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Archivio tag: francescamazzino

Con Il colibrì Sandro Veronesi si è aggiudicato quest’anno (meritatamente) il prestigioso Premio Strega, bissando la vittoria già ottenuta nel 2006 con lo struggente Caos calmo.

Protagonista del romanzo è Marco Carrera, il colibrì del titolo, un uomo che da sempre ha impiegato tutte le sue energie per rimanere risolutamente e stoicamente fermo, ancorato a un’immobilità rassicurante mentre il mondo intorno a lui cambiava inesorabilmente, preda di un vortice di dolore e instabilità emotiva.

Eroe della normalità ma anche oggetto di coincidenze fatali apparentemente inspiegabili, Marco si pone al centro di una struttura narrativa caratterizzata da una solida architettura, dalla quale affiorano una serie di personaggi dalla raffinata fisionomia psicologica.

Fondamentale è il complesso rapporto di amore e affezione instaurato con l’universo femminile. Ne sono un esempio la sorella Irene, verso cui prova affetto ma anche una consapevole amarezza per non averla mai conosciuta
veramente, la moglie Marina, amata in un primo momento e poi odiata e Luisa, che incarna l’ideale perfetto, la donna di una vita, con la quale si lega in un rapporto platonico fatto di perpetui allontanamenti e riavvicinamenti.

L’unico amore vero e puro, stabile e perdurante, è quello per la figlia Adele, un legame che persiste e si rafforza negli anni andando ben oltre la dimensione padre-figlia.

Lo stile della narrazione è fluido e scorrevole, copre un arco temporale che va dai primi anni Settanta ad un ipotetico futuro prossimo ed è ravvivato dai continui salti temporali che caratterizzano i capitoli, che si succedono tra le lettere d’amore scambiate con Luisa, gli elenchi degli oggetti della casa genitoriale redatti per il fratello Giacomo, le telefonate scambiate con lo psicanalista della moglie.

Resilienza è il carattere che contraddistingue sopra tutti la vita del dottor Marco Carrera e il suo atteggiamento verso i dolori e le perdite della vita (particolarmente toccante è la descrizione della malattia e dipartita dei genitori, che assiste con la professionalità di un medico quale è e con sincera devozione filiale).

È un uomo che resiste, non si piega alle sventure seminate dal destino lungo il proprio cammino, impegnato nel suo sforzo d’immobilità esattamente come il colibrì.

(…) tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro.

L’unica parte del romanzo che ha suscitato in me qualche perplessità e delusione è l’epilogo, ambientato in un futuro prossimo, dal quale si erge la figura dell’uomo nuovo, incarnata da Miraijin, nipote di Marco e frutto della sua resilienza.

Al di là del valore simbolico di questo finale, (l’autore vuole sottolineare come la vita del protagonista avesse come scopo precipuo allevare questo individuo fuori dal comune), la narrazione qui cede il posto ad un’improvvisa lentezza, dando anche modo di far trovare spazio anche ad una tematica importante come l’eutanasia.

Si tratta di un libro nel suo complesso bello, importante, denso di significato e di vita soprattutto, in grado d’inoltrarci nelle pieghe più nascoste e inavvicinabili di un animo umano, comune ma straordinario proprio per questo.

Francesca Mazzino

Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960, in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan”

da Middlesex di Jeffrey Eugenides

Questo è l’incipit di Middlesex, romanzo dello scrittore statunitense Jeffrey Eugenides, pubblicato nel 2002 e vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2003.

Protagonista (nonché voce narrante) è Calliope Stephanides, un raro caso di ermafrodito che nasce e vive come ragazza e soltanto dopo un lungo e travagliato percorso interiore rinasce ad una nuova vita come Cal.

Dalla lettura emergono sempre più nitidi i turbamenti e le frustrazioni di Callie, consapevole fin da piccola di essere unica, diversa dalle proprie coetanee e per questo relegata ad una condizione di solitudine e marginalità.

L’interiorità della ragazza è indagata con acume e finezza psicologica; dettagliata è la descrizione della sua iniziazione sessuale a quattordici anni con una coetanea e quella del suo corpo che non si decide a farla sbocciare come donna, ma assume sembianze gradualmente sempre più mascoline.

Il gene impazzito nel suo DNA, responsabile di questa singolare condizione, viene interpretato come espiazione di una colpa primordiale che pende sulla sua famiglia, della quale è lei stessa a raccontarci la storia.

È così che l’autore riesce abilmente a coniugare il romanzo di formazione alla saga familiare: attraverso Calliope veniamo a conoscenza della storia degli Stephanides, il cui nucleo originario ritroviamo ad inizio ‘900 a Bitinio, un villaggio greco della Turchia.

Qui i fratelli Eleutherios (Lefty) e Desdemona, dopo un devastante incendio, decidono di migrare alla volta di più fortunati lidi.

Innamorati l’uno dell’altra, si sposano sulla nave che li conduce negli Stati Uniti, convinti di poter seppellire tra le onde del mare il segreto che li unisce e di poter vivere senza problemi nel nuovo continente la loro singolare condizione di sposi-fratelli.

Da questa unione incestuosa nascono due figli, Milton (padre di Callie) e Zoe. Ma la maternità è vissuta da Desdemona come una condizione di cui vergognarsi, un’onta terribile, esattamente come il sesso condiviso con il fratello-marito.

Teme che la punizione per questa unione “sbagliata” investirà le generazioni future, esattamente come lo schema di una tragedia greca. La donna emerge sicuramente in quanto uno dei personaggi più riusciti dell’opera, drammatica ma con tratti ironici e di comicità straordinari, come quando suole appoggiare un cucchiaio sulle pance delle donne in attesa per predire il sesso dei nascituri.

Ironia e drammaticità si ritrovano diligentemente coniugate dallo scrittore nell’intero universo dei personaggi, a tratti pittoreschi, che come un mosaico popolano le pagine del romanzo.

Tutti contribuiscono a restituire un’umanità eterogenea, il cui comune denominatore è la ricerca di una condizione di felicità e benessere individuale da vivere su questa Terra, ora e subito, a qualunque costo e al di là di qualunque barriera reale e mentale.

La rottura e lo scardinamento di ogni convenzione sociale e morale hanno la propria esemplificazione massima in Calliope: incapace di sottostare alla Medicina (che ne vorrebbe fare una cavia per studiarla) e ai genitori (che la vorrebbero ragazza per sempre, cancellando la parte maschile che coabita in lei), scappa da tutti e facendo l’autostop attraversa il suo Paese fino ad approdare in California.

L’esperienza variegata del viaggio la costringe a guardarsi dentro, ad ascoltare se stessa, inducendola, anche dopo la riconciliazione con i genitori ed il ritorno a casa, a diventare per sempre Cal.

Con questo (riuscitissimo) romanzo Jeffrey Eugenides affronta, attraverso la parabola di Callie/Cal, un tema attuale ed importante come la disforia di genere, trattandolo con una sensibilità estranea al pregiudizio ed evidenziando allo stesso tempo la volontà di essere artefici di se stessi, del proprio destino e del proprio corpo, in una società che ci relega sempre più in ruoli e categorie prestabilite.

Francesca Mazzino

È dotata di un’originalità anomala, avulsa da qualsiasi altro registro stilistico e contenutistico, questa raccolta di María Ospina Pizano, docente di cinema e cultura latinoamericana negli Stati Uniti, al suo esordio come narratrice.

Con Gli azzardi del corpo crea un’entità unitaria, semplice, indivisibile come i sei racconti che la compongono, atomi legati l’uno all’altro dalle stesse protagoniste che spesso ritornano di narrazione in narrazione.

Minimo comune denominatore di tutte è il raccontarsi insistente attraverso la dimensione corporale, veicolo fondamentale di questa affabulazione intimista.

Sono corpi femminili diversi tra loro: atletico e muscoloso quello di Marcela, ex guerrigliera che ha lasciato le montagne e sta cercando di rifarsi una vita in città (Policarpa); esili, con i segni dell’incipiente pubertà ed inconsapevoli dell’avvenire quelli delle ragazze del collegio (Salvezza di signorine).

Ma c’è posto anche per il corpo rugoso e caduco di Mirla, che in un momento di estremo dolore ne antepone la cura a qualunque altra cosa, affidandolo all’amica estetista Martica (Gli azzardi del corpo).

La corporeità femminile trova una singolare espressione anche attraverso la descrizione scrupolosa e a tratti ossessiva di arti, tronchi e pupille di bambole, corpi smembrati descritti amorevolmente come esseri pulsanti di vita propria, ai quali Estefanía dedica tutta la propria passione nel negozio ereditato dalla propria famiglia (Collateral beauty).

Ad emergere in un caso è anche la sola sofferenza fisica di un corpo, dilaniato dai morsi delle pulci in ogni sua parte, come ne riferisce in prima persona sotto forma di metodica narrazione diaristica la protagonista (Fauna di ere).

Il corpo per raccontare una vita, che quasi sempre è quella sbagliata o non scelta, il corpo per raccontare la propria femminilità, il corpo per raccontare quella costellazione di affetti e legami che accomuna queste donne tra di loro, sorelle,figlie, nipoti, amiche, semplici conoscenti ma anche estranee, che intersecano le loro esistenze sullo sfondo di una Bogotà caotica ed eterogenea nella geografia delle ambientazioni.

Utilizzando una scrittura nitida, capace di andare al cuore delle emozioni e degli stati d’animo partendo anche dal particolare più insignificante, María Ospina Pizano (per la prima volta tradotta in italiano) riesce a trasmettere al lettore l’universo interiore delle protagoniste, contrapponendolo all’esteriorità (spesso dissidente) che le circonda.

Ne deriva un dualismo tra mondo interiore e mondo esteriore che è la cifra di maggior valore di questa scrittura, al servizio di un universo femminile fuori dall’ordinario.

Francesca Mazzino

In queste giornate particolari, in cui il coronavirus ha sconvolto le nostre esistenze e abitudini, catapultandoci in una realtà dai toni quasi surreali, trovo significativa e consigliata la lettura di Cecità, oggetto di spunti e riflessioni interessanti.

Pubblicato nel 1995 con il titolo originale Ensaio sobre a Cegueira (Saggio sulla cecità), l’opera è valsa il premio Nobel allo scrittore portoghese Josè Saramago (1922-2010).

In uno scenario distopico e ai limiti dell’irrealtà, una città senza nome, pullulante di personaggi altrettanto anonimi, è colpita da una singolare epidemia: gradualmente tutti gli abitanti si accorgono di diventare ciechi o meglio, di ritrovarsi avvolti in una nebbia lattiginosa che impedisce il normale prosieguo della propria quotidianità.

Il libro si apre con un automobilista fermo al semaforo: è lui la prima vittima di questa strana malattia, (successivamente verrà chiamato “il primo cieco”) che fa vedere tutto bianco anziché il buio assoluto.

Tornato a casa con l’aiuto di un altro uomo racconta l’accaduto alla moglie ed insieme decidono di recarsi da un oculista, nello studio del quale troveranno altri “contaminati” e futuri personaggi del libro: un “vecchio con la benda nera” su un occhio, una “ragazza dagli occhiali scuri” e una donna in compagnia di un “ragazzino strabico”.

Il medico non ha alcuna spiegazione scientifica da fornire dinnanzi a quella che sta prendendo le proporzioni di una vera e propria pandemia, capace di coinvolgere ogni individuo appartenente a quel particolare tessuto urbano tranne “la moglie del medico”, l’unica alla quale inspiegabilmente il Caso preserverà la vista.

A questo punto l’inquietudine ed il senso di angoscia si fanno incalzanti, soprattutto quando il governo decide di mettere gli ammalati in isolamento forzato in alcuni edifici per evitare il contagio, garantendo rifornimenti di cibo operati dall’esercito.

Proprio in questa situazione claustrofobica, di forzata convivenza con l’estraneo ed incertezza circa quanto potrà accadere, emergono gli istinti più bestiali e primordiali dell’uomo, disposto a tutto pur di sopravvivere, anche a danno dei suoi stessi simili.

Straordinario è il modo in cui l’autore riesce a descrivere l’efferatezza e la degradazione morale dei cosiddetti “ciechi malvagi”, colpevoli di creare, con modalità dittatoriali, una sorta di governo oligarchico all’interno dell’edificio, sottraendo il cibo agli altri individui e compiendo atti di prepotenza culminanti con stupri di gruppo.

Sovvertiti i normali schemi alla base della convivenza civile, in un clima di piena anarchia e amoralità, ogni singolo istante si riduce ad una mera lotta per la sopravvivenza personale e la sopraffazione sul più debole, esplicitata al meglio da una scrittura che scorre e travolge il lettore come un fiume in piena, priva delle regole della punteggiatura tradizionale.

Saramago vuole evidenziare come queste inclinazioni primitive siano assopite in ogni essere pensante e che situazioni di particolare pericolo possano risvegliarle in qualunque frangente.

La Cecità è solo il culmine di una situazione antropologica negativa, a monte della quale l’autore evidenzia l’indifferenza per il prossimo, comune denominatore delle nostre odierne città, in cui siamo sempre più monadi solitarie e sempre meno membri di una collettività, alieni ai diritti e i doveri che questa condizione comporta.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che, pur vedendo, non vedono», parole queste, pronunciate nel libro dalla “moglie del medico”, che esprimono perfettamente il punto di vista dell’autore, il quale rimarcherà questa mancanza di solidarietà ed empatia verso il prossimo anche durante il discorso per la premiazione al Nobel.

Solitudine, egoismo, incapacità di vedere al di là del proprio orizzonte, chiusura mentale: sono soltanto alcuni dei temi affrontati in questo straordinario romanzo, in grado di scuoterci riga dopo riga e d’interrogarci su quante volte anche noi, consapevolmente o meno, siamo stati ciechi.

Francesca Mazzino

Un amore è un romanzo di Dino Buzzati ideato nel 1959 e pubblicato presso Mondadori nel 1963.

L’opera si discosta dall’usuale produzione dello scrittore e si sviluppa sotto forma di un monologo interiore, in grado di amplificare al meglio gli stati d’animo del protagonista, Antonio Dorigo, affermato professionista cinquantenne che s’innamora di Laide, giovane avvenente e arrivista.

Le convinzioni dell’uomo, il rapporto con il mondo esterno e la sua stessa visione della vita vengono messi in crisi dall’amore ossessivo che prova per la ragazza, scaltra ballerina dedita alla prostituzione.

Nella Milano degli anni Sessanta, in pieno boom economico, pullulante di spider e locali notturni in cui si balla il rock’n roll, Dorigo subisce passivamente gli effetti di questa passione.

La giovane da squillo occasionale diventa la sua mantenuta ma, al di là del sesso mercenario che fa da sfondo ai loro incontri, l’amore resta unilaterale, possessivo, paranoico e Dorigo si ritrova a vivere in una condizione d’irrazionalità e incoscienza frustrata, schiavo di convinzioni illusorie.

La sua esistenza ruota unicamente intorno a Laide, artefice di una prostrazione che ne impoverisce l’animo e l’essere.

Chiunque s’immerga nella lettura di questo romanzo non può non identificarsi con questo innamoramento, talmente intenso da alienare da una qualunque quotidianità razionale, riconoscere di averlo vissuto e sentito come proprio almeno una volta nella vita.

Con una scrittura scorrevole, padrona del flusso di coscienza e attenta a descrivere con sensibilità momenti d’interiorità emotiva complessa, Buzzati riesce anche a condurre il lettore in giro per la città, ritraendo (grazie all’alternarsi delle stagioni) in un caleidoscopio di colori una Milano che è coprotagonista attiva della storia.

Si può legittimamente affermare che i due protagonisti siano lo specchio della società del loro tempo : Dorigo proviene dall’ambiente alto-borghese, la sua è una vita fatta di agi, settimane bianche, cene con amici, un’esistenza da “privilegiato”.

Laide invece proviene dal proletariato e ne porta su di sé tutti i connotati, quali il desiderio di farsi strada ed emergere, di abbandonare quelle palazzine grigio cemento da cui proviene.

Complessivamente si tratta di un romanzo piacevole, di facile lettura, che si sviluppa per quasi trecento pagine, capace di restituire la storia di un amore, semplicemente autentico e profondo

Francesca Mazzino