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Archivio tag: ECCELLENZE CINEMATOGRAFICHE

Siamo abituati a pensare a Joker come la nemesi di Batman, il genio del male, un criminale psicopatico amante di omicidi.

Questa volta è qualcosa di più. Il Joker di Todd Phillips, Leone d’oro al Festival di Venezia 2019, è un personaggio studiato nel dettaglio, la raffigurazione della disuguaglianza e del degrado sociale, nonché la rabbia dei giorni nostri.

È il 1981. Arthur Fleck è un clown affetto da un disturbo psichico che gli provoca incontrollabili attacchi di risate in momenti di tensione. Vive con l’anziana madre Penny a Ghotam City e ha un sogno: diventare un comico di successo.

Lotta con educazione e in punta di piedi per raggiungere il suo progetto, senza però ottenere nulla di concreto rimanendo lo zimbello da prendere in giro e bullizzare.

Fino a che non si trasforma ne “l’assassino dei ricchi”, in una sorta di “eroe della follia” per la massa degradata che abita nei quartieri altrettanto deteriorati di Ghotam e che come lui non ha possibilità di emergere in un sistema in cui solo il potente privo di valori e indifferente verso il prossimo ha la meglio.

La stessa folla che fino a poco prima non aveva considerato Arthur o al massimo lo aveva emarginato.

Si assiste dunque alla trasformazione di Fleck in Joker e della sua vita che “da tragedia diventa commedia”. Un cambiamento che rende sempre più evidenti i suoi disturbi della personalità, legati a un’infanzia abusata da una madre altrettanto malata.

Ed è così che viene fuori la storia di Joker per quella che è, raccontata da un punto di vista inusuale e assolutamente originale, diretta da un regista che aveva in mente un personaggio differente dalle precedenti versioni cinematografiche.

Un thriller psicologico in cui il protagonista è nato da un progetto a quattro mani avviato assieme all’attore che lo ha interpretato, Joacquin Phoenix, il quale è decisamente entrato nella psiche di Joker per poterla rappresentare al meglio.

Un ruolo degno di Oscar, non facile da mettere in atto, ma riuscito positivamente, come se Phoenix si fosse oggettivamente trasformato in Arthur/Joker.

E lo abbia fatto non solo dal punto di vista psichico ed emotivo, ma anche fisico come dimostrano i 23 kg in meno dovuti a una dieta ferrea, le inquietanti espressioni del viso e gli angoscianti movimenti del corpo che lo rendono meno umano e sempre più grottesco, ma anche più leggero ed elegante ricordando per certi aspetti le maschere della tragedia greca e della commedia dell’arte.

Nel raffigurare il disagio di Arthur, Phillips non ha fatto altro che portare a galla ciò che è la società attuale, apatica e priva di senso comune, ma soprattutto di riferimenti reali e perciò portata all’anarchia da assassini e criminali.

Ghotam è quindi il mondo di oggi in cui c’è chi emerge facendo buon viso a cattivo gioco come Murray Franklin, presentatore di talk show che contribuisce al crollo psichico di Joker, interpretato da Robert De Niro che, dal punto di vista attoriale, definisce il suo ruolo nel film un omaggio al Re per una notte (1983) di Martin Scorsese.

Non mancano infine chiari riferimenti a Charlie Chaplin che si ritrovano esplicitamente nella canzone Smile, da lui composta per Modern Times, o nelle scene che lo raffigurano, ma anche nella sua visione tragica sui “tempi moderni”, direi azzeccata oggi come allora.

Maria Pettinato

Film atteso, criticato, anche apprezzato, ma soprattutto inaspettato è C’era una volta a… Hollywood (Once upon a time in Hollywood) di Quentin Tarantino.

Se ne è dette di ogni, il pubblico deluso per un film che poco ha a che fare con l’azione tipicamente tarantiniana, la critica sorpresa e affascinata da ciò che le è stato mostrato.

In questo ha influito e non poco la decisione del regista di non svelare nulla sulla trama, creando così lo stupore necessario per affrontare un finale “diverso” rispetto a quanto ci si aspettava, ma anche una trama poco movimentata, in cui sono i personaggi questa volta a venire fuori con il proprio essere e non l’azione in sé.

Protagonista è il cinema, è Hollywood 1969 e tutto ciò a essa legato. A emergere sono i manifesti pubblicitari, le locandine, il drive-in, i cinema, i set western, il cibo in scatola in serie alla Andy Warhol e la pubblicità che prende il sopravvento.

“C’era una volta” che ha il significato di una favola, di come Tarantino immagina Hollywood e il “finale”, diverso rispetto a come sono andate le cose in realtà il 9 agosto 1969 a Cielo Drive quando Charles Manson e la sua “family” hanno ucciso la moglie del regista Roman Polanski, l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi, e i suoi tre amici, compiendo una vera e propria strage.

Un fatto realmente accaduto inserito dal regista come sfondo in un film che vede come personaggi principali, oltre alla Tate interpretata egregiamente da Margot Robbie, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), suo vicino di casa, e Cliff Booth (Brad Pitt).

Rispettivamente attore acclamato, ma sul viale del tramonto e perciò depresso a causa dell’avvento della televisione e di una nuova Hollywood, che è appunto quella di Roman e Sharon, e la sua controfigura, leggera e leale.

Citazioni e omaggi sono la risposta di Tarantino alla domanda “cos’è per te il cinema?” e sono il motore su cui ruota questo capolavoro cinematografico. Non sono poche infatti le curiosità legate a esso.

Una di queste è l’omaggio al regista nostrano Sergio Leone, riscontrabile nel titolo C’era una volta a… Hollywood che ricorda decisamente C’era una volta il west (1968) e C’era una volta in America (1984), capolavori indiscutibili dello “spaghetti western”.

Menzione al nostro genere riscontrabile anche quando viene nominato un altro maestro, Sergio Corbucci che è il regista con il quale Dalton lavora in Italia per Nebraska Jim, una pellicola di pura invenzione tarantiniana.

Ma anche “c’era una volta” come i film di Walt Disney, citato dalla bambina-attrice Trudi-Mirabella Lancer (Julia Butters), che peraltro nella geniale spiegazione del lavoro dell’attore nomina tra le righe Il lavoro dell’attore sul personaggio di Sergeevič Stanislavskij.

“C’era una volta Hollywood”, diversa, talentuosa, ora un ricordo di Dalton, divo indimenticabile, ma ormai passato di moda. E poi “c’era una volta” Bruce Lee, che appare in due scene in un’ironica presa in giro.

Cast stellare voluto espressamente dal regista, omaggiando il cinema anche in questo modo, che è quello di oggi, diverso sì, ma assolutamente degno di qualità.

Così come non poteva mancare a riguardo il richiamo a film come Pulp Fiction, Kill Bill e Bastardi senza gloria, che immancabilmente ci tornano alla mente.

Oltre alla coppia Di Caprio-Pitt, senza dubbio dotata di egregio talento, non mancano, per citarne alcuni, Al Pacino nel ruolo dell’agente di Rick Dalton, Luke Perry nella sua ultima apparizione, Bruce Dern nel ruolo di George Spann, proprietario del runch che ha ospitato Charles Manson, interpretato da Damon Herriman, e la “family” negli anni Sessanta.

Nono film, penultimo secondo quanto dichiarato da Tarantino già agli albori della sua carriera, il quale ha sempre affermato di volerne realizzare dieci e poi ritirarsi, tanto che il titolo iniziale da lui pensato era appunto Numero nove.

Detto ciò “C’era una volta a… Hollywood” è da definirsi una pellicola dotata di qualità cinematografiche tipicamente di genere, come d’altronde è il cinema di Tarantino, ma questa volta ha uno scopo ben preciso, quello di comunicare il cinema nella sua essenza, farlo vedere per quello che è dal punto di vista della sensibilità attoriale, registica e di produzione.

Un film forse proprio per questo diverso dai precedenti almeno fino a quando si arriva a un finale a sorpresa, in cui le scene sanguinolente alla Tarantino vengono fuori, con tanto di lanciafiamme e strilla strazianti e in cui la coppia Dalton-Booth si trasforma da attoriale a salvifica, perché la favola ha un inizio che è il “c’era una volta”, ma anche una conclusione, che è sempre lieta.

Maria Pettinato

Che lo si voglia o no la stagione estiva è conclusa cedendo il posto all’autunno con la sua brezza di malinconia e di serena tranquillità.

È la stagione in cui cadono le foglie offrendo un’occasione di rinascita e i cui colori caldi rappresentano l’appoggio necessario per provare a rinascere. Come se ti dicessero “ci sono io a tenerti, cadi e poi, appena sei pronto, vivi ancora”.

E se non va rimane comunque la possibilità di rilassarsi su un comodo divano, sotto un’attraente copertina davanti a un buon libro o a un film strappalacrime.

L’autunno è infatti il periodo dei film impegnativi, commoventi al punto giusto e decisivi per lasciarsi andare allo sfrenato relax. Uno di quei film, consigliato da L’Artefatto, è decisamente Sweet november (Dolce novembre), pellicola del 2001 diretta da Pat O’Connor.

Trama passionale, ma allo stesso tempo così triste da lasciare l’amaro in bocca allo spettatore, soprattutto quando si arriva al finale inaspettato.

Peter (Keanu Reeves) è un dirigente pubblicitario ossessionato dal lavoro, Sara (Charlize Theron) è sinonimo di libertà, follia, voglia di vivere giorno per giorno.

I due si incontrano per puro caso e decidono, pazzi l’uno per l’altra dal primo istante, di avviare un rapporto di passione per tutta la durata di novembre a casa di lei. Decisione assolutamente stravolgente per un uomo come Peter, impostato e materialista, ma normale per Sara che, decisa a non volere per nessuna ragione al mondo complicazioni sentimentali, è specializzata nella cosa.

Trenta giorni di passione, ma soprattutto, appunto, di dolcezza che altro non è che amore allo stato puro. Sentimento che viene fuori quando Peter scopre la malattia terminale della donna e decide comunque di rimanerle accanto chiedendole di sposarlo, ma soprattutto quando lei decide di non farlo soffrire e per questo di mandarlo via pur amandolo immensamente.

È la storia di due persone che si incontrano semplicemente perché devono cambiare, perché è il destino a volerlo. Malvagio sì, ma fondamentale per permettere a lui di diventare un uomo migliore, amante della vita, affascinato da ciò che essa può dare, e offrire a lei un ultimo dono.

E quale mese, se non novembre, quale stagione, se non l’autunno perché questo avvenga. La stagione in cui tutto muore garantendo qualcosa di ancora più bello, ancora più vivo, proprio come le foglie calde che sfiorano con dolcezza il terreno gracile, ma forte perché capace di sostenerle.

Non può non esserci commozione, non si può non provare emozioni, davanti a un film che è nato proprio per suscitarle. E speriamo che fuori piove per assaporarle ancora di più queste emozioni, magari sotto all’attraente copertina e su un comodo divano.

Maria Pettinato

Viale del tramonto (1950), Billy Wilder.
Protagonista: Gloria Swanson

Il cinema può definirsi l’espressione della vita, la sua rappresentazione. Ha infatti la capacità di trasmettere attraverso i suoi film, le sue scene, le sue inquadrature, i suoi fotogrammi ciò che noi viviamo quotidianamente, da un gesto a un’abitudine, da una sensazione a un’emozione.

Quante volte capita di ritrovarsi in un film, in una trama o semplicemente di rivedere in quella scena montata con quella determinata musica un momento vissuto o una persona o un luogo. O magari è un colore ad attrarci, una parola, un paesaggio. Ed ecco che viene fuori appunto l’essenza cinematografica.

Ma, come in tutti i film che si rispettano c’è chi colpisce più di altri, c’è il personaggio che fa sognare, che fa pensare, che semplicemente affascina: il/la protagonista. Ma pensateci, questo non accade anche nella nostra quotidianità?

Pretty woman (1990), Garry Marshall.
Protagonista: Julia Roberts

Ebbene sì, perché nella vita di tutti i giorni la nostra attenzione è palesemente orientata, oggi più che mai, verso chi emerge, chi trasmette qualcosa nel bene o nel male e che ci riesce proprio perché dotato di autenticità.

Noi quel qualcuno, propriamente detto protagonista, lo giudichiamo positivamente o negativamente, ma eccome se questo giudizio è figlio di pensiero ed emozione.

Johnny Stecchino (1991), Roberto Benigni.
Protagonista: Roberto Benigni

Questo avviene nel quotidiano come in un film in cui le azioni del personaggio principale sono osservate, assorbite, giudicate dallo spettatore e accade perché esso è dotato di qualità che pochi possiedono.

Esterna una magia unica, straordinariamente semplice e così forte da colpire non solo chi ha vicino, ma anche chi per puro caso si imbatte in lui/lei.

Io sono leggenda (2008), Francis Lawrence.
Protagonista: Will Smith

Pensate a una Julia Roberts o a un Will Smith ad esempio? Ce li vedreste nei panni di un personaggio secondario? Credo proprio di no.

Oscurerebbero attraverso movenze, espressioni, modi di fare e di comunicare l’attore/attrice di turno.

Moulin rouge (2001), Baz Luhrmann.
Protagonista: Nicole Kidman

Sono poche le personalità che affascinano oggettivamente e il cinema, dotato di occhio e consapevolezza tecnica, ne estrapola le peculiarità e le trasmette poi al pubblico, dotandosi di attori/attrici che palesemente e naturalmente sono i protagonisti.

Maria Pettinato

Il Festival di Venezia 2019, o meglio la 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sta per concludersi e anche quest’anno ha garantito l’occasione per esporre le proprie creazioni filmiche, ma anche e soprattutto per esporsi.

Perché è ormai chiaro a tutti il fatto che il Festival di Venezia in realtà non sia solo e semplicemente un evento culturale, un momento di dibattito intellettuale, la Manifestazione cinematografica con la “M” maiuscola, organizzata con passione e competenza dalla rinomata Biennale di Venezia.

Eh no, cari miei! Venezia a fine estate è il Festival, è la Rassegna, è l’Occasione tanto attesa per pubblicizzarsi, presentarsi, mostrarsi tra tanti e tante.

Ma in realtà ahimè, a emergere dalla passerella rossa, nella massa di attori, fashion blogger (o presunte tali!), influencer e tutti i nuovi personaggi di questi disastrosi anni (e spero che rimarranno solo anni!), aleggia aria di talento ed eleganza molto raramente.

E dalla famosa pedana a distinguersi dalle altre, perché dotata di inconfondibili finezza, sensualità, talento e unica bellezza c’è Penélope Cruz, in concorso a Venezia con il film Wasp network di Olivier Assayas, thriller politico nel quale la vediamo nei panni di Olga, moglie di René Gonzalez, dissidente anti-castrista fuggito in Florida, “moglie del traditore” in pieno regime a Cuba 1990.

Olga (Penélope Cruz) in Wasp network di Olivier Assayas in concorso alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Conosciuta nel mondo per le sue capacità attoriali, oltre che per la sua bellezza, la Cruz è esempio di determinazione, riuscita e riservatezza.

Ma a contraddistinguerla vi è il sacrificio, come ha dimostrato il periodo delle porte sbattute in faccia, degli incontri con persone sbagliate, di rinunce, che si è trasformato poi nel periodo dello studio, della determinazione, delle conoscenze positive come quella avvenuta con il maestro e amico Pedro Almodòvar, che ha creduto in lei contribuendo così alla trasformazione di Penélope ne “La Madonna di Madrid” prima e di icona mondiale poi.

Momenti belli e brutti, ma fondamentali perché è anche grazie a essi che lei oggi è ciò che è, una donna umile, portatrice di valori, una di Noi, la ragazza della porta accanto che ce l’ha fatta, che proviene da una famiglia altrettanto umile.

Diva “raggiungibile”, amata e innamorata del suo pubblico come attesta la passione impressa nei suoi occhi, la dolcezza del suo sorriso, l’ironia tipicamente spagnola, la volontà di tenere fuori dai riflettori la sua vita privata.

Qualità così vere da toccare i presenti che solo a guardarla in una foto pubblicata sui social de L’Artefatto decidono di votare lei preferendola alle altre che, pur dotate di fascino e qualità come dimostrano Monica Bellucci, Alessandra Mastronardi e Cristiana Capotondi – tutte presenti sul red carpet veneziano – spicca diffondendo “luce propria”.

Maria Pettinato

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Ci sono film che grazie a una semplice scena, frase, inquadratura sono entrati nella memoria collettiva.

Hanno infatti creato nella mentalità del grande pubblico delle associazioni tra film-regista-attore da considerarsi per certi aspetti positivamente visto il successo mondiale garantito, ma in altri in modo negativo, in quanto a volte il film trionfante ha aperto, ma anche chiuso la carriera del determinato divo, il quale agli occhi del pubblico era il personaggio di “quel film” e non l’attore talentuoso.

Ma andiamo a vedere quali sono, a mio avviso, cari lettori, gli 8 film che tutti, ma proprio tutti, conoscono…

Via col vento

Chi non conosce la ricca Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e la sua storia d’amore con l’avventuriero Rhett Butler (Clark Gable)? Direi che chiunque, comprese le nuove generazioni, abbiano ben stampata in mente la frase “Dopotutto, domani è un altro giorno!”, che ha reso celebre, tra le tante, il kolossal diretto nel 1939 da Victor Fleming e vincitore di ben nove Premi Oscar.

La dolce vita

Capolavoro indiscusso nella storia del cinema (1960), conosciuto da chiunque non solo perché stiamo parlando di uno dei più grandi registi mai esistiti e di uno dei più grandi attori di tutti i tempi, rispettivamente Federico Fellini e Marcello Mastroianni, ma perché solo a guardarla la Fontana di Trevi ci immaginiamo il sorriso e l’abito nero di Anita Ekberg.

Il Padrino, The Godfather

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” è una delle frasi più famose del primo film di Francis Ford Coppola, e direi del cinema, non solo perché riporta in automatico alla mente scene memorabili tratte appunto da questo capolavoro, ma anche perché è pronunciata dall’indimenticabile Marlon Brando nel ruolo di Don Vito Corleone.

Lo Squalo

Si sa, Steven Spielberg, è uno dei più grandi registi cinematografici esistenti. I suoi film hanno infatti la capacità di suscitare nello spettatore emozioni fortissime, che spaziano da pura adrenalina, come in questo caso, alla commozione, come ad esempio in E.T. L’extraterrestre. Oggi giorno siamo abituati a vedere film dotati di estremi effetti speciali grazie all’uso di tecnologie avanzate, ma pensate al 1975, anno di uscita del film, e ditemi se non è eccezionale ciò che il regista è riuscito a fare con un semplice squalo meccanico. E poi vogliamo parlare della colonna sonora che solo a sentirla mette i brividi?

Dirty Dancing. Balli proibiti

E poi c’è il film che ha fatto e fa sognare ancora oggi, perché è l’amore a emergere sulle ingiustizie, sulle differenze sociali, quelle che c’erano nel 1987, ma che forse sono ancora un po’ presenti. Ed ecco che quando pensiamo al film di Emile Ardoino ci tornano alla mente Patrick Swayze, Jennifer Grey, il volo dell’angelo, (I’ve Had) The time of my life,… ma nulla più perché questo è il classico esempio del film così forte e di successo che alla fine ha creato le agognanti associazioni Ardoino-Dirty Dancing-attori, tranne per ciò che riguarda Swayze che ha avuto la fortuna di ottenere lo stesso successo con Ghost.

Pretty Woman

Rimanendo sul genere romantico, non possiamo dimenticare la pellicola di Garry Marshall che nel 1990 ha lanciato l’amata coppia Julia Roberts-Richard Gere. Film apprezzato soprattutto dal genere femminile per la storia a lieto fine che vede l’eroe Edward salvare la principessa Vivian, la quale a sua volta ha cambiato l’uomo superficiale e ricco facendo uscir fuori la sua vera natura, buona e passionale.

Edward Mani di Forbice

Oltre a rappresentare uno dei capolavori di Tim Burton, questo film (1990) può considerarsi l’inizio della lunga collaborazione tra il regista e Johnny Depp. Film di estrema bellezza, ricordato e apprezzato da chiunque per la capacità attoriale di Depp di rappresentare uno dei soggetti preferiti di Burton: l’emarginato buono, ma incompreso.

Titanic

È decisamente il film che ha garantito non solo il successo a James Cameron, ma che ha rivoluzionato il modo di fare cinema dal punto di vista degli effetti speciali, anche se oggi, abituati a un cinema molto più evoluto, quando lo vediamo ci viene da dire “ma cos’è quello sfondo animato dietro alla coppia Di Caprio-Winslet nella scena ‘Jack sto volando!'”. Memorabile è la drammaticità insita nella pellicola, così come My heart will go on, colonna sonora realizzata da Céline Dion, la quale balza all’orecchio quando si pensa appunto a Titanic (1997).

E voi, grande pubblico di sala, cosa ne pensate?

Maria Pettinato

Quando ho saputo dell’uscita di Aladdin al cinema non stavo più nella pelle, nonostante i miei trentuno anni di età! Era ovviamente tappa fissa andare a vedere la rivisitazione, peraltro in film, di un pezzo della mia infanzia che è un po’ la stessa per tutti i miei coetanei vista l’importanza della Disney nel campo dell’animazione e soprattutto negli anni Novanta.

È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, negli anni del cinema con papà, del mondo dei sogni, nel quale tutto era possibile, in cui tutto si fermava e ogni principessa delle favole ero io.

Semplicemente la magia della Disney! E devo dire che anche questa volta, se pur diversamente, quella realtà si è un po’ ripresentata.

Sul grande schermo un film colorato, gioioso, musicale, la cui trama, ovviamente già ben conosciuta, si è rivelata comunque ricca di spunti nuovi, sorprendentemente unica e moralmente significativa.

Aladdin-Alì (Mena Massoud) è infatti uno di noi, un ragazzo semplice, magari un po’ furbetto, ma allo stesso tempo buono e sognatore, nonostante le imposizioni e gli stereotipi di una società in cui vige il più forte, lo “statista” come specifica lo stesso Jafàr (Marwan Kenzari) descrivendo perfettamente il suo ruolo di traditore. Personaggio quindi apparentemente sfortunato, se pur positivo nelle sue idee, e perciò quasi rassegnato di fronte alle ingiustizie del mondo, finché non arriva la salvezza, rappresentata dal Genio (Will Smith), amico e aiutante del protagonista nell’indirizzarlo verso la strada giusta.

Non sono infatti i tre desideri a salvare Aladdin-Alì, non è la ricchezza ad avvicinarlo alla principessa Jasmine (Naomi Scott), né un titolo nobiliare, ma è semplicemente lui stesso, nella sua essenza e importanza come persona. È la bontà d’animo a salvarlo e a salvare le persone a lui care dal nemico, il quale altro non è che egemonia, sopraffazione, mancanza di rispetto verso il prossimo, caratteristiche tutte incarnate in Jafàr, che in fondo è l’uomo infelice e debole nell’anima perché attratto dal potere e dal denaro, caratteristica tipica della società attuale.

Ma la protagonista indiscussa di questo Aladdin è a mio avviso Jasmine, considerata bella e nulla più nonostante gli studi e gli ideali che la rendono un personaggio leale e determinato. Ed ecco che è di nuovo la raffigurazione di un sistema malsano in cui la donna è ancora discriminata, umiliata e messa da parte nonostante il suo potenziale. Figura che emerge appena si rende davvero conto di quanto lei sia importante per cambiare le cose, di quanto sia fondamentale non permettere a nessuno di “spegnere la sua voce” come attestano le parole del brano da lei cantato, La mia voce.

Degna di nota è l’interpretazione del già premiatissimo Will Smith, capace di suscitare nello spettatore una risata, ma anche una riflessione sul valore dell’amicizia la quale emerge su regole, principi e doveri.

Film assolutamente ben riuscito da ogni punto di vista, dai brani nuovi e “vecchi”, come i conosciutissimi Il mondo è mio e Il principe Alì per citarne alcuni, alle coreografiche dinamiche e studiate nel dettaglio, dalle scenografie capaci di ricreare perfettamente l’ambientazione orientale del precedente cartone animato Disney ai fantastici costumi.

Complessivamente ed eccezionalmente perfetto come solo la magia della Disney riesce a fare!

Maria Pettinato

ALADDIN

  • Regia: Guy Ritchie
  • Casa di produzione: Walt Disney Pictures
  • Musiche: Alan Menken
  • Attori: Naomi Scott, Mena Massoud, Will Smith, Nasim Pedrad, Marwan Kenzari
  • Doppiatori: Manuel Meli (Aladdin), Giulia Franceschetti/Naomi Rivieccio (Jasmine), Sandro Acerbo/Marco Manca (Genio), Francesco Venditti (Jafàr)

Pedro Almodóvar è uno di quei registi, pochi ormai rimasti, a toccare lo spettatore con forza anche quando le immagini da lui presentate altro non sono che semplice realtà, a volte addirittura priva di dinamismo. E ci è riuscito ancora con un film apparentemente autobiografico colto nella sua essenza e quindi nella sua crudezza, Dolor y gloria.

I dettagli inquadrati in primissimi piani, il colore rosso in ogni scena (classica firma del regista), la lentezza dei dialoghi, il richiamo frequente a Federico Fellini, ancora una volta hanno centrato il punto.

Il protagonista è Salvador Mallo, regista cinematografico in piena crisi esistenziale e per questo in vena di ricongiungimenti con figure che nella sua vita professionale, sentimentale, familiare e creativa hanno lasciato il segno: una madre apparentemente orgogliosa del figlio, ma in realtà consapevole dell’omosessualità di quest’ultimo e per questo disposta ad allontanarlo sperando in un cambiamento, il primo desiderio, la passione per il cinema e la rottura con esso perché ormai privo di credo, il grande amore per l’uomo che si rivelerà essere la “musa” della sua creatività artistica.

Un film della maturità, quella di Mallo-Almodóvar, ma anche dello stesso Antonio Banderas, che non è più il protagonista latin lover, conosciuto nei precedenti film del regista spagnolo, ma è l’uomo riflessivo, che non si vergogna della sua debolezza, delle sue lacrime.

Una trama dura, dalla quale emerge la sofferenza del protagonista che è circondato da ricordi, rimorsi e rimpianti, ma allo stesso tempo dalla nostalgia per una vita che non c’è più, della quale rimangono solo i film e una casa ricca di quadri e di colori esuberanti, segno di impeto e desiderio, simbolo di rinascita dopo il periodo franchista dal quale emerge un Mallo bambino schiacciato dallo stereotipo dittatoriale.

Ed ecco quindi il richiamo alla verità da parte di Almodóvar, tipicamente brechtiano in questo, perché la realtà viene fuori così com’è, senza filtri, senza maschere. Lo fa attraverso un cinema ben studiato, artistico, essenziale e per questo a volte talmente forte da incidere sullo spettatore, un cinema quindi ben riuscito perché si congiunge con l’obiettivo che la settima arte si impone da sempre, cogliere il vero.

Raggiunto anche grazie alla presenza attoriale, oltre che di Banderas, definito dallo stesso regista “il mio Mastroianni”, di Julieta Serrano e dell’ormai diva Penélope Cruz.

Pellicola quindi diversa, sentimentale quasi, e per questo forse autobiografica, anche se lo stesso Almodóvar, ha negato tale interpretazione definendo il film un mix di esperienze, emozioni e realtà prese dalla documentazione di vite altrui.

Maria Pettinato

Dolor y gloria

  • Regista: Pedro Almódovar
  • Musiche: Alberto Iglesias
  • Produzione: Augustìn Almodóvar, Esther Garcìa
  • Attori: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Julieta Serrano, Cecilia Roth