che lo stato d’animo di Flora viene fuori, incredula di fronte a una punizione così cattiva, proprio a lei, che ha sempre vissuto d’arte e d’amore. Un’aria nella quale la nostra attrice trionfa trasformandosi nella vera protagonista di questa Tosca.

E poi c’è lui, Mario Cavaradossi, interpretato da Massimiliano Pisapia, dal quale traspare un uomo puro, amante di Tosca, follemente innamorato al punto da perdonarle la folle gelosia e la conseguente impulsività, contemporaneo in questo, diverso infatti dallo stereotipo dell’uomo ottocentesco, distaccato e poco incline a manifestare i suoi sentimenti verso la propria amata.

Emozioni che emergono dal talento attoriale e musicale del tenore coprotagonista, come si può riscontrare dall’aria “E lucevan le stelle”, così nostalgica da commuovere, così toccante da coinvolgere un pubblico totalmente ipnotizzato, reazione ancor più forte di fronte a un finale conosciuto, ma comunque ugualmente straziante, che vede la morte dei due amanti, vittime di inganno e ingenuità.

Tre atti vivi, dinamici, catartici, diretti eccellentemente da Bertolotti, il quale è riuscito a tirar fuori la vera natura della Tosca, appassionante, dolorosa, ammaliante e sotto certi aspetti davvero contemporanea.

Degne di nota sono inoltre la passione e l’energia unite di pari passo in un’Artista con la A maiuscola, il Maestro Romani, che solo a guardarlo mentre dirige la sua orchestra, suscita incanto e autorevolezza.

Così come il Coro Lirico Quadrivium di Genova dalla cui voce emerge ciò che può definirsi “impeto teatrale”, ciò su cui ruota l’impegno, la passione e il trasporto, elementi fondamentali per la buona riuscita di uno spettacolo. Talento, onere, trasporto dai quali emerge un precedente lavoro di studio da parte dai coristi coordinati egregiamente dalla responsabile Annamaria Massari e dal Maestro G.B. Bergamo.

Ammirevoli sono infine Villa Scarsella, che ha offerto il suo prestigioso ambiente a questo spettacolo rendendolo per questo ancora più speciale, e il suo impegno nel realizzare importanti eventi culturali come per l’appunto l’8° Estate Musicale Dianese facendo così sognare il suo pubblico.

Maria Pettinato

Artisti:

  • Flora Tosca: Irene Cerboncini
  • Mario Cavaradossi: Massimiliano Pisapia
  • Barone Scarpia: Enrico Marrucci
  • Spoletta: Angelo Bruzzone
  • Angelotti: Gianmaria Patrone
  • Sagrestano: Valerio Garzo
  • Sciarrone/carceriere: Giulio Ceccarelli
  • Pastorello: Giulia Medicina
  • Coro: Lirico Quadrivium di Genova
  • Orchestra Lombardia Lirica

Direzione:

  • Regia: Alessandro Bertolotti
  • Direttore d’Orchestra: Maestro Stefano Romani
  • Direttore del Coro: Maestro G.B. Bergamo
  • Scenografia/Costumi: Arte Scenica di Reggio Emilia

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Atmosfera grottesca, tetra, associabile a una trama altrettanto paradossale, per certi aspetti ironica, ma di quell’ironia che al proprio interno nasconde qualcosa di più, a dir poco tragico, pungente al punto giusto.

Tutto ciò è La miseria è una cosa seria (uno studio da Friedrich Dürenmatt, La visita della vecchia signora), spettacolo andato in scena il 18 luglio nel rinomato “teatro più piccolo del mondo”, il Teatro Salvini (Pieve di Teco, Im), e interpretato dalla compagnia I Cattivi di Cuore.

Sono i cittadini di Güllen, ex centro culturale in piena crisi economica, a impersonare un dramma che ha come temi principali l’odio e la vendetta per ciò che è accaduto, per ciò che è stato, ma non dimenticato dalla multimilionaria Claire Zachanassian la quale, approfittando della situazione degradante degli abitanti della cittadina svizzero-tedesca, offre loro un miliardo di franchi in cambio dell’omicidio di Alfredo che anni prima aveva negato la paternità del figlio che l’allora giovane donna aveva in grembo.

Offerta inizialmente non accettata e apparentemente accantonata, ma solo per poco perché immancabilmente è il denaro a trasformarsi nel motore dell’intero intreccio narrativo, sempre più crudele e angosciante.

È la ricchezza a muovere le pedine in gioco, semplicemente uomini e donne che perdono qualsiasi tipo di valore, anche l’affetto verso il proprio padre e l’onestà verso un proprio amico, diventando così vittime di un sistema avido, corrotto, come questo spettacolo ha perfettamente trasmesso se pur con frizzante satira.

La smania di rivalsa si approfitta così della psicologia del gruppo, che di fronte a lei, Claire, ricca e perciò autorevole e affascinante, cade nell’oblio dell’ignoranza calpestando Alfredo, vittima di violenza mentale, ancor prima che fisica, spaventato e abbandonato da chi pensava fosse amico.

Ma infine è la felicità la vera protagonista, quella degli abitanti di Güllen, soddisfatti perché finalmente anch’essi appartenenti a una società prospera, fiera del proprio benessere e perciò indifferente alla miseria altrui.

I Cattivi di Cuore l’analisi di quella società, che poi alla fine è proprio ciò che da La visita della vecchia signora viene estrapolato, è riuscita impeccabilmente a tirarla fuori offrendo al pubblico del Salvini una rappresentazione suggestiva, per certi aspetti misteriosa, centrando perfettamente il punto.

Non è infatti difficile cogliere nella loro interpretazione uno studio accurato del testo e perciò dei suoi personaggi che sono ironici quando serve, ma anche misteriosi e tragici. Non sono mancati infatti nella loro rappresentazione attimi di inquietudine sottolineati anche da movenze grottesche, quasi apatiche a volte e perciò coinvolgenti.

Maria Pettinato

Si sa, Napoli, oltre che per la sua bellezza territoriale è conosciuta nel mondo per la sua grande capacità attoriale.

Un’infinita lista secolare di talenti partenopei ha reso il teatro napoletano uno dei più importanti e ammirevoli dal punto di vista internazionale. Illustri nomi hanno infatti cavalcato i più importanti palchi del mondo entrando così nella storia di ciò che per noi italiani è motivo di orgoglio, la cultura teatrale.

Teatro di estrema importanza , caratterizzato da quella naturalezza che lo rende decisamente unico, reale, grottesco sotto certi aspetti come ha dimostrato il grande Antonio De Curtis, in arte Totò, che mediante gesto e comicità è diventato uno dei più importanti attori di tutti i tempi.

Drammaturgia autorevole, forse a volte punzecchiante, ironica, semplice, popolare e quindi tragica al momento giusto come quella dei Fratelli De Filippo, capaci di fondere comicità, talento ed esperienza in bellissime opere come Natale in casa Cupiello (1931) per citare una delle più famose.

Comico, ma allo stesso tempo riflessivo e malinconico come nel caso di Massimo Troisi, esponente leggendario, mito nella storia teatrale e cinematografica.

E in questo lunghissimo elenco a emergere vi sono anche importanti donne che hanno fatto e fanno tuttora emozionare lo spettatore, il quale rimane abbagliato non solo dalla loro bellezza che è senza dubbio unica perché totalmente affascinante, ma soprattutto dal loro naturale dono, appunto la recitazione.

A riguardo emergono senza dubbio la grande Titina De Filippo, attrice e autrice di grande capacità e importanza nel panorama teatrale novecentesco, la diva per antonomasia Sophia Loren che incarna oltre al talento attoriale che l’ospitale Napoli le ha donato, la tipica bellezza mediterranea, passionale nella sua semplicità, e parlando di attualità non può non essere nominata la grande Lina Sastri, il cui estro melodrammatico é assolutamente degno di nota come dimostra l’intensa carriera teatrale e cinematografica.

Teatro decisamente vitale, dinamico, vero perché nato dalle origini, semplicemente dal popolo e per questo da definirsi storia di Napoli, arte ineguagliabile, appunto napoletana, come solo i suoi figli conoscono fino in fondo, perché è decisamente parte di loro.

È perciò carnale, appartenente a un luogo che è di per sé un palcoscenico di colori, suoni, emozioni. Un teatro che entra dentro trasformandosi in qualità propria.

Maria Pettinato

Varietà, sketch, divertimento sono le parole chiave dello spettacolo Ridere a colori, diretto e interpretato dalla compagnia torinese Volti Anonimi e andato in scena nel conosciutissimo Teatro Ariston di Sanremo (Im) domenica 9 giugno.

Un vero e proprio evento di solidarietà, visto l’intento benefico organizzato da Teatro Eventi, ma allo stesso tempo un’occasione per divertire il pubblico mediante un susseguirsi di scene esilaranti interpretate impeccabilmente dalla compagnia.

A far da protagonisti, per citarne solo alcuni, sono una Signora delle Camelie “sputacchiante”, l’indimenticabile coppia Sandra-Raimondo, l’equivoco “micina” ripreso dal Drive In degli anni Novanta, un “tragicomico burlesque”, un divertente cinema muto.

Ridere nel vero senso del termine come attesta la comicità intrisa in uno spettacolo che unisce dunque momenti del varietà tutto all’italiana a celebri nomi del cinema e della musica internazionale.

A colori perché stravagante, eccentrico, unico nella sua originalità e perciò brillante, appunto colorato di mille sfumature che spaziano dall’ironia propriamente nostrana alla tradizione teatrale, musicale e cinematografica.

Un mix ben riuscito dal quale viene fuori uno studio dettagliato sulla commedia all’italiana e un’interpretazione assolutamente degna di nota.

Maria Pettinato

Una voce narrante, una chitarra, la musica e le parole di John Lennon. Un’atmosfera laboriosa, peculiare direte voi e a renderla ancora più preziosa ci ha pensato la suggestiva cornice del Teatro Salvini di Pieve di Teco (Im), che con i suoi palchetti e le sue novantanove poltrone rende la teatralità un momento di unione, oltre che di arte.

È la bresciana Compagnia Sergio Isonni a presentarci John Lennon, punto e… a capo, un reading biografico nato dall’idea di Giò Veneziani, scritto e diretto dal regista Matteo Treccani e interpretato da Sergio Isonni e Salvatore Rinaldi.

Punto e… a capo come rinascere, ricominciare, non avere paura. Punto e… a capo come la vita di Lennon che è stata molteplice perché ha unito tante di quelle emozioni, avventure, esperienze che tutte insieme non ne fanno una di esistenza.

La morte della madre, i matrimoni e i divorzi, la nascita e la fine dell’era Beatles, la critica, l’amore – quello vero – per Yōko Ono, i figli, la droga, la voglia di cambiare il mondo, l’impegno pacifista e poi le decise cinque pallottole che lo hanno ucciso nel 1980.

Tante vite vissute intensamente, senza avere paura del giudizio, da parte di un uomo che è da definirsi leggenda e che nel complesso, con la musica, le provocazioni, le parole, ma anche i fatti, ha cercato di cambiare il mondo diventando un vero e proprio esempio pacifista.

Ed ecco che Lennon rinasce in questo spettacolo, nei messaggi di pace presenti in brani unici e ricchi di significato che interpretati musicalmente da Rinaldi e descritti con enfasi dalla voce narrante di Isonni hanno fatto riflettere il pubblico del Salvini.

Proprio perché siamo di nuovo punto e… a capo, proprio perché qualcuno ci ha messo la faccia per poter cambiare il mondo e purtroppo quel mondo gli ha voltato le spalle e forse proprio perché la storia si ripete e l’attualità in realtà è sempre dietro l’angolo!

Un reading davvero ben riuscito, risultato di un ricco lavoro di ricerca come attesta la drammaturgia di Treccani che a mio avviso può collocarsi nella sfera del “sociale”, tipologia teatrale che vuole lasciare qualcosa e far pensare, ma anche teatro che narra oggettivamente un’epoca.

Maria Pettinato

S’a va ben, a me maìu è una commedia semi dialettale in tre atti scritta da Franco Gramondo e interpretata dalla compagnia amatoriale dianese L’Arca di Noè, la quale ha offerto allo spettatore una rappresentazione umoristica e ben riuscita nel complesso.

Scenografie, dialoghi, musica, costumi, infatti, nel loro insieme hanno creato un’atmosfera “teatrale” nel vero senso semantico che ricorda per certi aspetti le commedie del grande Carlo Goldoni.

Tratti che le riecheggiano sono il prendersi beffa dei propri padroni da parte di Felice e Giacò, rispettivamente servitori di Bertu e Giachin, gli intrighi amorosi che vanno a crearsi tra i vari personaggi, Amelia e Bertu per primi, le conseguenti discussioni tra le rispettive famiglie, la casa di campagna e la classe sociale che per antonomasia è legata al denaro ed è facilmente vittima di burle da parte della servitù, la borghesia arricchita.

Elementi che rendono la commedia un susseguirsi di momenti dinamici capaci di coinvolgere il pubblico che, divertito, entra appieno nella trama interpretata prevalentemente in dialetto ligure e anche per questo ricca di enfasi e unicità.

Caratteristiche che emergono dalla passione che ne viene fuori, la quale è senza dubbio il motore dell’intero lavoro come dimostra uno spettacolo che ha palesemente alle spalle mesi di studio e di prove. Lo si nota nella comicità inserita al momento giusto, nella battuta pronta, nelle movenze dialettali e assolutamente efficaci.

Un lavoro dunque ben riuscito e con alla base una causa importante vista la decisione di devolvere il ricavato delle offerte del pubblico a famiglie bisognose.

Mi complimento con una compagnia unita artisticamente come L’Arca di Noè e che dire… l’Artefatto aspetta la prossima rappresentazione!

Maria Pettinato

Avete presente la “catarsi”? Quella sensazione di liberazione, di sprigionamento delle proprie energie, emozioni, stati d’animo magari repressi. Un momento che nella vita bene o male ognuno di noi ha provato almeno una volta.

Può essere intesa come la liberazione da una situazione o persona danneggiante per il proprio essere oppure, come riteneva Aristotele, dalle passioni che inducono al male dell’anima.

La domanda che sorge spontanea è: cosa c’entra in tutto ciò la figura del grande filosofo greco? Ovviamente è associabile alla cosiddetta Grecia classica, periodo di estrema importanza per ciò che riguarda la nostra storia intesa nelle sue varianti filosofiche, mediche, psicologiche. Importante è però specificare come questa era sia significativa anche dal punto di vista del teatro inteso come esperienza di unione.

Ma partiamo dall’inizio descrivendo sinteticamente le caratteristiche basilari del teatro greco (V secolo a.C). Si svolgeva innanzitutto in tre periodi dell’anno corrispondenti a tre feste in onore del dio Dioniso (le Grandi Dionisie, le Lenee e le Dionisie rurali) in un edificio generalmente costruito in collina per sfruttarne la pendenza.

Teatro greco ad Atene

Questo era dotato di scenografia e di uno spazio detto orchestra dove presumibilmente era inserito il coro, da definirsi la metafora di giudizio nella rappresentazione teatrale.

L’aspetto più importante di questo periodo è pressoché uno ed è la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima.

Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Edipo re di Sofocle interpretato da Franco Citti nel film di Pier Paolo Pasolini (1967)

La rappresentazione di storie appunto tragiche nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana.

Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce vista la distanza tra attore e pubblico.

Esempio di maschera greca

Essa può essere inoltre interpretata come la metafora dell’irrazionalità e del trasposto della passione che oscura e domina quello che realmente si è: una bellezza fanciullesca e pura.

Maria Pettinato