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Archivio categorie: Cultura

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Se vai in Calabria sentirai che c’è un odor di Calabria come c’è un odor di neve, come c’è un odor di sole.


Anselmo Bucci

Per la rubrica I luoghi del Cuore, non posso non parlarvi, cari Artefattini, di quello che per me, più di tutti, lo rappresenta: la Calabria.

La mia Regione. Ci sono nata, per lei ho dato, ho scritto, ho avuto, ho rinunciato. A volte mi ha fatto anche arrabbiare, forse in alcuni casi mi ha addirittura delusa, ma quello che sento quando penso a lei o quando la devo lasciare è indescrivibile, è tante emozioni insieme racchiuse però in una sola parola: malinconia.

Forse perché è vero il detto “quando vieni al Sud piangi due volte, quando arrivi e quando parti!”, o forse perché “il male di casa propria” come lo hanno definito gli antropologi culturali esiste davvero.

L’unicità sta nella sua capacità di racchiudere in sé mille sfaccettature diverse, che la rendono per questo vera e pura.

La Calabria è durezza, fragilità, bontà, amore, famiglia.

La Calabria è mare cristallino, montagna innevata e collina verde, ma di quel verde che sotto il sole diventa quasi giallo e quasi nuvola, una nuvola sulla quale lasciarsi trasportare da quanto è soffice, ed è poi cielo stellato, la cui luminosità si imbatte negli argentei ulivi.

La Calabria è colori, tradizioni, musica, cultura, storia.

La Calabria è il mio paese, Sersale, è caminetto, è panino con ‘a soppressata, è Nonno Pasquale.

La Calabria è Noi, che pur girovagando per il mondo, vittime forse di un sistema ormai ahimè penetrato nello stereotipo comune, non ci dimentichiamo di lei, rimanendone orgogliosi nonostante tutto.

La Calabria è Calamita pura.

Maria Pettinato

Genova è senza dubbio uno dei miei luoghi del cuore, non solo perché quando penso a lei mi tornano alla mente gli anni dell’università, quelli spensierati, ricchi di progetti e di ambizioni, ma anche perché è per eccellenza, e da sempre, la città della forza, della cultura e dei sogni.

Sogni perché è proprio dal suo porto che migliaia e migliaia di persone si sono imbarcate per le terre della fortuna, credendo e affidandosi al destino. Forza nel vero senso della parola! Da sempre i genovesi dimostrano unione e determinazione affidandosi al gruppo, ad una sorta di patriottismo direi, un forte legame alla propria città come i fatti recenti hanno ben dimostrato.

E poi c’è la cultura, presente non solo nella storia attoriale e musicale di Zena, ma anche semplicemente nel modo di fare tipicamente genovese, apparentemente scontroso e indispettito, e allo stesso tempo artistico e unico, accogliente nel suo modo che è suo e basta, vivo ed elegante.

Un mix di culture secolari, un grande bagaglio conoscitivo e l’orgoglio di appartenenza sono riassumibili nelle piccole cose, dalla focacceria dietro l’angolo ai vicoli multietnici che riportano alla mente i brani di Fabrizio De Andrè, dalla zona universitaria di Via Balbi in cui sembra quasi che il tempo si sia fermato ai musei curati e studiati nel dettaglio perché il loro compito è quello di valorizzare l’identità genovese.

Uno di questi è il Galata, Museo del Mare, suddiviso in cinque piani (comprendendo il piano terra), ognuno dei quali dotato di una propria essenza e coerenza storica, ma con un tema centrale che crea autenticità: la cultura marittima genovese.

Si passa dall’esposizione di importanti documenti e dipinti, tra cui i ritratti di figure importanti per la storia marittima e non solo di Genova, come Cristoforo Colombo e Andrea Doria, alla ricostruzione della vita a bordo di una galea per citare una piccolissima parte di ciò che offre il Galata.

Ma la parte che forse più di tutte trasmette unicità ed emozioni così forti da lasciare il visitatore a bocca aperta per lo studio e la ricerca inerenti al contesto offerto, è situata al terzo piano e riguarda la storia delle emigrazioni italiane e delle nuove immigrazioni.

La vita dell’emigrante diventa quella del visitatore che mediante un passaporto e un biglietto di imbarco diventa uno di loro celandosi nei suoi panni, entrando nella sua storia di persona e nella sua avventura transoceanica, drammatica sotto tanti aspetti e per questo a volte, come dimostrato dalle documentazioni epistolari, cancellata, almeno apparentemente.

La dogana, le camerate che dividevano le donne dagli uomini, la scarsa alimentazione, le malattie che a volte si diffondevano e che ponevano fine alla speranza di giungere a destinazione, l’arrivo tanto atteso e spesso il ritorno per mancanza di requisiti, vengono alla luce mediante testimonianze fotografiche, lettere, video e ricostruzioni dell’ambiente in sé.

Un tempo che sembrava non finire mai all’interno del piroscafo che avrebbe cambiato la vita di queste persone, ma anche di coloro che rimanevano a casa attendendo e pregando l’arrivo e il cambiamento.

E tu visitatore, nella tua grandezza di uomo, ma a volte nella tua piccolezza perché immerso nell’indifferenza che caratterizza ahimè questo secolo, ti senti indifeso di fronte a ciò che è stato e a ciò che è di nuovo e lo capisci non appena giungi in una delle ultime sale del museo, dalla quale è riconoscibile il barcone dei telegiornali, delle fotografie, ma questa volta è vuoto e proveniente direttamente da Lampedusa per far sì che questa nuova parentesi storica non venga dimenticata.

Comprendi, vivendolo, il viaggio della speranza che ci ha caratterizzato e ci caratterizza come nazione da secoli. E giungi poi, più ricco culturalmente, ma diciamo anche più consapevole della tua storia, nella terrazza panoramica, situata all’ultimo piano, ed è qui che respiri il mare e la bellezza di Genova in tutta la sua maestosità.

Maria Pettinato

Ricordate Il Tocco dell’Arte? La mostra itinerante che ha visto come protagonisti sessanta artisti provenienti da tutta Italia e giudicati dal critico d’arte Vittorio Sgarbi? (se non hai ancora letto “IL TOCCO DELL’ARTE” tra centro storico e valutazioni clicca qui!).

Il mio interesse verso un evento unico come questo, in cui l’arte è stata esposta nella sua essenza tra i vicoli del centro storico di Taggia (Im) coinvolgendo e inglobando passanti appassionati e non del mondo artistico, è proseguito anche nei giorni successivi.

Tra le opere esposte infatti ce ne sono state alcune che mi hanno particolarmente colpita per il dinamismo che emanano mediante tratti veloci e colori ricchi di enfasi.

Sono i dipinti di Silvio Papale, pittore torinese, la cui tecnica, se pur associabile sotto certi aspetti a quella futurista spicca di originalità tra le altre per un elemento molto interessante: al posto della tela l’artista utilizza il foglio di giornale.

Una data, un evento, un fatto, un luogo vengono così illustrati mediante le sensazioni e le emozioni che esse suscitano in lui. In questo modo l’attimo viene colto nella sua realtà, dalla quale traspare movimento, dinamicità e forza.

Ho deciso di contattarlo, intervistarlo e presentarvi così la sua arte…

Intervista a Silvio Papale

Ci parli dei suoi inizi spiegandoci il suo primo approccio con l’arte. Quando è avvenuto?

Il mio interesse per la pittura è cominciato già da piccolo. A scuola il disegno e l’arte erano le mie materie preferite. Ricordo di aver vinto a undici anni il primo premio ad un concorso di disegno dedicato ai ragazzi delle scuole medie; si chiamava Disegna il tuo carnevale, fu un’emozione unica.

Qual è il suo rapporto a livello emotivo con il mondo dell’arte?

L’arte mi regala emozioni personali uniche così intense che è difficile esternarle e condividerle.

Che tecnica utilizza e come decide i soggetti da dipingere? Sono legati a luoghi, circostanze, emozioni, vita personale? Ci racconti…

La mia tecnica è molto particolare. Utilizzo come base il foglio di un quotidiano, che ha come scopo non solo quello di essere un supporto alla pittura, ma anche quello di rendere unico un momento. Usando il giornale di quel giorno fermo un momento fisico e temporale, è un’esecuzione datata e univoca. Spesso mi trovo in giro per l’Italia a dipingere en plain air ed ecco che il giornale di quel giorno e di quel luogo diventa la base per rappresentare con colori e strumenti la mia visione della realtà percepita nel contesto in cui in quel momento mi trovo. Il risultato è la verità della notizia contrapposta alla mia visione della stessa.

Idea originale e importante. Da cosa nasce questa scelta?

Il giornale, la notizia, il vero raccontato nei titoli deve rappresentare un momento unico. Partendo da esso e attraverso colori ed emozioni-visioni racconto la realtà che mi circonda.

Visioni sulla Reggia di Caserta

C’è qualche movimento artistico passato o pittore, di cui sente l’influenza?

Devo dire che non c’è stato un movimento particolare. Nello stesso tempo posso dire che il futurismo è una corrente artistica che mi affascina particolarmente.

Visioni su Torino

Qual è l’opera che maggiormente ha nel cuore?

Senza dubbio Libertà e pace. È un quadro realizzato in un giorno particolare, l’uccisione di Mu’ammar Gheddafi, della quale parlavano tutti i quotidiani. Mi è venuto in mente di rappresentare un bambino che corre… è felice in un campo di grano o fugge spaventato dalla tragica guerra?

Libertà e pace

Come definisce l’attuale mondo dell’arte e l’approccio della società con esso?

Sono convinto che oggi l’arte ha lo scopo di raccontare e trasmettere emozioni. Non sempre questo avviene, siamo purtroppo distratti da milioni di immagini che prepotentemente entrano nelle nostre vite. L’arte deve perciò diventare un filtro capace di entrare nel cuore della gente.

Silvio Papale e Vittorio Sgarbi a Il Tocco dell’Arte

Pittura unica, intensa, in cui la verità emerge nella sua semplicità. Un ringraziamento speciale ad un’artista che l’arte la vive ancora per quella è: un canale per arrivare alla mente e al cuore dell’osservatore.

Maria Pettinato

Tellaro

Verso Tellaro cupole di fogliame da cui sprizza una polifonia di limoni e arance e il velo evanescente di una spuma, di una cipria di mare che nessun piede d’uomo ha toccato o sembra, ma purtroppo il treno accelera…

Eugenio Montale

22 maggio 2019. Il secondo giorno nel Golfo dei Poeti è cominciato nel migliore dei modi: colazione al sesto piano dell’Hotel Shelley e delle Palme con tanto di vista mozzafiato su Lerici, e centro benessere, dove ad accoglierci abbiamo trovato Alessia, professionista nel settore estetico, che con gentilezza ci ha accolte e coccolate. (Clicca qui per leggere Primo giorno nel Golfo dei Poeti: LERICI E SAN TERENZO.)

Vista dal sesto piano dell’Hotel Shelley e delle Palme

E poi di nuovo nel magnifico centro lericino, che più lo ammiri e più te ne innamori, che più lo guardi e più ti senti immerso in un’epoca remota in cui regnano armonia e serenità, in cui l’ispirazione si fa strada cullandoti, così come le onde del mare il cui suono ti rilassa su uno scoglio.

Lerici al tramonto

Luogo magico da qualsiasi punto di vista, che sia esso una semplice ma strepitosa frittura mista preparata con il sorriso dalle ragazze della gastronomia Siamo Fritti, un tramonto meraviglioso sul mare che per fortuna abbiamo visto dopo due giornate di nuvole (perché vi assicuro che ne vale davvero la pena!), un gruppo di bambini che giocano sereni a pallone riportandoci alla mente i ricordi dell’infanzia, un set fotografico di abbigliamento tedesco in piazza Garibaldi con tanto di Vespa 50 Special presa in prestito da un ragazzo del posto,…

Lerici al tramonto
Il fritto misto da Siamo Fritti

Ma è il pittoresco borgo di Tellaro, il più bello di Italia, la ciliegina sulla torta come si suol dire! Splendido come gli altri, ma dotato di quell’essenza tutta sua, che può definirsi a tratti malinconica ed enigmatica.

Le vasche delle donne

Sono i piccoli vicoli sui quali barchette di tonalità diverse tra loro vengono ancorate, i gattini sui davanzali immersi anch’essi nel tempo sospeso, la Chiesa Oratorio di Santa Maria che erge sulla cima, il mare davanti alle case, la Chiesa di San Giorgio Martire che sembra quasi uscire dalla spuma delle onde, le vasche nelle quali le donne del borgo si incontravano per fare il bucato, a rendere Tellaro un paradiso di pace.

Barche ormeggiate nei vicoli di Tellaro
I gatti di Tellaro

Sono fascino, mistero e leggenda le parole che vengono alla mente ripensando a questo piccolo, ma grande borgo, “un nirvana tra mare e cielo, tra le rocce e la montagna verde” come lo ha definito Mario Soldati.

Maria Pettinato

Lerici

Qui sono io, seduta accanto ad una finestra aperta, su un balcone, […] ma come descrivere le colline, le alte case, rosa, gialle, bianche, e un mare vero, e non immaginario, d’un color viola scuro, senza onde rollanti […]

Virginia Woolf

Cosa c’è di meglio del rinomato Golfo dei Poeti per raggiungere la pace? Il posto in cui scrittori, artisti e intellettuali hanno trovato l’ispirazione necessaria per creare veri e propri capolavori. A pensarci ritenevo tali affermazioni semplici leggende, un modo per attirare turisti da tutto il mondo, invece… è davvero così amici Artefattini!

Ma partiamo dall’inizio…

21 maggio 2019, Treno Intercity 505, destinazione: La Spezia. Valigia, mamma, voglia di relax e cultura.

Giunte a La Spezia siamo state accolte nel migliore dei modi dai suoi cittadini, i quali ci hanno fornito con gentilezza e ospitalità le informazioni necessarie per raggiungere il nostro luogo del cuore, Lerici, una cittadina a dir poco raffinata affacciata sul Mar Ligure.

Appena arrivate, che dire… E-STA-SIA-TE! Di fronte a noi, le tonalità pastello delle piccole casette davanti al mare, le onde violacee del mare, un castello quasi irreale sopra la scogliera, le barchette ormeggiate con ordine, e poi… il profumo del mare e il silenzio, che aleggiando nell’aria avvolgono il borgo di un’atmosfera incantevole, nonostante il brutto tempo di questi giorni.

Vista dal castello di Lerici

Un vero e proprio quadro da ammirare, un luogo nel quale, oltre a sentirsi pienamente a casa vista la cordialità insita nei suoi abitanti, si vivono sensazioni di totale distacco con il caos dell’esterno, di armonia, consapevolezza e serenità.

Centro di grande cultura testimoniata non solo dai numerosi eventi annuali pubblicizzati in ogni angolo da locandine e manifesti, ma anche semplicemente dalla volontà di rimanere ancorati alle proprie tradizioni.

Lo si può notare dal clima marinaro che si respira e che si vede nelle figure di pescatori impegnati nelle proprie attività sulla banchina del porto di Lerici i quali, se ammirati durante il tramonto, richiamano alla mente epoche passate.

Pescatori sul Porto di Lerici

Passeggiando si giunge poi a San Terenzo, alla cui estremità si può ammirare il secondo castello della giornata, fortificazione suggestiva e anch’essa ricca di enfasi, posta di fronte a quella di Lerici. È come se i due castelli alleati si guardassero negli occhi in difesa del proprio paradiso dalla confusione esterna.

San Terenzo dal castello

Anche qui protagonisti sono i piccoli vicoli, l’estrema cura architettonica, la tradizione marinara di pescatori che ancora oggi si incontrano presso la Società Pescasport per un bicchiere di vino, una giocata a carte e la partita della loro squadra del cuore… semplicemente il borgo marinaro.

San Terenzo zona castello

E poi la lettura di un libro davanti al mare, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli sottostanti, il gelato della migliore gelateria del posto, La Rana Golosa, il promontorio di Marigola fatto di roccia e vegetazione.

Suggestione, luogo senza tempo, emozioni uniche ci hanno accompagnate in questo nostro primo giorno facendoci comprendere ancor di più i pensieri di illustri intellettuali, dal poeta Percy Bysshe Shelley alle scrittrici Mary Shelley e Virginia Woolf, dal regista Mario Soldati a Paolo Bertolani, per citarne alcuni.

Ma non è finita qui… a presto con il Secondo giorno nel Golfo dei Poeti: Lerici e Tellaro.

Maria Pettinato

Si è conclusa nel tardo pomeriggio di ieri, con la vittoria del pittore Claudio Marciano, la mostra itinerante Il Tocco dell’Arte, promossa da Laura Cane e curata da Doriana Dellavolta, che ha visto protagonisti sessanta pittori provenienti da tutta Italia nelle giornate di giovedì 25 e venerdì 26 aprile.

Un’esposizione basata sull’ergo artistico di ogni singolo pittore, chi con un talento maggiore rispetto all’altro, ma comunque tutti dotati di qualità personali e spesso influenzati dalla storia dell’arte passata.

Il tutto si è presentato nell’autentica cornice di uno dei borghi più belli d’Europa, il centro storico di Taggia (Im) sotto l’occhio attento del critico per eccellenza Vittorio Sgarbi, l’assessore alla Cultura della Regione Calabria Mario Caligiuri e il professore Carlo Bagnasco.

Una mostra all’aperto quindi che ha garantito una partecipazione pubblica importante e che ha permesso a chiunque, appassionati e non, di entrarci a contatto.

Le principali piazze del paese hanno respirato un’aria diversa, ricca di vitalità grazie ai colori e ai temi espressi in dipinti curati nei minimi dettagli i quali, mediante stili differenti tra loro, hanno riportato alla mente l’importanza dell’arte nella nostra storia e nella nostra vita.

Qualità premiate dai giudici sulla base di ciò che il dipinto esprimeva e del suo emergere sugli altri, di come le regole e i principi del quadro andavano a camminare di pari passo con il talento permettendo alla passione di trasformarsi un giorno in un mestiere.

Aspetto importante nella valutazione dei partecipanti da parte di Sgarbi, che oltre a decretare Marciano come vincitore di questa edizione, ha “segnalato” positivamente “la raffinatezza” di Albino Caramazza, “la controllata tra le donne” presenti Daniela Delle Fratte, “la pittura calda” di Fausto Mazer, “l’impegno accademico” di Carola Silivi e “la dimensione accademica, ma più americana” di Sergio Veglio.

Una vera e propria opportunità dunque per artisti conosciuti e non nel panorama artistico nazionale e un’occasione per fare cultura in un contesto architettonico importante, ma spesso ahimè accantonato.

Maria Pettinato

Chi conosce Diano Marina (Imperia) è ben consapevole del fatto che l’estate qui comincia nella settimana di Pasqua, anche quando il clima non è dei migliori, cosa che accade molto raramente come dimostra il sole splendente nel cielo di questi giorni!

Le vie del centro si riempiono di turisti, le spiagge cominciano a rivivere e il clima dinamico tipico delle zone balneari anche. Ed ecco che gli eventi cominciano a prendere piede e a offrire giornate diverse, allegre e perché no culturali, che non fa mai male!

Ne è un esempio il Festival Internazionale del Folklore che il 12, il 18 e il 21 aprile ci ha offerto e ci offrirà giornate all’insegna della tradizione, del costume e dei balli popolari appartenenti a quarantadue gruppi folkloristici provenienti da tutto il mondo.

Colore, esuberanza, movimento fanno da protagonisti omaggiando i turisti e i cittadini dianesi di elementi tipici di paesi lontani, i quali si ritrovano sfilando i propri costumi ed esibendo i loro balli per le vie del centro.

Lo scopo è quindi quello di diffondere le proprie tradizioni e la propria cultura in assoluto divertimento. La passione e l’allegria emergono con intensità non solo nei balli, dai quali traspare una grande preparazione e un assoluto legame alla propria terra, ma anche nei sorrisi e nella commozione che viene fuori dall’applauso di un pubblico totalmente coinvolto.

È la soddisfazione di appartenenza a muovere gruppi di persone di ogni età, anziani, ma anche bambini e ragazzi che non vogliono abbandonare le loro usanze. E non esiste competizione tra popoli che sono diversi come è giusto che sia, ma comunque uniti nell’orgoglio e nella volontà di trasmettere il loro essere.

Esibizioni genuine e vere sono perciò le protagoniste di un festival ben riuscito nel complesso nonostante la poca organizzazione, a mio avviso, per ciò che riguarda il rispetto degli orari nella giornata di ieri 18 aprile: mi riferisco alla scelta controproducente di inserire in brochure come orario di inizio esibizione le ore 17, ma avviarla molto prima!

Nonostante ciò consiglio vivamente a tutti di partecipare alla prossima esibizione che si terrà domenica 21 aprile e mi complimento ancora una volta con Diano Marina, sempre pronta ad ospitare eventi coinvolgenti come questo.

Maria Pettinato

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FOLKLORE di Diano Marina

Chiunque è stato in Africa, principalmente sul versante Indiano, può capire a cosa mi riferisco quando dico che è il continente dei mille colori e dei mille profumi, del sorriso e della bontà. È interessante notare come la sua cultura, ben intrisa nel modo di esprimersi dei suoi popoli, sia un misto di usi e costumi differenti.

Una di queste è senza dubbio la cultura dei Masai, etnia collocata sulle alture della Tanzania e del Kenya, ma allo stesso tempo transumante, cioè emigrante per vari motivi che possono essere la ricerca di cibo e acqua, ma anche, come accade recentemente, la ricerca di lavoro a contatto con i turisti, come succede ad esempio nell’isola di Zanzibar dove ho avuto la possibilità di entrarci a contatto e comprendere le loro usanze.

Una di queste è senza dubbio il ballo. Si sa infatti che l’Africa è musica, è movimento e quando pensiamo a lei spesso la mente ci porta a immaginarci gruppi di africani muoversi su ritmi dinamici come se fosse qualcosa di assolutamente naturale.

Non sempre però i loro balletti sono legati alla musica strumentale e non sempre seguono i canoni che noi immaginiamo quando pensiamo a loro. Mi riferisco ai balletti Masai che lasciano senza fiato lo spettatore regalandogli una sensazione di stupore e meraviglia per la loro capacità di utilizzare il corpo e la voce creando coreografie di gruppo eccezionali, diverse tra loro in base al significato ad essi associato.

Uno di questi è l’Ormunjololo, un ballo di benvenuto solitamente offerto ai forestieri. È caratterizzato da movimenti sciolti, leggeri e salti molto alti in posizione retta svolti a turno su una base ritmica creata da un gioco di voce, gola e respiro da parte dei componenti del gruppo, tutti di sesso maschile.

I Masai si autodefiniscono un popolo guerriero tanto che ogni maschio della tribù è cresciuto sui valori della fedeltà, della difesa e dell’unione fraterna. Appena si raggiunge l’età giusta, solitamente i diciotto anni, i maschi vengono mandati a cacciare e in questa prima occasione devono manifestare ai capi la loro virilità.

La caccia ha dunque un valore rilevante per loro e questo si materializza nell’Emburkoi, un balletto svolto dagli uomini in gruppo al ritorno dall’avventura di cattura e anche in questo caso la musica è voce, gola e respiro che insieme formano un ritmo che ricorda il “verso della savana”, in quanto va a ricostruire la voce degli animali che la abitano.

Per quanto riguarda le donne, il ballo che le caratterizza è l’Engonjira, il cui significato è molto profondo ed è quello dell’amore. Ballano in qualsiasi momento della giornata utilizzando come musica la voce ed esprimendo eleganza e femminilità attraverso movimenti graziosi e mai volgari.

Le emozioni che loro regalano a chi li vive sono straordinarie. Sono allegria, serenità, pace. E non le trasmettono solo con i loro balli, ma anche attraverso la loro bontà e la loro voglia di vivere.

Maria Pettinato

Grazie Zanzibar, grazie Amici Masai, ma soprattutto grazie a te Benjamin e alle tue informazioni.