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Archivio tag: francescamazzino

È dotata di un’originalità anomala, avulsa da qualsiasi altro registro stilistico e contenutistico, questa raccolta di María Ospina Pizano, docente di cinema e cultura latinoamericana negli Stati Uniti, al suo esordio come narratrice.

Con Gli azzardi del corpo crea un’entità unitaria, semplice, indivisibile come i sei racconti che la compongono, atomi legati l’uno all’altro dalle stesse protagoniste che spesso ritornano di narrazione in narrazione.

Minimo comune denominatore di tutte è il raccontarsi insistente attraverso la dimensione corporale, veicolo fondamentale di questa affabulazione intimista.

Sono corpi femminili diversi tra loro: atletico e muscoloso quello di Marcela, ex guerrigliera che ha lasciato le montagne e sta cercando di rifarsi una vita in città (Policarpa); esili, con i segni dell’incipiente pubertà ed inconsapevoli dell’avvenire quelli delle ragazze del collegio (Salvezza di signorine).

Ma c’è posto anche per il corpo rugoso e caduco di Mirla, che in un momento di estremo dolore ne antepone la cura a qualunque altra cosa, affidandolo all’amica estetista Martica (Gli azzardi del corpo).

La corporeità femminile trova una singolare espressione anche attraverso la descrizione scrupolosa e a tratti ossessiva di arti, tronchi e pupille di bambole, corpi smembrati descritti amorevolmente come esseri pulsanti di vita propria, ai quali Estefanía dedica tutta la propria passione nel negozio ereditato dalla propria famiglia (Collateral beauty).

Ad emergere in un caso è anche la sola sofferenza fisica di un corpo, dilaniato dai morsi delle pulci in ogni sua parte, come ne riferisce in prima persona sotto forma di metodica narrazione diaristica la protagonista (Fauna di ere).

Il corpo per raccontare una vita, che quasi sempre è quella sbagliata o non scelta, il corpo per raccontare la propria femminilità, il corpo per raccontare quella costellazione di affetti e legami che accomuna queste donne tra di loro, sorelle,figlie, nipoti, amiche, semplici conoscenti ma anche estranee, che intersecano le loro esistenze sullo sfondo di una Bogotà caotica ed eterogenea nella geografia delle ambientazioni.

Utilizzando una scrittura nitida, capace di andare al cuore delle emozioni e degli stati d’animo partendo anche dal particolare più insignificante, María Ospina Pizano (per la prima volta tradotta in italiano) riesce a trasmettere al lettore l’universo interiore delle protagoniste, contrapponendolo all’esteriorità (spesso dissidente) che le circonda.

Ne deriva un dualismo tra mondo interiore e mondo esteriore che è la cifra di maggior valore di questa scrittura, al servizio di un universo femminile fuori dall’ordinario.

Francesca Mazzino

In queste giornate particolari, in cui il coronavirus ha sconvolto le nostre esistenze e abitudini, catapultandoci in una realtà dai toni quasi surreali, trovo significativa e consigliata la lettura di Cecità, oggetto di spunti e riflessioni interessanti.

Pubblicato nel 1995 con il titolo originale Ensaio sobre a Cegueira (Saggio sulla cecità), l’opera è valsa il premio Nobel allo scrittore portoghese Josè Saramago (1922-2010).

In uno scenario distopico e ai limiti dell’irrealtà, una città senza nome, pullulante di personaggi altrettanto anonimi, è colpita da una singolare epidemia: gradualmente tutti gli abitanti si accorgono di diventare ciechi o meglio, di ritrovarsi avvolti in una nebbia lattiginosa che impedisce il normale prosieguo della propria quotidianità.

Il libro si apre con un automobilista fermo al semaforo: è lui la prima vittima di questa strana malattia, (successivamente verrà chiamato “il primo cieco”) che fa vedere tutto bianco anziché il buio assoluto.

Tornato a casa con l’aiuto di un altro uomo racconta l’accaduto alla moglie ed insieme decidono di recarsi da un oculista, nello studio del quale troveranno altri “contaminati” e futuri personaggi del libro: un “vecchio con la benda nera” su un occhio, una “ragazza dagli occhiali scuri” e una donna in compagnia di un “ragazzino strabico”.

Il medico non ha alcuna spiegazione scientifica da fornire dinnanzi a quella che sta prendendo le proporzioni di una vera e propria pandemia, capace di coinvolgere ogni individuo appartenente a quel particolare tessuto urbano tranne “la moglie del medico”, l’unica alla quale inspiegabilmente il Caso preserverà la vista.

A questo punto l’inquietudine ed il senso di angoscia si fanno incalzanti, soprattutto quando il governo decide di mettere gli ammalati in isolamento forzato in alcuni edifici per evitare il contagio, garantendo rifornimenti di cibo operati dall’esercito.

Proprio in questa situazione claustrofobica, di forzata convivenza con l’estraneo ed incertezza circa quanto potrà accadere, emergono gli istinti più bestiali e primordiali dell’uomo, disposto a tutto pur di sopravvivere, anche a danno dei suoi stessi simili.

Straordinario è il modo in cui l’autore riesce a descrivere l’efferatezza e la degradazione morale dei cosiddetti “ciechi malvagi”, colpevoli di creare, con modalità dittatoriali, una sorta di governo oligarchico all’interno dell’edificio, sottraendo il cibo agli altri individui e compiendo atti di prepotenza culminanti con stupri di gruppo.

Sovvertiti i normali schemi alla base della convivenza civile, in un clima di piena anarchia e amoralità, ogni singolo istante si riduce ad una mera lotta per la sopravvivenza personale e la sopraffazione sul più debole, esplicitata al meglio da una scrittura che scorre e travolge il lettore come un fiume in piena, priva delle regole della punteggiatura tradizionale.

Saramago vuole evidenziare come queste inclinazioni primitive siano assopite in ogni essere pensante e che situazioni di particolare pericolo possano risvegliarle in qualunque frangente.

La Cecità è solo il culmine di una situazione antropologica negativa, a monte della quale l’autore evidenzia l’indifferenza per il prossimo, comune denominatore delle nostre odierne città, in cui siamo sempre più monadi solitarie e sempre meno membri di una collettività, alieni ai diritti e i doveri che questa condizione comporta.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che, pur vedendo, non vedono», parole queste, pronunciate nel libro dalla “moglie del medico”, che esprimono perfettamente il punto di vista dell’autore, il quale rimarcherà questa mancanza di solidarietà ed empatia verso il prossimo anche durante il discorso per la premiazione al Nobel.

Solitudine, egoismo, incapacità di vedere al di là del proprio orizzonte, chiusura mentale: sono soltanto alcuni dei temi affrontati in questo straordinario romanzo, in grado di scuoterci riga dopo riga e d’interrogarci su quante volte anche noi, consapevolmente o meno, siamo stati ciechi.

Francesca Mazzino

Un amore è un romanzo di Dino Buzzati ideato nel 1959 e pubblicato presso Mondadori nel 1963.

L’opera si discosta dall’usuale produzione dello scrittore e si sviluppa sotto forma di un monologo interiore, in grado di amplificare al meglio gli stati d’animo del protagonista, Antonio Dorigo, affermato professionista cinquantenne che s’innamora di Laide, giovane avvenente e arrivista.

Le convinzioni dell’uomo, il rapporto con il mondo esterno e la sua stessa visione della vita vengono messi in crisi dall’amore ossessivo che prova per la ragazza, scaltra ballerina dedita alla prostituzione.

Nella Milano degli anni Sessanta, in pieno boom economico, pullulante di spider e locali notturni in cui si balla il rock’n roll, Dorigo subisce passivamente gli effetti di questa passione.

La giovane da squillo occasionale diventa la sua mantenuta ma, al di là del sesso mercenario che fa da sfondo ai loro incontri, l’amore resta unilaterale, possessivo, paranoico e Dorigo si ritrova a vivere in una condizione d’irrazionalità e incoscienza frustrata, schiavo di convinzioni illusorie.

La sua esistenza ruota unicamente intorno a Laide, artefice di una prostrazione che ne impoverisce l’animo e l’essere.

Chiunque s’immerga nella lettura di questo romanzo non può non identificarsi con questo innamoramento, talmente intenso da alienare da una qualunque quotidianità razionale, riconoscere di averlo vissuto e sentito come proprio almeno una volta nella vita.

Con una scrittura scorrevole, padrona del flusso di coscienza e attenta a descrivere con sensibilità momenti d’interiorità emotiva complessa, Buzzati riesce anche a condurre il lettore in giro per la città, ritraendo (grazie all’alternarsi delle stagioni) in un caleidoscopio di colori una Milano che è coprotagonista attiva della storia.

Si può legittimamente affermare che i due protagonisti siano lo specchio della società del loro tempo : Dorigo proviene dall’ambiente alto-borghese, la sua è una vita fatta di agi, settimane bianche, cene con amici, un’esistenza da “privilegiato”.

Laide invece proviene dal proletariato e ne porta su di sé tutti i connotati, quali il desiderio di farsi strada ed emergere, di abbandonare quelle palazzine grigio cemento da cui proviene.

Complessivamente si tratta di un romanzo piacevole, di facile lettura, che si sviluppa per quasi trecento pagine, capace di restituire la storia di un amore, semplicemente autentico e profondo

Francesca Mazzino