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Archivio categorie: Teatro

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Atmosfera grottesca, tetra, associabile a una trama altrettanto paradossale, per certi aspetti ironica, ma di quell’ironia che al proprio interno nasconde qualcosa di più, a dir poco tragico, pungente al punto giusto.

Tutto ciò è La miseria è una cosa seria (uno studio da Friedrich Dürenmatt, La visita della vecchia signora), spettacolo andato in scena il 18 luglio nel rinomato “teatro più piccolo del mondo”, il Teatro Salvini (Pieve di Teco, Im), e interpretato dalla compagnia I Cattivi di Cuore.

Sono i cittadini di Güllen, ex centro culturale in piena crisi economica, a impersonare un dramma che ha come temi principali l’odio e la vendetta per ciò che è accaduto, per ciò che è stato, ma non dimenticato dalla multimilionaria Claire Zachanassian la quale, approfittando della situazione degradante degli abitanti della cittadina svizzero-tedesca, offre loro un miliardo di franchi in cambio dell’omicidio di Alfredo che anni prima aveva negato la paternità del figlio che l’allora giovane donna aveva in grembo.

Offerta inizialmente non accettata e apparentemente accantonata, ma solo per poco perché immancabilmente è il denaro a trasformarsi nel motore dell’intero intreccio narrativo, sempre più crudele e angosciante.

È la ricchezza a muovere le pedine in gioco, semplicemente uomini e donne che perdono qualsiasi tipo di valore, anche l’affetto verso il proprio padre e l’onestà verso un proprio amico, diventando così vittime di un sistema avido, corrotto, come questo spettacolo ha perfettamente trasmesso se pur con frizzante satira.

La smania di rivalsa si approfitta così della psicologia del gruppo, che di fronte a lei, Claire, ricca e perciò autorevole e affascinante, cade nell’oblio dell’ignoranza calpestando Alfredo, vittima di violenza mentale, ancor prima che fisica, spaventato e abbandonato da chi pensava fosse amico.

Ma infine è la felicità la vera protagonista, quella degli abitanti di Güllen, soddisfatti perché finalmente anch’essi appartenenti a una società prospera, fiera del proprio benessere e perciò indifferente alla miseria altrui.

I Cattivi di Cuore l’analisi di quella società, che poi alla fine è proprio ciò che da La visita della vecchia signora viene estrapolato, è riuscita impeccabilmente a tirarla fuori offrendo al pubblico del Salvini una rappresentazione suggestiva, per certi aspetti misteriosa, centrando perfettamente il punto.

Non è infatti difficile cogliere nella loro interpretazione uno studio accurato del testo e perciò dei suoi personaggi che sono ironici quando serve, ma anche misteriosi e tragici. Non sono mancati infatti nella loro rappresentazione attimi di inquietudine sottolineati anche da movenze grottesche, quasi apatiche a volte e perciò coinvolgenti.

Maria Pettinato

Si sa, Napoli, oltre che per la sua bellezza territoriale è conosciuta nel mondo per la sua grande capacità attoriale.

Un’infinita lista secolare di talenti partenopei ha reso il teatro napoletano uno dei più importanti e ammirevoli dal punto di vista internazionale. Illustri nomi hanno infatti cavalcato i più importanti palchi del mondo entrando così nella storia di ciò che per noi italiani è motivo di orgoglio, la cultura teatrale.

Teatro di estrema importanza , caratterizzato da quella naturalezza che lo rende decisamente unico, reale, grottesco sotto certi aspetti come ha dimostrato il grande Antonio De Curtis, in arte Totò, che mediante gesto e comicità è diventato uno dei più importanti attori di tutti i tempi.

Drammaturgia autorevole, forse a volte punzecchiante, ironica, semplice, popolare e quindi tragica al momento giusto come quella dei Fratelli De Filippo, capaci di fondere comicità, talento ed esperienza in bellissime opere come Natale in casa Cupiello (1931) per citare una delle più famose.

Comico, ma allo stesso tempo riflessivo e malinconico come nel caso di Massimo Troisi, esponente leggendario, mito nella storia teatrale e cinematografica.

E in questo lunghissimo elenco a emergere vi sono anche importanti donne che hanno fatto e fanno tuttora emozionare lo spettatore, il quale rimane abbagliato non solo dalla loro bellezza che è senza dubbio unica perché totalmente affascinante, ma soprattutto dal loro naturale dono, appunto la recitazione.

A riguardo emergono senza dubbio la grande Titina De Filippo, attrice e autrice di grande capacità e importanza nel panorama teatrale novecentesco, la diva per antonomasia Sophia Loren che incarna oltre al talento attoriale che l’ospitale Napoli le ha donato, la tipica bellezza mediterranea, passionale nella sua semplicità, e parlando di attualità non può non essere nominata la grande Lina Sastri, il cui estro melodrammatico é assolutamente degno di nota come dimostra l’intensa carriera teatrale e cinematografica.

Teatro decisamente vitale, dinamico, vero perché nato dalle origini, semplicemente dal popolo e per questo da definirsi storia di Napoli, arte ineguagliabile, appunto napoletana, come solo i suoi figli conoscono fino in fondo, perché è decisamente parte di loro.

È perciò carnale, appartenente a un luogo che è di per sé un palcoscenico di colori, suoni, emozioni. Un teatro che entra dentro trasformandosi in qualità propria.

Maria Pettinato

Varietà, sketch, divertimento sono le parole chiave dello spettacolo Ridere a colori, diretto e interpretato dalla compagnia torinese Volti Anonimi e andato in scena nel conosciutissimo Teatro Ariston di Sanremo (Im) domenica 9 giugno.

Un vero e proprio evento di solidarietà, visto l’intento benefico organizzato da Teatro Eventi, ma allo stesso tempo un’occasione per divertire il pubblico mediante un susseguirsi di scene esilaranti interpretate impeccabilmente dalla compagnia.

A far da protagonisti, per citarne solo alcuni, sono una Signora delle Camelie “sputacchiante”, l’indimenticabile coppia Sandra-Raimondo, l’equivoco “micina” ripreso dal Drive In degli anni Novanta, un “tragicomico burlesque”, un divertente cinema muto.

Ridere nel vero senso del termine come attesta la comicità intrisa in uno spettacolo che unisce dunque momenti del varietà tutto all’italiana a celebri nomi del cinema e della musica internazionale.

A colori perché stravagante, eccentrico, unico nella sua originalità e perciò brillante, appunto colorato di mille sfumature che spaziano dall’ironia propriamente nostrana alla tradizione teatrale, musicale e cinematografica.

Un mix ben riuscito dal quale viene fuori uno studio dettagliato sulla commedia all’italiana e un’interpretazione assolutamente degna di nota.

Maria Pettinato

Una voce narrante, una chitarra, la musica e le parole di John Lennon. Un’atmosfera laboriosa, peculiare direte voi e a renderla ancora più preziosa ci ha pensato la suggestiva cornice del Teatro Salvini di Pieve di Teco (Im), che con i suoi palchetti e le sue novantanove poltrone rende la teatralità un momento di unione, oltre che di arte.

È la bresciana Compagnia Sergio Isonni a presentarci John Lennon, punto e… a capo, un reading biografico nato dall’idea di Giò Veneziani, scritto e diretto dal regista Matteo Treccani e interpretato da Sergio Isonni e Salvatore Rinaldi.

Punto e… a capo come rinascere, ricominciare, non avere paura. Punto e… a capo come la vita di Lennon che è stata molteplice perché ha unito tante di quelle emozioni, avventure, esperienze che tutte insieme non ne fanno una di esistenza.

La morte della madre, i matrimoni e i divorzi, la nascita e la fine dell’era Beatles, la critica, l’amore – quello vero – per Yōko Ono, i figli, la droga, la voglia di cambiare il mondo, l’impegno pacifista e poi le decise cinque pallottole che lo hanno ucciso nel 1980.

Tante vite vissute intensamente, senza avere paura del giudizio, da parte di un uomo che è da definirsi leggenda e che nel complesso, con la musica, le provocazioni, le parole, ma anche i fatti, ha cercato di cambiare il mondo diventando un vero e proprio esempio pacifista.

Ed ecco che Lennon rinasce in questo spettacolo, nei messaggi di pace presenti in brani unici e ricchi di significato che interpretati musicalmente da Rinaldi e descritti con enfasi dalla voce narrante di Isonni hanno fatto riflettere il pubblico del Salvini.

Proprio perché siamo di nuovo punto e… a capo, proprio perché qualcuno ci ha messo la faccia per poter cambiare il mondo e purtroppo quel mondo gli ha voltato le spalle e forse proprio perché la storia si ripete e l’attualità in realtà è sempre dietro l’angolo!

Un reading davvero ben riuscito, risultato di un ricco lavoro di ricerca come attesta la drammaturgia di Treccani che a mio avviso può collocarsi nella sfera del “sociale”, tipologia teatrale che vuole lasciare qualcosa e far pensare, ma anche teatro che narra oggettivamente un’epoca.

Maria Pettinato

S’a va ben, a me maìu è una commedia semi dialettale in tre atti scritta da Franco Gramondo e interpretata dalla compagnia amatoriale dianese L’Arca di Noè, la quale ha offerto allo spettatore una rappresentazione umoristica e ben riuscita nel complesso.

Scenografie, dialoghi, musica, costumi, infatti, nel loro insieme hanno creato un’atmosfera “teatrale” nel vero senso semantico che ricorda per certi aspetti le commedie del grande Carlo Goldoni.

Tratti che le riecheggiano sono il prendersi beffa dei propri padroni da parte di Felice e Giacò, rispettivamente servitori di Bertu e Giachin, gli intrighi amorosi che vanno a crearsi tra i vari personaggi, Amelia e Bertu per primi, le conseguenti discussioni tra le rispettive famiglie, la casa di campagna e la classe sociale che per antonomasia è legata al denaro ed è facilmente vittima di burle da parte della servitù, la borghesia arricchita.

Elementi che rendono la commedia un susseguirsi di momenti dinamici capaci di coinvolgere il pubblico che, divertito, entra appieno nella trama interpretata prevalentemente in dialetto ligure e anche per questo ricca di enfasi e unicità.

Caratteristiche che emergono dalla passione che ne viene fuori, la quale è senza dubbio il motore dell’intero lavoro come dimostra uno spettacolo che ha palesemente alle spalle mesi di studio e di prove. Lo si nota nella comicità inserita al momento giusto, nella battuta pronta, nelle movenze dialettali e assolutamente efficaci.

Un lavoro dunque ben riuscito e con alla base una causa importante vista la decisione di devolvere il ricavato delle offerte del pubblico a famiglie bisognose.

Mi complimento con una compagnia unita artisticamente come L’Arca di Noè e che dire… l’Artefatto aspetta la prossima rappresentazione!

Maria Pettinato

Avete presente la “catarsi”? Quella sensazione di liberazione, di sprigionamento delle proprie energie, emozioni, stati d’animo magari repressi. Un momento che nella vita bene o male ognuno di noi ha provato almeno una volta.

Può essere intesa come la liberazione da una situazione o persona danneggiante per il proprio essere oppure, come riteneva Aristotele, dalle passioni che inducono al male dell’anima.

La domanda che sorge spontanea è: cosa c’entra in tutto ciò la figura del grande filosofo greco? Ovviamente è associabile alla cosiddetta Grecia classica, periodo di estrema importanza per ciò che riguarda la nostra storia intesa nelle sue varianti filosofiche, mediche, psicologiche. Importante è però specificare come questa era sia significativa anche dal punto di vista del teatro inteso come esperienza di unione.

Ma partiamo dall’inizio descrivendo sinteticamente le caratteristiche basilari del teatro greco (V secolo a.C). Si svolgeva innanzitutto in tre periodi dell’anno corrispondenti a tre feste in onore del dio Dioniso (le Grandi Dionisie, le Lenee e le Dionisie rurali) in un edificio generalmente costruito in collina per sfruttarne la pendenza.

Teatro greco ad Atene

Questo era dotato di scenografia e di uno spazio detto orchestra dove presumibilmente era inserito il coro, da definirsi la metafora di giudizio nella rappresentazione teatrale.

L’aspetto più importante di questo periodo è pressoché uno ed è la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima.

Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Edipo re di Sofocle interpretato da Franco Citti nel film di Pier Paolo Pasolini (1967)

La rappresentazione di storie appunto tragiche nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana.

Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce vista la distanza tra attore e pubblico.

Esempio di maschera greca

Essa può essere inoltre interpretata come la metafora dell’irrazionalità e del trasposto della passione che oscura e domina quello che realmente si è: una bellezza fanciullesca e pura.

Maria Pettinato

Ha ragione papà, questa è una dannata invenzione senza futuro

Attraverso uno spettacolo imperniato di comicità, sentimento e romanticismo, la Compagnia dei Demoni offre allo spettatore una vera e propria “carrellata cinematografica” accompagnando la trama a citazioni, musiche, scene di film che hanno fatto il cinema.

È la storia dei fratelli Auguste e Louis Lumière ad emergere a Lo Spazio Vuoto (Imperia) i quali, nonostante i giudizi e le delusioni iniziali e mediante l’appoggio di una madre non più in vita, ma comunque presente, hanno dato vita a quella che era stata definita erroneamente dal padre Antoine Lumière “un’invenzione senza futuro”: il cinematografo.

Il sogno rivoluzionario di “catturare la vita” arriva allo spettatore per mezzo di una combinazione di stili cinematografici diversi tra loro, ma tutti uniti dalla volontà di trasmettere qualcosa a chi si trova al di là dello schermo.

Questo traspare nella musica coinvolgente e direi riflessiva di Giorgio Mirto e nell’unicità attoriale di Marco Taddei, Celeste Gugliandolo e Mauro Parrinello nell’interpretare impeccabilmente Auguste, Louis e Marie/madre utilizzando una tecnica recitativa corporea che riporta alla mente il cinema muto e tutto ciò che ad esso è associato: lo “scatto”, la sintesi, la velocità del movimento e quindi della pellicola.

L’evoluzione cinematografica si trasforma perciò in protagonista e ciò è evidente, oltre che nel richiamo ai film contemporanei e successivi ai Lumière e alla scoperta del montaggio, del sonoro e del colore, in un finale “dei giorni nostri” davanti ad uno schermo e con in mano un telefono cellulare.

Cambiamenti ed evoluzioni sono quindi alla base di questo spettacolo che si è dimostrato dinamico, movimentato, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ drammatico forse proprio come il cinema che è di per sé metafora di vitalità, ma allo stesso tempo di nostalgia vista la sua capacità di intrappolare immagini e sensazioni, come fossero un ricordo di qualcosa che mai più si ripresenterà.

Maria Pettinato

L’INVENZIONE SENZA FUTURO

  • Con Marco Taddei, Mauro Parrinello, Celeste Gugliandolo
  • Ideato da: Francesca Montanino, F.Giani, M.Parrinello, C.Gugliandolo
  • Scene di: Maria Mineo e Valentina Santi
  • Aiuto regia: Federica Alloro
  • Musiche originali di: Giorgio Mirto

Emancipazione, unione,qualità sono solo alcune delle caratteristiche che emergono nella commedia Tutte a casa, diretta da Vanessa Gasbarri e andata in scena il 18 marzo al Politeama Dianese (Diano Marina, IM).

Sono gli anni della Grande Guerra e di tutto ciò che ad essa è associata: difficoltà, litigi, solitudine, lotte, ma anche possibilità di emergere, di dimostrare il proprio valore, di emanciparsi. Sono gli anni in cui gli uomini non ci sono, in cui si combatte con orgoglio per la patria, in cui le donne devono cavarsela da sole nonostante i giudizi imperniati nel Bel Paese.

Il clima evocato è sconfortante, ma è anche opportunità come dimostrano le cinque protagoniste, tutte legate alla Premiata Ditta Colombo e Gallo, fabbrica milanese di autocarri, momentaneamente priva di direzione perché l’ingegner Gallo, imprenditore nonché marito dell’alto-borghese Margherita (Paola Gassman), si trova prigioniero degli austriaci.

Occasione che permette alla donna leggera e apparentemente ingenua di prendere le redini in mano di quella che era l’azienda paterna e di dimostrare di valere qualcosa. Lo fa assumendo come operai, con l’aiuto della segretaria e poi amministratore delegato Liliana (Mirella Mazzeranghi), tre donne apparentemente diverse da lei, ma in realtà concernenti lo stesso ordine che è quello femminile: la proletaria Comunarda (Paola Tiziana Cruciani), la religiosa e moglie perfetta Teresa (Claudia Campagnola) e la giovane Giacomina (Giulia Rupi).

Personalità inizialmente distanti e ostili tra loro a causa del pregiudizio, dello stereotipo e di un percorso ben tracciato e imperniato nella mentalità di quegli anni. Ma è proprio di fronte alle problematiche economiche, alle critiche, alla concorrenza che scoprono qualità che fino a quel momento erano rimaste nascoste, prigioniere della società maschilista novecentesca che ahimè si ripresenterà con l’arrivo degli uomini alla fine del conflitto.

Attraverso momenti piacevoli e divertenti Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis sono riusciti perciò ad offrire allo spettatore una commedia ironica, dinamica, ma allo stesso tempo efficace nel far emergere tematiche spesso accantonate dalla storia come il ruolo della donna durante la guerra, eroina anch’essa come il fante, vista la sua capacità di affrontare il sacrificio, e la lotta per l’emancipazione che non è da considerarsi solo femminile ma anche sociale perché incentrata sulla volontà di ottenere il proprio riconoscimento come membro della comunità.

Periodo storico descritto quindi con realismo mediante una recitazione di grande qualità che ha dimostrato di riuscire perfettamente sia nella comicità, senza perdere mai di vista l’importanza della tematica affrontata, che nella drammaticità come dimostra il monologo di Comunarda successivo all’arrivo della lettera dal fronte.

Ottima è infine la scenografia curata nel dettaglio e accompagnata da un’illuminazione chiara, quasi “ingiallita” che richiama l’epoca passata e dunque il clima vintage che la caratterizza.

Maria Pettinato

TUTTE A CASA

Di Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis

REGIA: Vanessa Gasbarri

ATTRICI: Paola Gassman, Mirella Mazzeranghi, Paola Tiziana Cruciani, Claudia Campagnola, Giulia Rupi