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Archivio tag: collaboratori eccellenti

Un amore è un romanzo di Dino Buzzati ideato nel 1959 e pubblicato presso Mondadori nel 1963.

L’opera si discosta dall’usuale produzione dello scrittore e si sviluppa sotto forma di un monologo interiore, in grado di amplificare al meglio gli stati d’animo del protagonista, Antonio Dorigo, affermato professionista cinquantenne che s’innamora di Laide, giovane avvenente e arrivista.

Le convinzioni dell’uomo, il rapporto con il mondo esterno e la sua stessa visione della vita vengono messi in crisi dall’amore ossessivo che prova per la ragazza, scaltra ballerina dedita alla prostituzione.

Nella Milano degli anni Sessanta, in pieno boom economico, pullulante di spider e locali notturni in cui si balla il rock’n roll, Dorigo subisce passivamente gli effetti di questa passione.

La giovane da squillo occasionale diventa la sua mantenuta ma, al di là del sesso mercenario che fa da sfondo ai loro incontri, l’amore resta unilaterale, possessivo, paranoico e Dorigo si ritrova a vivere in una condizione d’irrazionalità e incoscienza frustrata, schiavo di convinzioni illusorie.

La sua esistenza ruota unicamente intorno a Laide, artefice di una prostrazione che ne impoverisce l’animo e l’essere.

Chiunque s’immerga nella lettura di questo romanzo non può non identificarsi con questo innamoramento, talmente intenso da alienare da una qualunque quotidianità razionale, riconoscere di averlo vissuto e sentito come proprio almeno una volta nella vita.

Con una scrittura scorrevole, padrona del flusso di coscienza e attenta a descrivere con sensibilità momenti d’interiorità emotiva complessa, Buzzati riesce anche a condurre il lettore in giro per la città, ritraendo (grazie all’alternarsi delle stagioni) in un caleidoscopio di colori una Milano che è coprotagonista attiva della storia.

Si può legittimamente affermare che i due protagonisti siano lo specchio della società del loro tempo : Dorigo proviene dall’ambiente alto-borghese, la sua è una vita fatta di agi, settimane bianche, cene con amici, un’esistenza da “privilegiato”.

Laide invece proviene dal proletariato e ne porta su di sé tutti i connotati, quali il desiderio di farsi strada ed emergere, di abbandonare quelle palazzine grigio cemento da cui proviene.

Complessivamente si tratta di un romanzo piacevole, di facile lettura, che si sviluppa per quasi trecento pagine, capace di restituire la storia di un amore, semplicemente autentico e profondo

Francesca Mazzino

La Giuria di Esperti ha decretato le Nomination della V Edizione dell’IveliseCineFestival!

26 le opere in Concorso, selezionate attraverso un bando e 6 le Categorie di genere costituite: Commedia, Tematica Sociale, Drammatico, Documentario, Horror e Animazione.
Alle porte le tre giornate di proiezioni e la serata di premiazione.

Si è riunita la Giuria di Esperti per decretare le Nomination e i Vincitori del Festival di cortometraggi e documentari, prodotto dal Teatro Ivelise e dall’Associazione Culturale Allostatopuro.

Le Nomination sono state rese note, mentre per scoprire i vincitori sarà necessario attendere domenica 23 febbraio, giorno in cui si svolgerà la Premiazione con, a seguire, la Tavola Rotonda.

L’evento, patrocinato dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma, da Acsi Metis Teatro e organizzato in collaborazione con Teatro Kopò, il Caffè Letterario Mangiaparole e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno, si articolerà in tre giornate di proiezioni della programmazione, dal 20 febbraio al 22 febbraio, con la premiazione e la tavola rotonda di chiusura festival, il giorno 23 febbraio, alla quale parteciperanno i concorsisti, gli addetti stampa e i membri della Giuria degli Esperti.

Dopo il grande successo ottenuto nelle passate edizioni, l’IveliseCineFestival continua a perseguire l’obiettivo principale di creare, attraverso l’arte, una rete di incontro, dialogo, condivisione, tra cineasti e spettatori. Inoltre, mira a offrire visibilità ad artisti emergenti, valorizzandone le opere.

A tal fine, Teatro Ivelise ha consolidato negli anni collaborazioni con importanti realtà del panorama artistico capitolino con l’intento di allargare la divulgazione delle opere partecipanti, attraverso una proiezione parallela dell’intera programmazione, in altre sedi artistiche della capitale in via di espansione.

Ad oggi sono confermate: il Caffè Letterario Mangiaparole, Metis Teatro, L’Istituto I.S.S. Auspicio Gatti di Anzio e Nettuno e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno.

Per questa V Edizione la Giuria di Esperti è composta da nomi illustri a partire dal Presidente Maurizio Di Rienzo (Presidente della Commissione dei Giurati – Giornalista e Critico Cinematografico), Daniele Barbiero (Vincitore per due edizioni di seguito del festival – Regista e Autore), Fabrizio Lucci (Direttore della Fotografia), Vincenzo Alfieri (Attore e Regista) e Maddalena Ravagli (Autrice e Sceneggiatrice).

Come nelle precedenti edizioni, il pubblico dell’IveliseCineFestival sarà partecipativo, in quanto, costituirà Giuria Popolare.

Seguono le Nomination decretate dalla Giuria di esperti:

MIGLIOR OPERA:

LA BELLEZZA IMPERFETTA di Davide Vigore

INANIMATE di Lucia Bulgheroni

THE ROLE di Farnoosh Samadi

SONG SPARROW di Farzaneh Omidvarnia

MIGLIOR REGIA:

Davide Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Lucia Bulgheroni di INANIMATE

MIGLIOR FOTOGRAFIA:

Daniele Ciprì di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Farzaneh Omidvarnia di SONG SPARROW

Lorenzo Scudiero di BLUE MATTER

Gianluca Sansevrino di SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI

MIGLIOR MONTAGGIO:

Riccardo Cannella di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Raphael Pereira di INANIMATE

Andrea Gatopoulos di BLUE MATTER

Ehsan Vaseghi di THE ROLE

MIGLIOR SCENEGGIATURA:

Roberto Marchionni, Davige Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Andrew Eu, Lucia Bulgheroni di INANIMATE

Ali Asgari, Farnoosh Samadi di THE ROLE

Farzaneh Omidvarnia, Mehdi Rostampour di SONG SPARROW

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:

Fortunato Cerlino in HAPPY BIRTHDAY

Melino Imparato in LA BELLEZZA IMPERFETTA

Luca Di Giovanni in  LA VOCE

Babak Hamidian in THE ROLE

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:

Irene Ferri in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Mina Sadati in THE ROLE

Alice Pagani in PLEASE DON’T GO

Mariella Parisi in MARIA ON A WIRE

ATTORE RIVELAZIONE:

Pierpaolo Spollon in LO SCHIACCIAPENSIERI

Mario Russo in AMARE AFFONDO

Teodoro Giambanco in BLUE MATTER

Vincenzo De Michele in DEAF LOVE

ATTRICE RIVELAZIONE:

Giusy Emanuela Iannone in MILLE SCUDI

Anna Ferraioli Ravel in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Victoria Pisotska in LA BELLAZZA IMPERFETTA

Lorena Cesarini in L’INTERPRETE

Per informazioni sul festival e sul programma del festival, visitare il sito ufficiale (https://www.teatroivelise.it/ivelisecinefestival/ ) e scrivere a ivelise.teatro@gmail.com o contattare lo 0689527016.

«Un giorno il re volle salire sulle montagne per parlare con il vecchio saggio che là viveva. Voleva sapere il re dal vecchio cosa fosse l’illuminazione e quali pratiche operare per poter essere anch’egli uno degli Illuminati. Il saggio non guardò il re ma ascoltò paziente le sue parole senza dire nulla. Poi lentamente, prese la ciotola di legno, unica suppellettile della sua dimora, la sollevò posandola di nuovo poco discosto. E in quel momento il re comprese; tutte le verità e le complessità dell’universo gli furono chiare: erano riassunte in quel semplice gesto.»

Iniziare a parlare di Fluxus con un aneddoto appartenente alla tradizione filosofica Zen, può sembrare eccessivo o enfatizzante, ma analizzando profondamente l’origine delle motivazioni che in quel particolare momento storico (inizio seconda metà del XX secolo) costituirono la formazione a livello planetario di un movimento dai connotati tanto complessi nel loro esplicarsi di azioni, idee, interazioni, comunicazioni multimediali, quanto sostanzialmente semplice nel proprio agire di fondo, si ritroverà comunque in ogni manifestazione fluxus l’originaria convinzione della validità totale – Tutto è Arte– di chiara ispirazione Zen.

Se il termine “fluxus” fu coniato solo nel 1961, relativamente a una serie di tre conferenze dal titolo Musica antiqua et nova, tenute da Georges Maciunas in New York dal 14 marzo al 30 giugno di quell’anno, tuttavia la dinamica degli avvenimenti che portarono alla costituzione del movimento è di molto anteriore.

Già alla fine degli anni Quaranta John Cage, ispiratore e iniziatore del gruppo, attuava un discorso che andando al di là della musica, suo campo specifico, si immetteva in una ricerca che considerava la musica in quanto suono o sequenza di suoni emessi nello spazio, quindi facenti parte dello spazio stesso e non discernibili da tutto quello che nello spazio accadesse o potesse accadere.

L’evento infatti, viene a essere considerato nella sua totalità e acquista valore proprio in quanto evento.

Il contesto sociologico che accoglie le tesi legate a Fluxus e ne sviluppa in senso prima di tutto comportamentale lo spirito, è un ambiente giovane e intellettuale che si appresta a formare la nuova generazione artistica di quegli anni.

I sintomi latenti di quella crisi di valori che investirà più tardi tutto l’articolarsi della società, vengono avvertiti e messi in luce proprio dagli intelletti più sensibili dell’ambito artistico.

L’assolutezza delle scienze e della logica occidentale stava già perdendo le certezze e fissità illuministiche e tardo-romantiche che ne avevano segnato il cammino per due interi secoli.

Ora anche l’ambiente scientifico cominciava a porsi delle domande sul ruolo del caso all’interno dei processi evolutivi e nella determinazione delle leggi fisiche.

Sia la biogenetica che la fisica quantistica si accostavano al fattore casuale come riferimento nella trattazione delle probabilità di sviluppo specifico della materia e dell’evoluzione.

A questo si aggiunga la crescente, sentita insufficienza dello standard di vita suggerito, o meglio imposto, dai due schieramenti predominanti: il capitalismo da una parte e il materialismo dialettico dall’altra, nonché l’apparire delle nuove tesi psicoanalitiche e della formazione del carattere che Wilhem Reich, valente psicologo e sessuologo di origine austriaca, in quegli anni stava enunciando.

In un contesto così circostanziato l’avvicinamento alle teorie filosofiche orientali e il coinvolgimento della quotidianità in una nuova spiritualità attiva, costituisce uno sbocco creativo che andrà via via crescendo e sviluppandosi nel malessere delle giovani generazioni sia americane che europee.

Per questi fattori interagenti il fenomeno Fluxus assume veri e propri contorni di fenomeno antropologico come lo stesso Ken Friedman sosterrà in una intervista del 1978:

«Mi parve che gli interessi di Fluxus fossero molto vicini ai miei interessi in un cambiamento sociale e culturale, così mi associai. Gli spazi aperti di Fluxus mi permisero inoltre di aggiungere il mio rilievo sull’esperimento terapeutico, l’uso dell’Arte come mezzo per lo sviluppo psicologico e l’espansione della coscienza.»

E disse in merito alle definizioni attribuite al movimento Fluxus: «È stato un gruppo che non era propriamente un gruppo, è stato definito uno scuola d’arte o una scuola di pensiero sull’arte, eppure – come molte “scuole” significative – tra i suoi membri non vi furono mai sufficienti tratti comuni per giustificare questa definizione; è stato definito una filosofia, eppure non vi fu una piattaforma ideologica o filosofica comune; è stato definito un movimento eppure non vi fu mai un’azione coesiva… Mi affascina il fatto che uno dei più importanti studi condotti su Fluxus non fu scritto da uno storico dell’Arte ma da un antropologo.»

Espansione della coscienza in ogni gesto, atto, movimento, accadimento che, andando oltre la funzionalità, rivesta un ruolo creativo, annullando gli stereotipi, le tecniche, la convenzione estetizzante per formulare un linguaggio “concettuale”, come già Dadà aveva espresso, attribuendo valore artistico a un oggetto che non avendo valore artistico in sé, assumeva tale valore in quanto a esso conferito da un giudizio formulato da un soggetto.

La grande lezione dadaista interviene nelle espressioni visive coagulando maggiormente gli assunti già delineati nelle esperienze di Cage e di altri compositori, principalmente durante i seminari newyorkesi del 1958.

La dinamica performatica diviene anima stessa del linguaggio, contenendo la totalità delle situazioni e quindi la totalità dell’Estetica stessa e del patrimonio etico di ciascuno.

Le affermazioni Tutto è Arte e Non-Arte vennero a equivalere e identificarsi senza tuttavia annullarsi a vicenda.

Il successivo arricchirsi nella concezione artistica di nuove energie e obiettivi significanti, lo stesso evolversi e staccarsi da Fluxus di artisti che avevano contribuito alla sua formazione, devono comunque al movimento la possibilità di espansione offerta alla storia del pensiero umano in quel particolare momento. In seguito avremo modo di analizzare gli eventi precisi che ne caratterizzano la storiografia.

(to be continued)

Cristina M. D. Belloni

Il 7 dicembre, nell’elegante location dell’Aula Magna del Green Park Pamphili, Maurizio Bianucci è stato premiato come “Attore in carriera” al prestigioso Premio Vincenzo Crocitti 2019, giunto alla VII edizione. Quest’anno l’evento si è contraddistinto per l’assegnazione del “Premio alla Carriera” al regista Francesco Nuti.

Grande emozione e soddisfazione per Bianucci, che nella prima stagione della serie Suburra ha vestito i panni del Consigliere Gramini e che per tale ruolo è stato notato dagli organizzatori del premio.

«Un premio è sempre inaspettato» racconta Bianucci «questo in particolare mi riempie di gioia, perché arriva a conclusione di un momento molto produttivo per me e ne apre uno nuovo».

Maurizio Bianucci, infatti, è nel cast del film di prossima uscita nelle sale cinematografiche L’amore a Domicilio insieme a Miriam Leone, con la regia di Emiliano Corapi.

L’amore per l’arte da sempre lo contraddistingue; egli, infatti, si dedica non solo alla recitazione ma anche alla musica e all’insegnamento. Esordisce come attore nel 1990 per un piccolo ruolo in Quelli del Collage, serie tv su Italia 1.

Successivamente si dedica alla musica, esibendosi come cantautore e chitarrista. L’amore per la recitazione, tuttavia, è sempre vivo in lui e nel 2000, dopo aver condotto laboratori teatrali riservati ad adolescenti, riapproda sulle scene come protagonista in La Scoperta de l’America, poema in romanesco, Emigranti di S. Mrozek e molti altri. Continua, negli anni, la sua attività in teatro, in spot televisivi, in cortometraggi e in serie tv.

Il 2017 è l’anno del suo consolidamento: approda, infatti, nella serie Suburra e negli anni successivi recita nelle fiction L’Aquila – Grandi Speranze con la regia di Marco Risi, in Aldo Moro – Il Professore con la regia Francesco Miccichèe ne La Compagnia del Cigno con la regia di Ivan Cotroneo.

Il prossimo film, in uscita al cinema, L’amore a domicilio è l’attesissimo nuovo progetto di Maurizio Bianucci, che con il suo talento e il suo ecclettismo si sta ritagliando sempre più un ruolo di rilievo nel panorama artistico italiano.

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Si è fatto un gran parlare sui media e sui social dell’installazione che Maurizio Cattelan ha realizzato per la galleria francese Perrotin, all’Art Basel di Miami Beach.

Comedian, questo è il titolo, è una semplice banana, appesa sul muro con un pezzo di scotch grigio. Il prezzo poi, a cui è stata venduta sarebbe di ben 250 mila dollari.

Arte? Avanguardia? Provocazione? Gigionismo?

Certo Cattelan non è nuovo alla creazione di sculture o installazioni provocatorie, e non è nemmeno il primo a usare ortaggi o frutta nell’intenzione artistica. Il precursore, se vogliamo, è stato Giuseppe Arcimboldo già nel 1500, con i suoi noti ritratti dipinti, composti con l’assemblamento di verdure e frutti.

Ma, a proposito di provocazioni, esattamente cento anni fa, con L’orinatoio e Lo Scolabottiglie il genio di Marcel Duchamp ha messo un punto fermo alla storia dell’arte del suo secolo e non solo, “osando” quello che all’epoca nessuno aveva avuto l’audacia o l’impertinenza di affermare. Cioè che è l’idea dell’artista in quanto tale e non l’oggetto in sé, a decretare un’opera o un’operazione come Arte.

Nel 1917, quando ancora in certi ambiti, non si erano spente le polemiche sulle nuove discipline pittoriche come il Futurismo o l’Espressionismo, una tale asserzione è stata veramente uno “scandalo”, una innovazione assoluta nella realizzazione artistica, un andare oltre la ricerca estetica per inoltrarsi nel campo filosofico. Un ribadire in modo inquieto e provocatorio, appunto, quel “cogito ergo sum” cartesiano che poneva l’idea, il concetto alla base dell’essere umano.

Se l’assunto del movimento Fluxus negli anni Sessanta è stato: “Tutto è arte” è altrettanto vero che questa affermazione voleva allora, porre l’accento su come ogni espressione, ogni istante e sensazione della vita potesse essere fermata e vissuta come un momento “artistico”, un bagliore di pura estetica, nel senso etimologico della parola: dottrina della conoscenza sensibile.

Quindi non un mero “mostrare”, mostrarsi o appropriarsi, ma una vera e propria presa di coscienza del valore delle esperienze anche minimali, per una crescita umana. Cosa che io credo debba essere alla basa dell’arte e specialmente dell’arte contemporanea e futura.

Ma, per tornare alle imprese, per così dire, “ortofrutticole”, come non ricordare le sculture di Giovanni Anselmo, esponente dell’Arte Povera italiana, che, nelle sue “Scultura che mangia” nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, incongloba verdura in strutture in pietra per far interagire materia organica e materia inerte a testimoniare i condizionamenti e le mutazioni dell’una e dell’altra, nel processo di decomposizione.

E anche, nello stesso periodo, i pianoforti ricoperti di ortaggi e frutta del compositore d’avanguardia Walter Marchetti, non solo presentati a New York presso la Tanya Bonakdar Gallery ma anche suonati in vari concerti, per una ricerca delle variazioni sonore che si determinano con il disfacimento della componente “vegetale”.

E ancora, sempre richiamandosi all’uso di materiale organico, come non ricordare la poetica espressa nella Land Art: installazioni e sculture ambientate nella Natura, realizzate con gli stessi materiali naturali dei luoghi in cui sono state rese manifeste.

«La creatività richiede coraggio» disse Henri Matisse. Il coraggio dei pionieri, degli sperimentatori, che si mettono in gioco e osano quando e dove i loro atti aprono nuove strade e nuovi profili di pensiero anche a costo di essere giudicati pazzi.

Il gesto di Cattelan non appartiene certamente a questa categoria. Se mai si può inscrivere in una fase “decadente” dell’arte e dell’idea stessa di creatività, appunto, che da un po’ attraversa il mondo della realizzazione artistica e non solo.

E tanto più plateale si può giudicare il gesto di un altro “artista”: David Datuna che, molto meno noto di Cattelan, ha avuto il suo momento di “gloria” quando ha afferrato la “banana” e se l’è bellamente mangiata. Il tutto naturalmente e rigorosamente filmato. In linea con le esposizioni mediatiche a cui ci hanno abituato i vari YouTube. Che dire poi delle numerosissime “parodie” ironiche a cui abbiamo assistito sui social, giustificate in parte, dalla banalità spicciola insita nel gesto di Cattelan!?

Qualcuno (Vittorio Sgarbi) ha poi affermato che la vera opera d’arte sarebbe stata, infine, proprio la somma astronomica alla quale Cattelan è riuscito a vendere la famosa “banana”.

Anche qui esiste un precedente: Andy Worhol asseriva infatti che: «l’arte di vendere l’arte è un gradino sopra il fare arte».

È anche questa senz’altro un’affermazione discutibile, e forviante, che ribadisce l’attuale supremazia del mercato sempre e comunque, dichiarando l’operazione commerciale al di sopra dell’idea e della comunicazione artistica, e favorendo l’incremento di “miti impropri” così cari e diffusi nella nostra epoca e della confusa “foga” collezionistica.

Tutto ciò riporta però a una domanda fondamentale, controversa (oggi più che mai) e dal difficile responso: ma poi che cos’è l’Arte?

Cristina M. D. Belloni

Di tutti i campi collaterali al mondo dell’arte, sembra che lo studio per le copertine degli album musicali a 33 giri abbia a lungo tempo offerto lo scopo principale per l’evoluzione creativa del disegno commerciale.

Fino a che il compact disc non ha rivoluzionato il mercato dell’ascolto e le dimensioni degli involucri, sono state prodotte milioni di copertine e un numero considerevole di queste sono ancora in circolazione.

Una buona collezione di dischi rappresenta di solito una parte importante e significativa nella vita di chi ama la musica, e di conseguenza anche le copertine assumono lo stesso significato, certamente non ridotto alla sola funzione protettiva.

Le informazioni che esse forniscono sul contenuto del disco non si limitano solo alle parole ma vengono espresse più chiaramente e immediatamente dal disegno o dalla risoluzione grafica o fotografica che spesso denota e sottolinea il contesto in cui è collocabile il disco stesso, facendone al contempo un fattore pubblicitario facilmente riconoscibile ed efficace.

Mentre la ricerca di immagini e la ricchezza delle tecniche utilizzate è dovuta principalmente alla loro qualità di oggetto destinato a durare nel tempo, a differenza ad esempio degli involucri per cibo o per profumi a cui vengono invece attribuiti criteri di impatto commerciale, e che vengono gettati via quando il prodotto è stato consumato.

Differentemente anche dalle copertine dei libri che “soffrendo” della loro tradizione per così dire “classica”, tendono a rimanere anonime rispetto al contenuto e solo sporadicamente riportano immagini quasi sempre non rilevanti dal punto di vista artistico o di costume.

Questo ha portato dunque alla considerazione che il contesto grafico della copertina di un long playing potesse e dovesse avere prerogative tali da essere validamente considerato come risultato artistico, facente parte della compiutezza stessa dell’opera musicale, rispecchiandone o annunciandone il feeling ma anche avendo essa stessa prerogative, sfumature, riferimenti o significati propri.

Lo spazio modulare di 12 pollici per lato e da una parte può costituire una limitazione alla verve creativa, e peraltro anche una valida sfida alla ricerca ed interpretazione immaginativa, la quale trova nelle dimensioni standard degli ‘LP una condizione imprescindibile di sintesi, dove poter esprimere adeguatamente e in modo fantasioso concetti, idee o intuizioni, in rapporto al momento musicale e soprattutto di costume che quel determinato prodotto discografico rappresenta.

La grande varietà e diversità degli stili musicali ha aperto infinite possibilità al cover design, sia pur molte volte in disaccordo con la politica commerciale delle grosse case discografiche, le quali tendono a non sentire come necessario uno studio approfondito di tale settore reputato marginale e secondario rispetto ai costi di realizzazione.

Nelle grandi compagnie spesso le diverse fasi di produzione non entrano in contatto tra di loro, ed il lavoro è mosso da criteri di valutazione legati sopratutto ad una logica di mercato più che alla validità complessiva del prodotto.

Sono invece le piccole etichette indipendenti ad aver avuto il merito di essere state maggiormente consapevoli di questo potenziale apporto artistico.

Avendo un totale coinvolgimento in tutto l’iter della creazione di un disco, i piccoli operatori hanno sviluppato un genuino interesse nel collegare l’approccio musicale a quello visuale, insieme alla maggiore capacità di rischiare commercialmente anche dal punto di vista musicale.

Alla musica jazz degli anni ‘40 va il grande merito di aver rivoluzionato il sistema discografico. Dall’ingombrante e poco capiente 78 giri si è passati al più veloce sistema di ascolto del 33 giri e un terzo stampato in vinile, materiale che possedeva anche prerogative di minor peso, maggior resistenza e fedeltà di riproduzione rispetto alla ceramica dei primi dischi in commercio.

Il jazz di quell’epoca è una musica che si impone come rivoluzionaria, rispetto all’ambiente di provenienza popolare e di derivazione culturale “nera”, sia proprio dal punto di vista della composizione musicale, dei tempi e delle interpretazioni tra i vari strumenti.

Musica veloce, ritmata, di rottura rispetto a tutta la tradizione musicale occidentale, si diffonde con successo tra le giovani generazioni americane prima, ed europee in secondo tempo, proprio per la sua anima libera dai condizionamenti della greve cultura classica.

Di conseguenza anche gli involucri di carta prima e di cartone poi, che contengono i dischi jazz vengono studiati in modo che abbiano un impatto “colorato” sul pubblico.

Sia nell’iniziale studio formale e cromatico del marchio discografico, che appariva preponderante nelle prime edizioni musicali, sia successivamente nella vera e propria costruzione della copertina l’impronta jazz era facilmente riconoscibile.

La grafica, ancora molto semplice, evidenzia più le prerogative della casa discografica che quelle vere e proprie della registrazione o dell’artista, andando però via, via, sviluppando la tendenza ad inserire immagini a colori dell’autore o dell’orchestra ritratti di solito in modo semplice e diretto.

Il primo dato sociologico con cui dovrà confrontarsi il design degli album discografici si presenterà più tardi, negli anni ‘50, quando il blues ed il sound di colore prenderà piede nei gusti del grande pubblico.

All’epoca le copertine erano spesso corredate da immagini fotografiche degli esecutori, ma nella democratica America veniva ancora considerato socialmente e moralmente degradante mostrare le immagini di artisti di colore.

Per questo motivo la maggior parte delle Cover-production Blues di quel decennio riproduce un’idea “bianca” riconducibile ad un contesto “etnico” della musica blues: personaggi anonimi del popolo nero, seduti in un patio o in cammino quasi sempre con la chitarra, nel suggestivo paesaggio del Sud.

Dopo aver faticosamente superato l’impatto razziale, per molti anni le Jazz-cover hanno teso ad una sostanziale sobrietà realistica dell’immagine per distanziarsi ed evidenziarsi rispetto al “romanticismo tradizionale” o alla seriosità datata che abbondano invece sulle copertine dei dischi di musica classica, mai, peraltro, approdate ad un linguaggio stilistico tale da rendere merito alle profondità immaginifiche che la musica classica possiede.

Nell’ambito jazz degli anni ‘60 è da ricercarsi anche la prima copertina apribile a due ante, edita dalla Impulse Records americana ed i pregevoli lavori fotografici di Wolff, per la Blue Note, di Bob Fischer per la RCA e di Toni Frissel per la United Artist Records.

Per la Blue Note tra il 1957 e il 1958 lavorerà anche Andy Warhol nella realizzazione di due cover per altrettanti ‘LP di Kenny Burrell.

Con il passare del tempo la ricerca jazz è andata intellettualizzandosi, e fondendosi con altre sonorità musicali, staccandosi sempre più dall’ambito popolare che l’ha vista nascere.

Perciò, essendo sempre più rivolta ad un pubblico specifico, la produzione jazz non ha avuto bisogno di immagini eclatanti e colori sgargianti, né di seguire particolari condizionamenti delle mode, pur non mancando mai di giocare linguisticamente con temi grafici molto diversi tra loro come l’umorismo, il mondo delle fiabe, il collage surrealistico.

Esistono anche esempi di primitivismo etnico, di riferimenti all’Arte Moderna o di feroce satira verso la produzione classica: senza però che sia mai stato abbandonato un certo stile sobrio ed elegante.

Ne sono conseguite scelte raffinate e molto curate delle fotografie, delle impostazioni scritturali e grafiche ed una ricerca estetica dell’impaginazione che ha creato vere e proprie linee di tendenza stilistiche per cui data una copertina già si riconosce l’impronta inconfondibile dello stile e del tipo di ricerca musicale proprie della casa discografica che l’ha prodotta.

Emblematica in tale senso è l’etichetta tedesca ECM Records (Eicher Club Music) fondata nel 1979 da Manfred Eicher per coniare un nuovo modo di intendere il jazz nei suoi risvolti di perfezione tecnica, di ricercatezza delle sonorità o di fusione etnologica.

Nell’ECM sono confluiti musicisti come Don Cherry (scomparso recentemente), John Abercrombie, Gavin Bryars, Jon Hassell, Ralph Towner ed altri della stessa levatura.


Manfred Eicher ha sempre avuto una particolare sensibilità verso gli involucri dei suoi album, curatissimi dal punto di vista ipaginativo.

Fotografi come Roberto Casotti, Franco Fontana, Luigi Ghiri e Frieder Grindler sono pregevoli autori di molte delle covers ECM, mentre l’aspetto grafico è quasi sempre affidato al raffinato gusto estetico di Barbara Wojirsch. Del 1980 è la copertina firmata Michelangelo Pistoletto dell’album Ah per il quartetto di Enrico Rava.

Per quanto riguarda il jazz inglese, soprattutto degli anni ‘70, vorrei infine soffermarmi sulla casa discografica Vertigo Records, la quale ha posto come etichetta tonda al centro del disco di vinile una delle “spirali” di Marcel Duchamp che ruota di fatto quindi, proprio a spirale come è nello spirito originale dell’opera duchampiana.

Della Vertigo Records vorrei citare le copertine di Ian Carr e dei Nucleus realizzate in stile cartoon da Keith Davis o da Roger Dean che più tardi svilupperà l’illustrazione fantastica nell’ambito pop, in particolare le copertine degli Yes e di altri noti gruppi rock inglesi dell’epoca.

Cristina M. D. Belloni

Dopo il successo del Montecatini International Short Film Festival in cui ha ricevuto l’ambito Premio Innovazione Cinematografica, Mirko Alivernini è pronto a presentare al pubblico il suo nuovo atteso progetto Nika – vite da strada.

Nika – vite da strada è un’opera attuale e di profondo rilievo sociale. La violenza sulle donne, il bullismo e l’alcolismo sono temi presenti all’interno del film. È un lungometraggio in cui si trattano problematiche forti e dolorose ma in grado di produrre la forza necessaria per cambiare il proprio destino e salvarsi.

L’opera è stata girata interamente con uno smartphone; nello specifico i modelli P20 Pro e il P30 Pro della Huawei. Mirko Alivernini, da sempre innovatore, è infatti, il primo regista italiano ad utilizzare nelle sue opere una tecnologia a doppia intelligenza artificiale.

Il pregio di questi modelli di smartphone è la qualità tecnica fornita. Dotati di una doppia intelligenza artificiale, possono contare su una ottimale registrazione audio, su tre fotocamere con le prestigiose ottiche della Leica e sulla possibilità di utilizzare uno stabilizzatore; tutto ciò rende le immagini prodotte pulite e nitide anche tenendo in mano il dispositivo correndo. Questo consente di abbattere i tempi di realizzazione di ogni singola scena e quindi i tempi di lavorazione dell’intero progetto.

Negli Stati Uniti molte produzioni cinematografiche stanno iniziando ad utilizzare questa nuova metodologia ma, in Italia, Mirko Alivernini e la sua casa di produzione, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà, sono i primi in assoluto a lavorare in questo modo.

“Il mio intento è quello di far capire agli addetti ai lavori e al pubblico che si può fare un cinema di alta qualità non utilizzando necessariamente dei metodi tradizionali. Il cinema è stupire e creare. Questa per me è la regola” dichiara Mirko Alivernini.

L’alta qualità del suo cinema gli ha consentito di ampliare il progetto: il lungometraggio, infatti, nato originariamente per le piattaforme sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche, grazie alle tante proposte giunte dagli addetti ai lavori.

Nika – vite da strada è la storia di una ragazza che vive ai margini di una borgata di periferia romana alle prese con pesanti problemi economici familiari causati da forti debiti accumulati dal padre. La protagonista conduce una vita basata su combattimenti clandestini per consentirle di vincere somme di denaro ma incombe anche la figura di un losco strozzino il quale pretende in poco tempo la restituzione di un prestito. La giovane decide di farsi allenare in una palestra da un ex campione di pugilato con l’intento e l’obiettivo di sfidare nel titolo mondiale della sua categoria la campionessa del mondo in carica. Tuttavia i regolamenti sono chiari e appare difficile che la Federazione possa accettare di far disputare un incontro ufficiale ad una atleta senza alcun titolo. Come risolvere il problema e come trovare la soluzione più idonea per i debiti familiari?

Nel cast Noemi Esposito, Giulio Dicorato, Stefania Della Rocca, Luigi Converso, Andrea Sasso e Vincent Papa.

Le musiche originali del film Nika – vite da strada sono ad opera di Giordano Alivernini (canale Youtube: www.youtube.com/aliverjmusic).

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Mirko Alivernini, classe 1980, è un attore, autore, regista e conduttore romano che fin da giovanissimo sviluppa un amore sviscerale per l’arte e il mondo dello spettacolo, facendo diventare la sua passione una professione. Inizia, infatti, la sua carriera in televisione, dove debutta nel 2004 a livello regionale e successivamente nazionale. Fonda, in seguito, una sua casa di Produzione insieme ad Alessio Purger, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà. Cura e crea molti format televisivi, per poi approdare ai film nel 2010 con Storie di Borgata in cui è autore e attore e per cui vince un prestigioso premio al Premio Euro Mediterraneo a Roma. I suoi lavori riscuotono successo, conquistando il pubblico e la critica. La passione e il talento gli fanno ottenere importanti riconoscimenti. Nel 2016 la serie tv Il Potere di Roma, prodotta nel 2015, in cui è autore, regista e protagonista, viene premiata all’International Rome Web Festival come Miglior Idea Originale ed ottiene la qualificazione al Washington Web Festival, dove nella primavera nel 2017 ottiene un altro riconoscimento. La serie tv era l’unica produzione italiana a partecipare al concorso negli Stati Uniti.

Nel 2017 con il cortometraggio prodotto nel 2016 L’Ultimo Pescatore, per la regia di Gianluca Della Monica, in cui Mirko Alivernini è protagonista, ottiene il Premio Vincenzo Crocitti. Il 2017 è l’anno in cui Mirko Alivernini accresce ulteriormente le sue produzioni dedicandosi come autore, regista e attore protagonista, al mondo del web system con il film Il Ribelle, uscito sulla piattaforma Shout Distribution. Seguirà Il Ribelle 2 – Escape from the City e il cortometraggio Armageddon. Nika – vite da strada è il suo ultimo progetto di prossima uscita nelle sale cinematografiche e sulle piattaforme smart tv e web.