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Archivio categorie: Arte visiva

Ricordate Il Tocco dell’Arte? La mostra itinerante che ha visto come protagonisti sessanta artisti provenienti da tutta Italia e giudicati dal critico d’arte Vittorio Sgarbi? (se non hai ancora letto “IL TOCCO DELL’ARTE” tra centro storico e valutazioni clicca qui!).

Il mio interesse verso un evento unico come questo, in cui l’arte è stata esposta nella sua essenza tra i vicoli del centro storico di Taggia (Im) coinvolgendo e inglobando passanti appassionati e non del mondo artistico, è proseguito anche nei giorni successivi.

Tra le opere esposte infatti ce ne sono state alcune che mi hanno particolarmente colpita per il dinamismo che emanano mediante tratti veloci e colori ricchi di enfasi.

Sono i dipinti di Silvio Papale, pittore torinese, la cui tecnica, se pur associabile sotto certi aspetti a quella futurista spicca di originalità tra le altre per un elemento molto interessante: al posto della tela l’artista utilizza il foglio di giornale.

Una data, un evento, un fatto, un luogo vengono così illustrati mediante le sensazioni e le emozioni che esse suscitano in lui. In questo modo l’attimo viene colto nella sua realtà, dalla quale traspare movimento, dinamicità e forza.

Ho deciso di contattarlo, intervistarlo e presentarvi così la sua arte…

Intervista a Silvio Papale

Ci parli dei suoi inizi spiegandoci il suo primo approccio con l’arte. Quando è avvenuto?

Il mio interesse per la pittura è cominciato già da piccolo. A scuola il disegno e l’arte erano le mie materie preferite. Ricordo di aver vinto a undici anni il primo premio ad un concorso di disegno dedicato ai ragazzi delle scuole medie; si chiamava Disegna il tuo carnevale, fu un’emozione unica.

Qual è il suo rapporto a livello emotivo con il mondo dell’arte?

L’arte mi regala emozioni personali uniche così intense che è difficile esternarle e condividerle.

Che tecnica utilizza e come decide i soggetti da dipingere? Sono legati a luoghi, circostanze, emozioni, vita personale? Ci racconti…

La mia tecnica è molto particolare. Utilizzo come base il foglio di un quotidiano, che ha come scopo non solo quello di essere un supporto alla pittura, ma anche quello di rendere unico un momento. Usando il giornale di quel giorno fermo un momento fisico e temporale, è un’esecuzione datata e univoca. Spesso mi trovo in giro per l’Italia a dipingere en plain air ed ecco che il giornale di quel giorno e di quel luogo diventa la base per rappresentare con colori e strumenti la mia visione della realtà percepita nel contesto in cui in quel momento mi trovo. Il risultato è la verità della notizia contrapposta alla mia visione della stessa.

Idea originale e importante. Da cosa nasce questa scelta?

Il giornale, la notizia, il vero raccontato nei titoli deve rappresentare un momento unico. Partendo da esso e attraverso colori ed emozioni-visioni racconto la realtà che mi circonda.

Visioni sulla Reggia di Caserta

C’è qualche movimento artistico passato o pittore, di cui sente l’influenza?

Devo dire che non c’è stato un movimento particolare. Nello stesso tempo posso dire che il futurismo è una corrente artistica che mi affascina particolarmente.

Visioni su Torino

Qual è l’opera che maggiormente ha nel cuore?

Senza dubbio Libertà e pace. È un quadro realizzato in un giorno particolare, l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi, della quale parlavano tutti i quotidiani. Mi è venuto in mente di rappresentare un bambino che corre… è felice in un campo di grano o fugge spaventato dalla tragica guerra?

Libertà e pace

Come definisce l’attuale mondo dell’arte e l’approccio della società con esso?

Sono convinto che oggi l’arte ha lo scopo di raccontare e trasmettere emozioni. Non sempre questo avviene, siamo purtroppo distratti da milioni di immagini che prepotentemente entrano nelle nostre vite. L’arte deve perciò diventare un filtro capace di entrare nel cuore della gente.

Silvio Papale e Vittorio Sgarbi a Il Tocco dell’Arte

Pittura unica, intensa, in cui la verità emerge nella sua semplicità. Un ringraziamento speciale ad un’artista che l’arte la vive ancora per quella è: un canale per arrivare alla mente e al cuore dell’osservatore.

Maria Pettinato

Si è conclusa nel tardo pomeriggio di ieri, con la vittoria del pittore Claudio Marciano, la mostra itinerante Il Tocco dell’Arte, promossa da Laura Cane e curata da Doriana Dellavolta, che ha visto protagonisti sessanta pittori provenienti da tutta Italia nelle giornate di giovedì 25 e venerdì 26 aprile.

Un’esposizione basata sull’ergo artistico di ogni singolo pittore, chi con un talento maggiore rispetto all’altro, ma comunque tutti dotati di qualità personali e spesso influenzati dalla storia dell’arte passata.

Il tutto si è presentato nell’autentica cornice di uno dei borghi più belli d’Europa, il centro storico di Taggia (Im) sotto l’occhio attento del critico per eccellenza Vittorio Sgarbi, l’assessore alla Cultura della Regione Calabria Mario Caligiuri e il professore Carlo Bagnasco.

Una mostra all’aperto quindi che ha garantito una partecipazione pubblica importante e che ha permesso a chiunque, appassionati e non, di entrarci a contatto.

Le principali piazze del paese hanno respirato un’aria diversa, ricca di vitalità grazie ai colori e ai temi espressi in dipinti curati nei minimi dettagli i quali, mediante stili differenti tra loro, hanno riportato alla mente l’importanza dell’arte nella nostra storia e nella nostra vita.

Qualità premiate dai giudici sulla base di ciò che il dipinto esprimeva e del suo emergere sugli altri, di come le regole e i principi del quadro andavano a camminare di pari passo con il talento permettendo alla passione di trasformarsi un giorno in un mestiere.

Aspetto importante nella valutazione dei partecipanti da parte di Sgarbi, che oltre a decretare Marciano come vincitore di questa edizione, ha “segnalato” positivamente “la raffinatezza” di Albino Caramazza, “la controllata tra le donne” presenti Daniela Delle Fratte, “la pittura calda” di Fausto Mazer, “l’impegno accademico” di Carola Silivi e “la dimensione accademica, ma più americana” di Sergio Veglio.

Una vera e propria opportunità dunque per artisti conosciuti e non nel panorama artistico nazionale e un’occasione per fare cultura in un contesto architettonico importante, ma spesso ahimè accantonato.

Maria Pettinato

Non credo esista persona che non conosca la Commedia dell’Arte o che comunque non vi sia entrata a contatto almeno una volta nella vita. Le sue maschere fanno parte della nostra tradizione popolare, così come i suoi caratteri e le sue espressioni artistiche. Chi non ha visto almeno una volta, in contesti carnevaleschi ad esempio, le maschere di Arlecchino o Pulcinella o Colombina?

La Commedia dell’Arte fa quindi parte del nostro linguaggio, non solo per le sue rappresentazioni e i suoi personaggi, ben saldi da epoche remote, – si parla addirittura di Antica Roma – ma anche perché i suoi caratteri la rendono totalmente vera, unica, anche se imperniata di comicità.

Le sue maschere sono infatti “astute, ruffiane, a volte ignoranti e volgari”, un po’ come noi, e si ritrovano sempre, proprio a causa della loro superficialità e furbizia, in situazioni imbarazzanti e diciamo anche un po’ tragiche e grottesche, anche se poi fanno divertire.

Ma per quanto sembrino dotate di frivolezza e leggerezza, queste maschere hanno fatto la rivoluzione nel vero senso della parola, inserendo la donna nella rappresentazione teatrale, sostituendo il testo dialogato con l’improvvisazione basata su una traccia chiamata canovaccio, entrando a far parte del linguaggio popolare e diventando in tal modo vere e proprie protagoniste non solo in campo teatrale, ma anche iconografico.

Interessante infatti è notare come siano diventate soggetti artistici e lo siano rimaste per secoli attirando l’attenzione di incisori e pittori che ci hanno regalato dei veri e propri capolavori, ma anche strumenti di ricerca per gli storici del teatro.

Mi riferisco a Jacques Callot, incisore dei ventiquattro Balli di Sfessania (1616 circa) in cui sono riconoscibili i costumi e i tipici movimenti dei Comici dell’Arte, o a Claude Gillot e al suo Scène des Carrosses (1722) che ci offre una caratteristica tipica della Commedia, il travestimento da donna.

E poi ci sono gli artisti che hanno raffigurato la Commedia dell’Arte in un modo diverso, unico, presentandoci la maschera nella sua interiorità, nella sua verità. Non è più frivola, superficiale, ma è dotata di sentimento perché è nostalgica, è tragica, è umana.

Il primo è Jean Antoine Watteau che con il suo Gilles (1718-1719) ha raffigurato non solo un Pierrot in tutta la sua malinconia, ma anche un’epoca come quella settecentesca che sta abbandonando i grandi ideali della moralità per lasciare spazio alla decadenza culturale e umana. La maschera è perciò nostalgica, spaesata di fronte alla perdita dei valori sociali.

Epoca diversa, ma un’interpretazione simile è quella di Pablo Picasso che ne I Saltimbanchi (1905) si immedesima nella figura di un Arlecchino incapace di reagire perché chiuso in una vita ormai materiale e priva di emozioni, raffigurando in tal modo il disagio interiore del genere umano.

Riproduzioni uniche sono riuscite quindi ad offrirci testimonianze differenti che spaziano dalla raffigurazione della pratica scenica, della gestualità e della mimica, all’utilizzo della maschera come mezzo per manifestare la tristezza della società.

Maria Pettinato