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Archivio tag: ECCELLENZE CINEMATOGRAFICHE

Quando ho saputo dell’uscita di Aladdin al cinema non stavo più nella pelle, nonostante i miei trentuno anni di età! Era ovviamente tappa fissa andare a vedere la rivisitazione, peraltro in film, di un pezzo della mia infanzia che è un po’ la stessa per tutti i miei coetanei vista l’importanza della Disney nel campo dell’animazione e soprattutto negli anni Novanta.

È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, negli anni del cinema con papà, del mondo dei sogni, nel quale tutto era possibile, in cui tutto si fermava e ogni principessa delle favole ero io.

Semplicemente la magia della Disney! E devo dire che anche questa volta, se pur diversamente, quella realtà si è un po’ ripresentata.

Sul grande schermo un film colorato, gioioso, musicale, la cui trama, ovviamente già ben conosciuta, si è rivelata comunque ricca di spunti nuovi, sorprendentemente unica e moralmente significativa.

Aladdin-Alì (Mena Massoud) è infatti uno di noi, un ragazzo semplice, magari un po’ furbetto, ma allo stesso tempo buono e sognatore, nonostante le imposizioni e gli stereotipi di una società in cui vige il più forte, lo “statista” come specifica lo stesso Jafàr (Marwan Kenzari) descrivendo perfettamente il suo ruolo di traditore. Personaggio quindi apparentemente sfortunato, se pur positivo nelle sue idee, e perciò quasi rassegnato di fronte alle ingiustizie del mondo, finché non arriva la salvezza, rappresentata dal Genio (Will Smith), amico e aiutante del protagonista nell’indirizzarlo verso la strada giusta.

Non sono infatti i tre desideri a salvare Aladdin-Alì, non è la ricchezza ad avvicinarlo alla principessa Jasmine (Naomi Scott), né un titolo nobiliare, ma è semplicemente lui stesso, nella sua essenza e importanza come persona. È la bontà d’animo a salvarlo e a salvare le persone a lui care dal nemico, il quale altro non è che egemonia, sopraffazione, mancanza di rispetto verso il prossimo, caratteristiche tutte incarnate in Jafàr, che in fondo è l’uomo infelice e debole nell’anima perché attratto dal potere e dal denaro, caratteristica tipica della società attuale.

Ma la protagonista indiscussa di questo Aladdin è a mio avviso Jasmine, considerata bella e nulla più nonostante gli studi e gli ideali che la rendono un personaggio leale e determinato. Ed ecco che è di nuovo la raffigurazione di un sistema malsano in cui la donna è ancora discriminata, umiliata e messa da parte nonostante il suo potenziale. Figura che emerge appena si rende davvero conto di quanto lei sia importante per cambiare le cose, di quanto sia fondamentale non permettere a nessuno di “spegnere la sua voce” come attestano le parole del brano da lei cantato, La mia voce.

Degna di nota è l’interpretazione del già premiatissimo Will Smith, capace di suscitare nello spettatore una risata, ma anche una riflessione sul valore dell’amicizia la quale emerge su regole, principi e doveri.

Film assolutamente ben riuscito da ogni punto di vista, dai brani nuovi e “vecchi”, come i conosciutissimi Il mondo è mio e Il principe Alì per citarne alcuni, alle coreografiche dinamiche e studiate nel dettaglio, dalle scenografie capaci di ricreare perfettamente l’ambientazione orientale del precedente cartone animato Disney ai fantastici costumi.

Complessivamente ed eccezionalmente perfetto come solo la magia della Disney riesce a fare!

Maria Pettinato

ALADDIN

  • Regia: Guy Ritchie
  • Casa di produzione: Walt Disney Pictures
  • Musiche: Alan Menken
  • Attori: Naomi Scott, Mena Massoud, Will Smith, Nasim Pedrad, Marwan Kenzari
  • Doppiatori: Manuel Meli (Aladdin), Giulia Franceschetti/Naomi Rivieccio (Jasmine), Sandro Acerbo/Marco Manca (Genio), Francesco Venditti (Jafàr)

Pedro Almodóvar è uno di quei registi, pochi ormai rimasti, a toccare lo spettatore con forza anche quando le immagini da lui presentate altro non sono che semplice realtà, a volte addirittura priva di dinamismo. E ci è riuscito ancora con un film apparentemente autobiografico colto nella sua essenza e quindi nella sua crudezza, Dolor y gloria.

I dettagli inquadrati in primissimi piani, il colore rosso in ogni scena (classica firma del regista), la lentezza dei dialoghi, il richiamo frequente a Federico Fellini, ancora una volta hanno centrato il punto.

Il protagonista è Salvador Mallo, regista cinematografico in piena crisi esistenziale e per questo in vena di ricongiungimenti con figure che nella sua vita professionale, sentimentale, familiare e creativa hanno lasciato il segno: una madre apparentemente orgogliosa del figlio, ma in realtà consapevole dell’omosessualità di quest’ultimo e per questo disposta ad allontanarlo sperando in un cambiamento, il primo desiderio, la passione per il cinema e la rottura con esso perché ormai privo di credo, il grande amore per l’uomo che si rivelerà essere la “musa” della sua creatività artistica.

Un film della maturità, quella di Mallo-Almodóvar, ma anche dello stesso Antonio Banderas, che non è più il protagonista latin lover, conosciuto nei precedenti film del regista spagnolo, ma è l’uomo riflessivo, che non si vergogna della sua debolezza, delle sue lacrime.

Una trama dura, dalla quale emerge la sofferenza del protagonista che è circondato da ricordi, rimorsi e rimpianti, ma allo stesso tempo dalla nostalgia per una vita che non c’è più, della quale rimangono solo i film e una casa ricca di quadri e di colori esuberanti, segno di impeto e desiderio, simbolo di rinascita dopo il periodo franchista dal quale emerge un Mallo bambino schiacciato dallo stereotipo dittatoriale.

Ed ecco quindi il richiamo alla verità da parte di Almodóvar, tipicamente brechtiano in questo, perché la realtà viene fuori così com’è, senza filtri, senza maschere. Lo fa attraverso un cinema ben studiato, artistico, essenziale e per questo a volte talmente forte da incidere sullo spettatore, un cinema quindi ben riuscito perché si congiunge con l’obiettivo che la settima arte si impone da sempre, cogliere il vero.

Raggiunto anche grazie alla presenza attoriale, oltre che di Banderas, definito dallo stesso regista “il mio Mastroianni”, di Julieta Serrano e dell’ormai diva Penélope Cruz.

Pellicola quindi diversa, sentimentale quasi, e per questo forse autobiografica, anche se lo stesso Almodóvar, ha negato tale interpretazione definendo il film un mix di esperienze, emozioni e realtà prese dalla documentazione di vite altrui.

Maria Pettinato

Dolor y gloria

  • Regista: Pedro Almódovar
  • Musiche: Alberto Iglesias
  • Produzione: Augustìn Almodóvar, Esther Garcìa
  • Attori: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Julieta Serrano, Cecilia Roth

Oscar alla carriera a Federico Fellini

Sta per tenersi la 91esima edizione di uno degli eventi più importanti riguardanti la cinematografia: l’Academy Award, o conosciuto comunemente come Premio Oscar.

E con esso comincerà la solita odissea di polemiche sui vincitori e sui non vincitori, di apprezzamenti, di gossip (perché l’Oscar è anche questo!), per non parlare della sfilza di opinioni in merito agli abiti indossati, al portamento adottato, alle gaffe fatte, eccetera eccetera.

Ebbene sì cari lettori, l’Oscar è scalpore e diciamoci la verità: è corsa competitiva alla statuetta tanto ambita!

Ma veniamo a noi perché l’Artefatto non vuole parlare di questo, per quanto susciti la curiosità dei più, ma vuole concentrare la sua attenzione sulla vittoria degli Oscar nella storia del cinema italiano. Questo è infatti dotato di eccellenze nel vero senso della parola non solo in campo attoriale e registico dove primeggia, ma anche dal punto di vista dei costumi e della musica.

Questo lo garantisce la sfilza di premi vinti partendo già dalle prime edizioni. Possiamo citarne alcuni, quelli forse rimasti maggiormente nella memoria collettiva o comunque in quella degli intenditori di cinema.

Miglior film straniero, Miglior attore protagonista e Migliore colonna sonora

Primeggiano senza dubbio i due grandi maestri del cinema nostrano Vittorio De Sica e Federico Fellini, vincitori entrambi di quattro premi Oscar come Miglior film stranieri con veri e propri capolavori: Sciuscià (1947), Ladri di biciclette (1950), Ieri, oggi e domani (1965) e I giardini dei Finzi-Cortini (1972) per De Sica, e La strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), 8½ (1964) e Amarcord (1975) per Fellini.

La sua reazione alla chiamata della grande Sophia Loren, che peraltro la stessa sera vinse l’Oscar alla carriera, se la ricorda chiunque nel mondo. Mi riferisco a Roberto Benigni, che arrampicandosi sulle poltrone e contagiando il pubblico di felicità, vinse con La Vita è bella l’Academy Award come Miglior film straniero e Miglior attore protagonista (1999), senza tralasciare ovviamente le altre nomination (Miglior regia, Migliore sceneggiatura originale, Miglior montaggio). A riguardo fondamentale è stata la vittoria dell’Oscar come Miglior colonna sonora del grande Nicola Piovani.

Roberto Benigni vince due Oscar per “La vita è bella”

Rimanendo in tema musicale non può non essere citato il grande Ennio Morricone, vincitore dell’ambita statuetta per la Miglior colonna sonora (2016) del film The Hateful Eight diretto da Quentin Tarantino.

Ennio Morricone vince l’Oscar per la miglior colonna sonora di “The Hateful Eight”

Motivo di vanto tutto nazionale sono poi le statuette d’oro vinte da Giuseppe Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso (1990, Miglior film straniero), Gabriele Salvatores con Mediterraneo (1992, Miglior film straniero) e infine Paolo Sorrentino con La grande bellezza (2014, Miglior film straniero).

Paolo Sorrentino e Toni Servillo alla premiazione per “La grande bellezza”

Migliori effetti speciali

A volte, quando si pensa alla categoria “effetti speciali” va alla mente il cinema americano. In realtà anche il nostro eccelle nella seguente materia e lo dimostra la vittoria di Carlo Rambaldi per i Migliori effetti speciali con i film King Kong (1976, John Guillermin), Alien (1979, Ridley Scott) e E.T. L’extraterrestre (1983, Steven Spielberg).

Carlo Rambaldi vince l’Oscar per “King Kong”

Migliori costumi

Passiamo al reparto costumi, categoria primeggiante in Italia. Indimenticabili sono i capolavori costumistici di Milena Canonero in Maria Antonietta (2006, Sofia Coppola) per citare una delle sue quattro vittorie nella stessa categoria. E poi chi non ha presente il lungo abito nero indossato dalla splendida Anyta Ekberg nella Dolce Vita di Federico Fellini? Ecco, il costumista vincitore per i Migliori Costumi di questo capolavoro cinematografico è Piero Gherardi (1962). Stessa statuetta vinta per 8½ (1964).

Costumi di Milena Canonero in”Maria Antonietta”
Costumi di Piero Gherardi in “La Dolce Vita”

Sono solo alcune delle quarantadue vittorie che ci hanno e ci rendono tuttora orgogliosi della nostra “settima arte”, del nostro voler e saper fare il Cinema. Esagerato è quindi definirla “finita” e “sottomessa” al cinema straniero, e prevalentemente a quello americano, che in vari casi, diciamoci la verità,  ha dimostrato troppa artificialità e poca verità dal punto di vista emozionale.

Maria Pettinato