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Archivio tag: I LUOGHI DEL CUORE

Si sa, Napoli, oltre che per la sua bellezza territoriale è conosciuta nel mondo per la sua grande capacità attoriale.

Un’infinita lista secolare di talenti partenopei ha reso il teatro napoletano uno dei più importanti e ammirevoli dal punto di vista internazionale. Illustri nomi hanno infatti cavalcato i più importanti palchi del mondo entrando così nella storia di ciò che per noi italiani è motivo di orgoglio, la cultura teatrale.

Teatro di estrema importanza , caratterizzato da quella naturalezza che lo rende decisamente unico, reale, grottesco sotto certi aspetti come ha dimostrato il grande Antonio De Curtis, in arte Totò, che mediante gesto e comicità è diventato uno dei più importanti attori di tutti i tempi.

Drammaturgia autorevole, forse a volte punzecchiante, ironica, semplice, popolare e quindi tragica al momento giusto come quella dei Fratelli De Filippo, capaci di fondere comicità, talento ed esperienza in bellissime opere come Natale in casa Cupiello (1931) per citare una delle più famose.

Comico, ma allo stesso tempo riflessivo e malinconico come nel caso di Massimo Troisi, esponente leggendario, mito nella storia teatrale e cinematografica.

E in questo lunghissimo elenco a emergere vi sono anche importanti donne che hanno fatto e fanno tuttora emozionare lo spettatore, il quale rimane abbagliato non solo dalla loro bellezza che è senza dubbio unica perché totalmente affascinante, ma soprattutto dal loro naturale dono, appunto la recitazione.

A riguardo emergono senza dubbio la grande Titina De Filippo, attrice e autrice di grande capacità e importanza nel panorama teatrale novecentesco, la diva per antonomasia Sophia Loren che incarna oltre al talento attoriale che l’ospitale Napoli le ha donato, la tipica bellezza mediterranea, passionale nella sua semplicità, e parlando di attualità non può non essere nominata la grande Lina Sastri, il cui estro melodrammatico é assolutamente degno di nota come dimostra l’intensa carriera teatrale e cinematografica.

Teatro decisamente vitale, dinamico, vero perché nato dalle origini, semplicemente dal popolo e per questo da definirsi storia di Napoli, arte ineguagliabile, appunto napoletana, come solo i suoi figli conoscono fino in fondo, perché è decisamente parte di loro.

È perciò carnale, appartenente a un luogo che è di per sé un palcoscenico di colori, suoni, emozioni. Un teatro che entra dentro trasformandosi in qualità propria.

Maria Pettinato

Se vai in Calabria sentirai che c’è un odor di Calabria come c’è un odor di neve, come c’è un odor di sole.


Anselmo Bucci

Per la rubrica I luoghi del Cuore, non posso non parlarvi, cari Artefattini, di quello che per me, più di tutti, lo rappresenta: la Calabria.

La mia Regione. Ci sono nata, per lei ho dato, ho scritto, ho avuto, ho rinunciato. A volte mi ha fatto anche arrabbiare, forse in alcuni casi mi ha addirittura delusa, ma quello che sento quando penso a lei o quando la devo lasciare è indescrivibile, è tante emozioni insieme racchiuse però in una sola parola: malinconia.

Forse perché è vero il detto “quando vieni al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando parti!”, o forse perché “il male di casa propria” come lo hanno definito gli antropologi culturali esiste davvero.

L’unicità sta nella sua capacità di racchiudere in sé mille sfaccettature diverse, che la rendono per questo vera e pura.

La Calabria è durezza, fragilità, bontà, amore, famiglia.

La Calabria è mare cristallino, montagna innevata e collina verde, ma di quel verde che sotto il sole diventa quasi giallo e quasi nuvola, una nuvola sulla quale lasciarsi trasportare da quanto è soffice, ed è poi cielo stellato, la cui luminosità si imbatte negli argentei ulivi.

La Calabria è colori, tradizioni, musica, cultura, storia.

La Calabria è il mio paese, Sersale, è caminetto, è panino con ‘a soppressata, è Nonno Pasquale.

La Calabria è Noi, che pur girovagando per il mondo, vittime forse di un sistema ormai ahimè penetrato nello stereotipo comune, non ci dimentichiamo di lei, rimanendone orgogliosi nonostante tutto.

La Calabria è Calamita pura.

Maria Pettinato

Genova è senza dubbio uno dei miei luoghi del cuore, non solo perché quando penso a lei mi tornano alla mente gli anni dell’università, quelli spensierati, ricchi di progetti e di ambizioni, ma anche perché è per eccellenza, e da sempre, la città della forza, della cultura e dei sogni.

Sogni perché è proprio dal suo porto che migliaia e migliaia di persone si sono imbarcate per le terre della fortuna, credendo e affidandosi al destino. Forza nel vero senso della parola! Da sempre i genovesi dimostrano unione e determinazione affidandosi al gruppo, ad una sorta di patriottismo direi, un forte legame alla propria città come i fatti recenti hanno ben dimostrato.

E poi c’è la cultura, presente non solo nella storia attoriale e musicale di Zena, ma anche semplicemente nel modo di fare tipicamente genovese, apparentemente scontroso e indispettito, e allo stesso tempo artistico e unico, accogliente nel suo modo che è suo e basta, vivo ed elegante.

Un mix di culture secolari, un grande bagaglio conoscitivo e l’orgoglio di appartenenza sono riassumibili nelle piccole cose, dalla focacceria dietro l’angolo ai vicoli multietnici che riportano alla mente i brani di Fabrizio De Andrè, dalla zona universitaria di Via Balbi in cui sembra quasi che il tempo si sia fermato ai musei curati e studiati nel dettaglio perché il loro compito è quello di valorizzare l’identità genovese.

Uno di questi è il Galata, Museo del Mare, suddiviso in cinque piani (comprendendo il piano terra), ognuno dei quali dotato di una propria essenza e coerenza storica, ma con un tema centrale che crea autenticità: la cultura marittima genovese.

Si passa dall’esposizione di importanti documenti e dipinti, tra cui i ritratti di figure importanti per la storia marittima e non solo di Genova, come Cristoforo Colombo e Andrea Doria, alla ricostruzione della vita a bordo di una galea per citare una piccolissima parte di ciò che offre il Galata.

Ma la parte che forse più di tutte trasmette unicità ed emozioni così forti da lasciare il visitatore a bocca aperta per lo studio e la ricerca inerenti al contesto offerto, è situata al terzo piano e riguarda la storia delle emigrazioni italiane e delle nuove immigrazioni.

La vita dell’emigrante diventa quella del visitatore che mediante un passaporto e un biglietto di imbarco diventa uno di loro celandosi nei suoi panni, entrando nella sua storia di persona e nella sua avventura transoceanica, drammatica sotto tanti aspetti e per questo a volte, come dimostrato dalle documentazioni epistolari, cancellata, almeno apparentemente.

La dogana, le camerate che dividevano le donne dagli uomini, la scarsa alimentazione, le malattie che a volte si diffondevano e che ponevano fine alla speranza di giungere a destinazione, l’arrivo tanto atteso e spesso il ritorno per mancanza di requisiti, vengono alla luce mediante testimonianze fotografiche, lettere, video e ricostruzioni dell’ambiente in sé.

Un tempo che sembrava non finire mai all’interno del piroscafo che avrebbe cambiato la vita di queste persone, ma anche di coloro che rimanevano a casa attendendo e pregando l’arrivo e il cambiamento.

E tu visitatore, nella tua grandezza di uomo, ma a volte nella tua piccolezza perché immerso nell’indifferenza che caratterizza ahimè questo secolo, ti senti indifeso di fronte a ciò che è stato e a ciò che è di nuovo e lo capisci non appena giungi in una delle ultime sale del museo, dalla quale è riconoscibile il barcone dei telegiornali, delle fotografie, ma questa volta è vuoto e proveniente direttamente da Lampedusa per far sì che questa nuova parentesi storica non venga dimenticata.

Comprendi, vivendolo, il viaggio della speranza che ci ha caratterizzato e ci caratterizza come nazione da secoli. E giungi poi, più ricco culturalmente, ma diciamo anche più consapevole della tua storia, nella terrazza panoramica, situata all’ultimo piano, ed è qui che respiri il mare e la bellezza di Genova in tutta la sua maestosità.

Maria Pettinato

Tellaro

Verso Tellaro cupole di fogliame da cui sprizza una polifonia di limoni e arance e il velo evanescente di una spuma, di una cipria di mare che nessun piede d’uomo ha toccato o sembra, ma purtroppo il treno accelera…

Eugenio Montale

22 maggio 2019. Il secondo giorno nel Golfo dei Poeti è cominciato nel migliore dei modi: colazione al sesto piano dell’Hotel Shelley e delle Palme con tanto di vista mozzafiato su Lerici, e centro benessere, dove ad accoglierci abbiamo trovato Alessia, professionista nel settore estetico, che con gentilezza ci ha accolte e coccolate. (Clicca qui per leggere Primo giorno nel Golfo dei Poeti: LERICI E SAN TERENZO.)

Vista dal sesto piano dell’Hotel Shelley e delle Palme

E poi di nuovo nel magnifico centro lericino, che più lo ammiri e più te ne innamori, che più lo guardi e più ti senti immerso in un’epoca remota in cui regnano armonia e serenità, in cui l’ispirazione si fa strada cullandoti, così come le onde del mare il cui suono ti rilassa su uno scoglio.

Lerici al tramonto

Luogo magico da qualsiasi punto di vista, che sia esso una semplice ma strepitosa frittura mista preparata con il sorriso dalle ragazze della gastronomia Siamo Fritti, un tramonto meraviglioso sul mare che per fortuna abbiamo visto dopo due giornate di nuvole (perché vi assicuro che ne vale davvero la pena!), un gruppo di bambini che giocano sereni a pallone riportandoci alla mente i ricordi dell’infanzia, un set fotografico di abbigliamento tedesco in piazza Garibaldi con tanto di Vespa 50 Special presa in prestito da un ragazzo del posto,…

Lerici al tramonto
Il fritto misto da Siamo Fritti

Ma è il pittoresco borgo di Tellaro, il più bello di Italia, la ciliegina sulla torta come si suol dire! Splendido come gli altri, ma dotato di quell’essenza tutta sua, che può definirsi a tratti malinconica ed enigmatica.

Le vasche delle donne

Sono i piccoli vicoli sui quali barchette di tonalità diverse tra loro vengono ancorate, i gattini sui davanzali immersi anch’essi nel tempo sospeso, la Chiesa Oratorio di Santa Maria che erge sulla cima, il mare davanti alle case, la Chiesa di San Giorgio Martire che sembra quasi uscire dalla spuma delle onde, le vasche nelle quali le donne del borgo si incontravano per fare il bucato, a rendere Tellaro un paradiso di pace.

Barche ormeggiate nei vicoli di Tellaro
I gatti di Tellaro

Sono fascino, mistero e leggenda le parole che vengono alla mente ripensando a questo piccolo, ma grande borgo, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde” come lo ha definito Mario Soldati.

Maria Pettinato

Lerici

Qui sono io, seduta accanto ad una finestra aperta, su un balcone, […] ma come descrivere le colline, le alte case, rosa, gialle, bianche, e un mare vero, e non immaginario, d’un color viola scuro, senza onde rollanti […]

Virginia Woolf

Cosa c’è di meglio del rinomato Golfo dei Poeti per raggiungere la pace? Il posto in cui scrittori, artisti e intellettuali hanno trovato l’ispirazione necessaria per creare veri e propri capolavori. A pensarci ritenevo tali affermazioni semplici leggende, un modo per attirare turisti da tutto il mondo, invece… è davvero così amici Artefattini!

Ma partiamo dall’inizio…

21 maggio 2019, Treno Intercity 505, destinazione: La Spezia. Valigia, mamma, voglia di relax e cultura.

Giunte a La Spezia siamo state accolte nel migliore dei modi dai suoi cittadini, i quali ci hanno fornito con gentilezza e ospitalità le informazioni necessarie per raggiungere il nostro luogo del cuore, Lerici, una cittadina a dir poco raffinata affacciata sul Mar Ligure.

Appena arrivate, che dire… E-STA-SIA-TE! Di fronte a noi, le tonalità pastello delle piccole casette davanti al mare, le onde violacee del mare, un castello quasi irreale sopra la scogliera, le barchette ormeggiate con ordine, e poi… il profumo del mare e il silenzio, che aleggiando nell’aria avvolgono il borgo di un’atmosfera incantevole, nonostante il brutto tempo di questi giorni.

Vista dal castello di Lerici

Un vero e proprio quadro da ammirare, un luogo nel quale, oltre a sentirsi pienamente a casa vista la cordialità insita nei suoi abitanti, si vivono sensazioni di totale distacco con il caos dell’esterno, di armonia, consapevolezza e serenità.

Centro di grande cultura testimoniata non solo dai numerosi eventi annuali pubblicizzati in ogni angolo da locandine e manifesti, ma anche semplicemente dalla volontà di rimanere ancorati alle proprie tradizioni.

Lo si può notare dal clima marinaro che si respira e che si vede nelle figure di pescatori impegnati nelle proprie attività sulla banchina del porto di Lerici i quali, se ammirati durante il tramonto, richiamano alla mente epoche passate.

Pescatori sul Porto di Lerici

Passeggiando si giunge poi a San Terenzo, alla cui estremità si può ammirare il secondo castello della giornata, fortificazione suggestiva e anch’essa ricca di enfasi, posta di fronte a quella di Lerici. È come se i due castelli alleati si guardassero negli occhi in difesa del proprio paradiso dalla confusione esterna.

San Terenzo dal castello

Anche qui protagonisti sono i piccoli vicoli, l’estrema cura architettonica, la tradizione marinara di pescatori che ancora oggi si incontrano presso la Società Pescasport per un bicchiere di vino, una giocata a carte e la partita della loro squadra del cuore… semplicemente il borgo marinaro.

San Terenzo zona castello

E poi la lettura di un libro davanti al mare, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli sottostanti, il gelato della migliore gelateria del posto, La Rana Golosa, il promontorio di Marigola fatto di roccia e vegetazione.

Suggestione, luogo senza tempo, emozioni uniche ci hanno accompagnate in questo nostro primo giorno facendoci comprendere ancor di più i pensieri di illustri intellettuali, dal poeta Percy Bysshe Shelley alle scrittrici Mary Shelley e Virginia Woolf, dal regista Mario Soldati a Paolo Bertolani, per citarne alcuni.

Ma non è finita qui… a presto con il Secondo giorno nel Golfo dei Poeti: Lerici e Tellaro.

Maria Pettinato

Chiunque è stato in Africa, principalmente sul versante Indiano, può capire a cosa mi riferisco quando dico che è il continente dei mille colori e dei mille profumi, del sorriso e della bontà. È interessante notare come la sua cultura, ben intrisa nel modo di esprimersi dei suoi popoli, sia un misto di usi e costumi differenti.

Una di queste è senza dubbio la cultura dei Masai, etnia collocata sulle alture della Tanzania e del Kenya, ma allo stesso tempo transumante, cioè emigrante per vari motivi che possono essere la ricerca di cibo e acqua, ma anche, come accade recentemente, la ricerca di lavoro a contatto con i turisti, come succede ad esempio nell’isola di Zanzibar dove ho avuto la possibilità di entrarci a contatto e comprendere le loro usanze.

Una di queste è senza dubbio il ballo. Si sa infatti che l’Africa è musica, è movimento e quando pensiamo a lei spesso la mente ci porta a immaginarci gruppi di africani muoversi su ritmi dinamici come se fosse qualcosa di assolutamente naturale.

Non sempre però i loro balletti sono legati alla musica strumentale e non sempre seguono i canoni che noi immaginiamo quando pensiamo a loro. Mi riferisco ai balletti Masai che lasciano senza fiato lo spettatore regalandogli una sensazione di stupore e meraviglia per la loro capacità di utilizzare il corpo e la voce creando coreografie di gruppo eccezionali, diverse tra loro in base al significato ad essi associato.

Uno di questi è l’Ormunjololo, un ballo di benvenuto solitamente offerto ai forestieri. È caratterizzato da movimenti sciolti, leggeri e salti molto alti in posizione retta svolti a turno su una base ritmica creata da un gioco di voce, gola e respiro da parte dei componenti del gruppo, tutti di sesso maschile.

I Masai si autodefiniscono un popolo guerriero tanto che ogni maschio della tribù è cresciuto sui valori della fedeltà, della difesa e dell’unione fraterna. Appena si raggiunge l’età giusta, solitamente i diciotto anni, i maschi vengono mandati a cacciare e in questa prima occasione devono manifestare ai capi la loro virilità.

La caccia ha dunque un valore rilevante per loro e questo si materializza nell’Emburkoi, un balletto svolto dagli uomini in gruppo al ritorno dall’avventura di cattura e anche in questo caso la musica è voce, gola e respiro che insieme formano un ritmo che ricorda il “verso della savana”, in quanto va a ricostruire la voce degli animali che la abitano.

Per quanto riguarda le donne, il ballo che le caratterizza è l’Engonjira, il cui significato è molto profondo ed è quello dell’amore. Ballano in qualsiasi momento della giornata utilizzando come musica la voce ed esprimendo eleganza e femminilità attraverso movimenti graziosi e mai volgari.

Le emozioni che loro regalano a chi li vive sono straordinarie. Sono allegria, serenità, pace. E non le trasmettono solo con i loro balli, ma anche attraverso la loro bontà e la loro voglia di vivere.

Maria Pettinato

Grazie Zanzibar, grazie Amici Masai, ma soprattutto grazie a te Benjamin e alle tue informazioni.