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Archivio categorie: Recensioni

Varietà, sketch, divertimento sono le parole chiave dello spettacolo Ridere a colori, diretto e interpretato dalla compagnia torinese Volti Anonimi e andato in scena nel conosciutissimo Teatro Ariston di Sanremo (Im) domenica 9 giugno.

Un vero e proprio evento di solidarietà, visto l’intento benefico organizzato da Teatro Eventi, ma allo stesso tempo un’occasione per divertire il pubblico mediante un susseguirsi di scene esilaranti interpretate impeccabilmente dalla compagnia.

A far da protagonisti, per citarne solo alcuni, sono una Signora delle Camelie “sputacchiante”, l’indimenticabile coppia Sandra-Raimondo, l’equivoco “micina” ripreso dal Drive In degli anni Novanta, un “tragicomico burlesque”, un divertente cinema muto.

Ridere nel vero senso del termine come attesta la comicità intrisa in uno spettacolo che unisce dunque momenti del varietà tutto all’italiana a celebri nomi del cinema e della musica internazionale.

A colori perché stravagante, eccentrico, unico nella sua originalità e perciò brillante, appunto colorato di mille sfumature che spaziano dall’ironia propriamente nostrana alla tradizione teatrale, musicale e cinematografica.

Un mix ben riuscito dal quale viene fuori uno studio dettagliato sulla commedia all’italiana e un’interpretazione assolutamente degna di nota.

Maria Pettinato

Quando ho saputo dell’uscita di Aladdin al cinema non stavo più nella pelle, nonostante i miei trentuno anni di età! Era ovviamente tappa fissa andare a vedere la rivisitazione, peraltro in film, di un pezzo della mia infanzia che è un po’ la stessa per tutti i miei coetanei vista l’importanza della Disney nel campo dell’animazione e soprattutto negli anni Novanta.

È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, negli anni del cinema con papà, del mondo dei sogni, nel quale tutto era possibile, in cui tutto si fermava e ogni principessa delle favole ero io.

Semplicemente la magia della Disney! E devo dire che anche questa volta, se pur diversamente, quella realtà si è un po’ ripresentata.

Sul grande schermo un film colorato, gioioso, musicale, la cui trama, ovviamente già ben conosciuta, si è rivelata comunque ricca di spunti nuovi, sorprendentemente unica e moralmente significativa.

Aladdin-Alì (Mena Massoud) è infatti uno di noi, un ragazzo semplice, magari un po’ furbetto, ma allo stesso tempo buono e sognatore, nonostante le imposizioni e gli stereotipi di una società in cui vige il più forte, lo “statista” come specifica lo stesso Jafàr (Marwan Kenzari) descrivendo perfettamente il suo ruolo di traditore. Personaggio quindi apparentemente sfortunato, se pur positivo nelle sue idee, e perciò quasi rassegnato di fronte alle ingiustizie del mondo, finché non arriva la salvezza, rappresentata dal Genio (Will Smith), amico e aiutante del protagonista nell’indirizzarlo verso la strada giusta.

Non sono infatti i tre desideri a salvare Aladdin-Alì, non è la ricchezza ad avvicinarlo alla principessa Jasmine (Naomi Scott), né un titolo nobiliare, ma è semplicemente lui stesso, nella sua essenza e importanza come persona. È la bontà d’animo a salvarlo e a salvare le persone a lui care dal nemico, il quale altro non è che egemonia, sopraffazione, mancanza di rispetto verso il prossimo, caratteristiche tutte incarnate in Jafàr, che in fondo è l’uomo infelice e debole nell’anima perché attratto dal potere e dal denaro, caratteristica tipica della società attuale.

Ma la protagonista indiscussa di questo Aladdin è a mio avviso Jasmine, considerata bella e nulla più nonostante gli studi e gli ideali che la rendono un personaggio leale e determinato. Ed ecco che è di nuovo la raffigurazione di un sistema malsano in cui la donna è ancora discriminata, umiliata e messa da parte nonostante il suo potenziale. Figura che emerge appena si rende davvero conto di quanto lei sia importante per cambiare le cose, di quanto sia fondamentale non permettere a nessuno di “spegnere la sua voce” come attestano le parole del brano da lei cantato, La mia voce.

Degna di nota è l’interpretazione del già premiatissimo Will Smith, capace di suscitare nello spettatore una risata, ma anche una riflessione sul valore dell’amicizia la quale emerge su regole, principi e doveri.

Film assolutamente ben riuscito da ogni punto di vista, dai brani nuovi e “vecchi”, come i conosciutissimi Il mondo è mio e Il principe Alì per citarne alcuni, alle coreografiche dinamiche e studiate nel dettaglio, dalle scenografie capaci di ricreare perfettamente l’ambientazione orientale del precedente cartone animato Disney ai fantastici costumi.

Complessivamente ed eccezionalmente perfetto come solo la magia della Disney riesce a fare!

Maria Pettinato

ALADDIN

  • Regia: Guy Ritchie
  • Casa di produzione: Walt Disney Pictures
  • Musiche: Alan Menken
  • Attori: Naomi Scott, Mena Massoud, Will Smith, Nasim Pedrad, Marwan Kenzari
  • Doppiatori: Manuel Meli (Aladdin), Giulia Franceschetti/Naomi Rivieccio (Jasmine), Sandro Acerbo/Marco Manca (Genio), Francesco Venditti (Jafàr)

Pedro Almodóvar è uno di quei registi, pochi ormai rimasti, a toccare lo spettatore con forza anche quando le immagini da lui presentate altro non sono che semplice realtà, a volte addirittura priva di dinamismo. E ci è riuscito ancora con un film apparentemente autobiografico colto nella sua essenza e quindi nella sua crudezza, Dolor y gloria.

I dettagli inquadrati in primissimi piani, il colore rosso in ogni scena (classica firma del regista), la lentezza dei dialoghi, il richiamo frequente a Federico Fellini, ancora una volta hanno centrato il punto.

Il protagonista è Salvador Mallo, regista cinematografico in piena crisi esistenziale e per questo in vena di ricongiungimenti con figure che nella sua vita professionale, sentimentale, familiare e creativa hanno lasciato il segno: una madre apparentemente orgogliosa del figlio, ma in realtà consapevole dell’omosessualità di quest’ultimo e per questo disposta ad allontanarlo sperando in un cambiamento, il primo desiderio, la passione per il cinema e la rottura con esso perché ormai privo di credo, il grande amore per l’uomo che si rivelerà essere la “musa” della sua creatività artistica.

Un film della maturità, quella di Mallo-Almodóvar, ma anche dello stesso Antonio Banderas, che non è più il protagonista latin lover, conosciuto nei precedenti film del regista spagnolo, ma è l’uomo riflessivo, che non si vergogna della sua debolezza, delle sue lacrime.

Una trama dura, dalla quale emerge la sofferenza del protagonista che è circondato da ricordi, rimorsi e rimpianti, ma allo stesso tempo dalla nostalgia per una vita che non c’è più, della quale rimangono solo i film e una casa ricca di quadri e di colori esuberanti, segno di impeto e desiderio, simbolo di rinascita dopo il periodo franchista dal quale emerge un Mallo bambino schiacciato dallo stereotipo dittatoriale.

Ed ecco quindi il richiamo alla verità da parte di Almodóvar, tipicamente brechtiano in questo, perché la realtà viene fuori così com’è, senza filtri, senza maschere. Lo fa attraverso un cinema ben studiato, artistico, essenziale e per questo a volte talmente forte da incidere sullo spettatore, un cinema quindi ben riuscito perché si congiunge con l’obiettivo che la settima arte si impone da sempre, cogliere il vero.

Raggiunto anche grazie alla presenza attoriale, oltre che di Banderas, definito dallo stesso regista “il mio Mastroianni”, di Julieta Serrano e dell’ormai diva Penélope Cruz.

Pellicola quindi diversa, sentimentale quasi, e per questo forse autobiografica, anche se lo stesso Almodóvar, ha negato tale interpretazione definendo il film un mix di esperienze, emozioni e realtà prese dalla documentazione di vite altrui.

Maria Pettinato

Dolor y gloria

  • Regista: Pedro Almódovar
  • Musiche: Alberto Iglesias
  • Produzione: Augustìn Almodóvar, Esther Garcìa
  • Attori: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Julieta Serrano, Cecilia Roth

Una voce narrante, una chitarra, la musica e le parole di John Lennon. Un’atmosfera laboriosa, peculiare direte voi e a renderla ancora più preziosa ci ha pensato la suggestiva cornice del Teatro Salvini di Pieve di Teco (Im), che con i suoi palchetti e le sue novantanove poltrone rende la teatralità un momento di unione, oltre che di arte.

È la bresciana Compagnia Sergio Isonni a presentarci John Lennon, punto e… a capo, un reading biografico nato dall’idea di Giò Veneziani, scritto e diretto dal regista Matteo Treccani e interpretato da Sergio Isonni e Salvatore Rinaldi.

Punto e… a capo come rinascere, ricominciare, non avere paura. Punto e… a capo come la vita di Lennon che è stata molteplice perché ha unito tante di quelle emozioni, avventure, esperienze che tutte insieme non ne fanno una di esistenza.

La morte della madre, i matrimoni e i divorzi, la nascita e la fine dell’era Beatles, la critica, l’amore – quello vero – per Yōko Ono, i figli, la droga, la voglia di cambiare il mondo, l’impegno pacifista e poi le decise cinque pallottole che lo hanno ucciso nel 1980.

Tante vite vissute intensamente, senza avere paura del giudizio, da parte di un uomo che è da definirsi leggenda e che nel complesso, con la musica, le provocazioni, le parole, ma anche i fatti, ha cercato di cambiare il mondo diventando un vero e proprio esempio pacifista.

Ed ecco che Lennon rinasce in questo spettacolo, nei messaggi di pace presenti in brani unici e ricchi di significato che interpretati musicalmente da Rinaldi e descritti con enfasi dalla voce narrante di Isonni hanno fatto riflettere il pubblico del Salvini.

Proprio perché siamo di nuovo punto e… a capo, proprio perché qualcuno ci ha messo la faccia per poter cambiare il mondo e purtroppo quel mondo gli ha voltato le spalle e forse proprio perché la storia si ripete e l’attualità in realtà è sempre dietro l’angolo!

Un reading davvero ben riuscito, risultato di un ricco lavoro di ricerca come attesta la drammaturgia di Treccani che a mio avviso può collocarsi nella sfera del “sociale”, tipologia teatrale che vuole lasciare qualcosa e far pensare, ma anche teatro che narra oggettivamente un’epoca.

Maria Pettinato

S’a va ben, a me maìu è una commedia semi dialettale in tre atti scritta da Franco Gramondo e interpretata dalla compagnia amatoriale dianese L’Arca di Noè, la quale ha offerto allo spettatore una rappresentazione umoristica e ben riuscita nel complesso.

Scenografie, dialoghi, musica, costumi, infatti, nel loro insieme hanno creato un’atmosfera “teatrale” nel vero senso semantico che ricorda per certi aspetti le commedie del grande Carlo Goldoni.

Tratti che le riecheggiano sono il prendersi beffa dei propri padroni da parte di Felice e Giacò, rispettivamente servitori di Bertu e Giachin, gli intrighi amorosi che vanno a crearsi tra i vari personaggi, Amelia e Bertu per primi, le conseguenti discussioni tra le rispettive famiglie, la casa di campagna e la classe sociale che per antonomasia è legata al denaro ed è facilmente vittima di burle da parte della servitù, la borghesia arricchita.

Elementi che rendono la commedia un susseguirsi di momenti dinamici capaci di coinvolgere il pubblico che, divertito, entra appieno nella trama interpretata prevalentemente in dialetto ligure e anche per questo ricca di enfasi e unicità.

Caratteristiche che emergono dalla passione che ne viene fuori, la quale è senza dubbio il motore dell’intero lavoro come dimostra uno spettacolo che ha palesemente alle spalle mesi di studio e di prove. Lo si nota nella comicità inserita al momento giusto, nella battuta pronta, nelle movenze dialettali e assolutamente efficaci.

Un lavoro dunque ben riuscito e con alla base una causa importante vista la decisione di devolvere il ricavato delle offerte del pubblico a famiglie bisognose.

Mi complimento con una compagnia unita artisticamente come L’Arca di Noè e che dire… l’Artefatto aspetta la prossima rappresentazione!

Maria Pettinato

Esilarante, divertente, riflessiva e allo stesso tempo un po’ drammatica visto il contenuto, è la commedia Bentornato Presidente!, diretta da Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, la quale mette alla luce, mediante caricature totalmente azzeccate del nostro governo e del nostro popolo, il quadro attuale: semplicemente un’Italia in rovina.

La comicità è il motore che muove l’intera trama grazie alla presenza di Claudio Bisio nel ruolo di Giuseppe Garibaldi (che non è quello dell’Unità d’Italia!) e di premier, già conosciuto in quello di presidente della Repubblica nel primo film Benvenuto Presidente! (2013).

Incarico importante e utilizzato per cambiare l’Italia, impostato sulla volontà di farlo onestamente, sulla base di ideali e valori tralasciando parole complicate come spread, pil, ecc. per avviare programmi concreti in grado di riportare il benessere nel nostro Paese.

Un’Italia tragica, un po’ buffa e teatrale nella quale si fa una politica impostata su social, gossip, selfie, e chi più ne ha più ne metta, in cui i programmi elettorali prendono piede non sulla base delle problematiche reali, ma sui disappunti futili della gente da bar.

Un’Italia che sarebbe semplice da cambiare, ma che ha preso il cammino della furbizia e della mancanza di unione, della lamentela e della pigrizia, del “non pago le tasse perché quelli non si abbassano lo stipendio” senza capire che è proprio ciò che la sta rovinando. Un’Italia troppo giovane per governare, troppo internet, troppo razzista, troppo aggressiva e piena di sé.

Un quadro che traspare da un film che parla allo spettatore cercando di diffondere il patriottismo oggi mancante mediante “il premier per caso e per amore”, vista l’iniziale volontà di Garibaldi di tornare in un ruolo politico semplicemente per riconquistare la moglie Janis (Sarah Felberbaum).

Richiesta di devozione e sentimento per la propria nazione è quindi intrisa nella commedia come dimostra il discorso finale del premier in parlamento, che guarda dritto verso di noi invitandoci a cambiare, ricordando forse per certi aspetti il Charlie Chaplin del “discorso all’umanità” in Il Grande Dittatore (1940).

Così come nelle inquadrature sulla Roma Eterna, motivo di orgoglio nazionale, bella e malinconica perché ricorda i tempi passati, anche se ahimè brevi, quelli in cui la politica era sentita e amata da chi la faceva, da chi ci credeva, primo tra tutti Sandro Pertini richiamato ironicamente all’interno del film dall’omonimo nome dato da Garibaldi all’amata capretta.

Possibilità di riuscire, speranza, voglia di ricominciare e di cambiare emergono da un film che alla fine commuove ed emoziona, anche se poi alla fine, diciamoci la verità, noi italiani siamo bravi a parlare, ma a fatti… Poveri noi!

Maria Pettinato

BENTORNATO PRESIDENTE!

  • Regia: Giancarlo Fontana, Giuseppe Stasi
  • Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Nicola Giuliano
  • Casa di produzione: Indigo film, HT Film, Vision Distribution
  • Attori: Claudio Bisio, Sarah Felberbaum, Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Guglielmo Poggi

La band Noir Col, fondata nel 2008 dai cosentini Alessandro e Marcostefano Gallo e già conosciuta con l’album Virare verso sud (2016), richiama alla mente l’eleganza di altri tempi, la melodia misteriosa e suadente che ha caratterizzato la musica degli anni Venti e che attraeva perché permetteva di entrare nella propria interiorità in modo sottile.

Una simile raffinatezza, unita a un misto di malinconia e nostalgia emergono dall’ascolto de La teoria del primo passo. Vol.1 (Bix Music, 2018), prima parte del progetto artistico avviato dalla band che prevede la suddivisione dell’album in tre volumi, tutti contenenti una propria coerenza tematica e musicale.

Il primo singolo, accompagnato dal suo videoclip, è Parte di te, dal quale emerge il richiamo alla propria terra d’origine che può definirsi il tema centrale dell’intero album. È un legame forte, sincero, metaforicamente associabile a quello tra madre e figlio, tra donna e uomo e lo si comprende da una musicalità dalla quale traspare la tristezza dell’addio, ma anche la serenità che si prova quando si è con lei.

La nostalgia, pur negata durante il viaggio di ritorno, si trasforma perciò in protagonista e lo si comprende non solo nelle parole, ma anche nella voce di Marcostefano che è impostata su altezze e intensità leggere, poco presenti nel panorama musicale odierno e perciò imperniate di unicità. Uno stile vocale sottile ed elegante presente anche quando la musica diventa “rock”, dinamica.

Un ritmo musicale quindi ben studiato e diretto dal compositore Alessandro che, pur rifacendosi in modo evidente ai generi blues e jazz come traspare dalle sfumature e dalla finezza che caratterizzano l’intero lavoro, riesce a offrire una melodia unica e innovativa.

Originalità, ma allo stesso tempo tradizione sono quindi gli elementi privilegiati all’interno di un album che vuole essere tale.

Volontà comprensibile, oltre che nella scelta musicale, nella tematica del trasferimento e del conseguente “viaggio verso casa”, che sono sinonimo di cambiamento, ma allo stesso tempo di legame, e nella stessa denominazione Noir Col, innovativa scelta dell’uso del francese, ma che comunque richiama alla mente un’epoca passata e perciò tradizionale.

Maria Pettinato

LA TEORIA DEL PRIMO PASSO. VOL.1

  • Parte di te
  • I giorni che mancano
  • Memorie sulle mani
  • Il centro del viaggio

Ha ragione papà, questa è una dannata invenzione senza futuro

Attraverso uno spettacolo imperniato di comicità, sentimento e romanticismo, la Compagnia dei Demoni offre allo spettatore una vera e propria “carrellata cinematografica” accompagnando la trama a citazioni, musiche, scene di film che hanno fatto il cinema.

È la storia dei fratelli Auguste e Louis Lumière ad emergere a Lo Spazio Vuoto (Imperia) i quali, nonostante i giudizi e le delusioni iniziali e mediante l’appoggio di una madre non più in vita, ma comunque presente, hanno dato vita a quella che era stata definita erroneamente dal padre Antoine Lumière “un’invenzione senza futuro”: il cinematografo.

Il sogno rivoluzionario di “catturare la vita” arriva allo spettatore per mezzo di una combinazione di stili cinematografici diversi tra loro, ma tutti uniti dalla volontà di trasmettere qualcosa a chi si trova al di là dello schermo.

Questo traspare nella musica coinvolgente e direi riflessiva di Giorgio Mirto e nell’unicità attoriale di Marco Taddei, Celeste Gugliandolo e Mauro Parrinello nell’interpretare impeccabilmente Auguste, Louis e Marie/madre utilizzando una tecnica recitativa corporea che riporta alla mente il cinema muto e tutto ciò che ad esso è associato: lo “scatto”, la sintesi, la velocità del movimento e quindi della pellicola.

L’evoluzione cinematografica si trasforma perciò in protagonista e ciò è evidente, oltre che nel richiamo ai film contemporanei e successivi ai Lumière e alla scoperta del montaggio, del sonoro e del colore, in un finale “dei giorni nostri” davanti ad uno schermo e con in mano un telefono cellulare.

Cambiamenti ed evoluzioni sono quindi alla base di questo spettacolo che si è dimostrato dinamico, movimentato, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ drammatico forse proprio come il cinema che è di per sé metafora di vitalità, ma allo stesso tempo di nostalgia vista la sua capacità di intrappolare immagini e sensazioni, come fossero un ricordo di qualcosa che mai più si ripresenterà.

Maria Pettinato

L’INVENZIONE SENZA FUTURO

  • Con Marco Taddei, Mauro Parrinello, Celeste Gugliandolo
  • Ideato da: Francesca Montanino, F.Giani, M.Parrinello, C.Gugliandolo
  • Scene di: Maria Mineo e Valentina Santi
  • Aiuto regia: Federica Alloro
  • Musiche originali di: Giorgio Mirto

Emancipazione, unione,qualità sono solo alcune delle caratteristiche che emergono nella commedia Tutte a casa, diretta da Vanessa Gasbarri e andata in scena il 18 marzo al Politeama Dianese (Diano Marina, IM).

Sono gli anni della Grande Guerra e di tutto ciò che ad essa è associata: difficoltà, litigi, solitudine, lotte, ma anche possibilità di emergere, di dimostrare il proprio valore, di emanciparsi. Sono gli anni in cui gli uomini non ci sono, in cui si combatte con orgoglio per la patria, in cui le donne devono cavarsela da sole nonostante i giudizi imperniati nel Bel Paese.

Il clima evocato è sconfortante, ma è anche opportunità come dimostrano le cinque protagoniste, tutte legate alla Premiata Ditta Colombo e Gallo, fabbrica milanese di autocarri, momentaneamente priva di direzione perché l’ingegner Gallo, imprenditore nonché marito dell’alto-borghese Margherita (Paola Gassman), si trova prigioniero degli austriaci.

Occasione che permette alla donna leggera e apparentemente ingenua di prendere le redini in mano di quella che era l’azienda paterna e di dimostrare di valere qualcosa. Lo fa assumendo come operai, con l’aiuto della segretaria e poi amministratore delegato Liliana (Mirella Mazzeranghi), tre donne apparentemente diverse da lei, ma in realtà concernenti lo stesso ordine che è quello femminile: la proletaria Comunarda (Paola Tiziana Cruciani), la religiosa e moglie perfetta Teresa (Claudia Campagnola) e la giovane Giacomina (Giulia Rupi).

Personalità inizialmente distanti e ostili tra loro a causa del pregiudizio, dello stereotipo e di un percorso ben tracciato e imperniato nella mentalità di quegli anni. Ma è proprio di fronte alle problematiche economiche, alle critiche, alla concorrenza che scoprono qualità che fino a quel momento erano rimaste nascoste, prigioniere della società maschilista novecentesca che ahimè si ripresenterà con l’arrivo degli uomini alla fine del conflitto.

Attraverso momenti piacevoli e divertenti Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis sono riusciti perciò ad offrire allo spettatore una commedia ironica, dinamica, ma allo stesso tempo efficace nel far emergere tematiche spesso accantonate dalla storia come il ruolo della donna durante la guerra, eroina anch’essa come il fante, vista la sua capacità di affrontare il sacrificio, e la lotta per l’emancipazione che non è da considerarsi solo femminile ma anche sociale perché incentrata sulla volontà di ottenere il proprio riconoscimento come membro della comunità.

Periodo storico descritto quindi con realismo mediante una recitazione di grande qualità che ha dimostrato di riuscire perfettamente sia nella comicità, senza perdere mai di vista l’importanza della tematica affrontata, che nella drammaticità come dimostra il monologo di Comunarda successivo all’arrivo della lettera dal fronte.

Ottima è infine la scenografia curata nel dettaglio e accompagnata da un’illuminazione chiara, quasi “ingiallita” che richiama l’epoca passata e dunque il clima vintage che la caratterizza.

Maria Pettinato

TUTTE A CASA

Di Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis

REGIA: Vanessa Gasbarri

ATTRICI: Paola Gassman, Mirella Mazzeranghi, Paola Tiziana Cruciani, Claudia Campagnola, Giulia Rupi

Carlo (Alessandro Gassman) e Tony (Fabrizio Bentivoglio) sono due uomini completamente diversi e i protagonisti di Croce e Delizia, il nuovo film di Simone Godano.

Il primo è un pescivendolo romano, il secondo è un mercante d’arte napoletano; sono vedovo e padre di due figli uno e divorziato e padre di due figlie avute da due madri diverse l’altro. Apparentemente nulla di strano a parte la condivisione di una villa sulla spiaggia di Gaeta per le vacanze estive.

Le cose prendono una piega diversa quando si scopre che i due hanno fissato la data delle loro nozze e devono informarne le rispettive famiglie, che sono assolutamente all’oscuro dell’omosessualità dei due uomini, figuriamoci della loro relazione.

Appena informate, le due parti assumono atteggiamenti differenti tra loro: la Castelvecchio, con mentalità aperta, è totalmente d’accordo e felice della cosa, ad eccezione della figlia Penelope (Jasmine Trinca) che si rivela contraria nonostante le sue idee favorevoli all’omosessualità, mentre il figlio maggiore della famiglia Petagna, Sandro (Filippo Scicchitano), per natura omofobo e anche un po’ grezzo, rimane sconcertato di fronte ad una notizia così forte legata ad un padre sempre stato fedele agli ideali della virilità maschile.

Divisioni nette a riguardo aleggiano quindi nell’aria, anche se Penelope e Sandro decidono di unire le loro forze per sabotare il matrimonio accordandosi su un piano per fare litigare i due genitori.

Ed è proprio qui che si ribalta la situazione: i due innamorati riescono sempre a trovare una soluzione alle discussioni progettate a loro insaputa, almeno nella prima parte del film, mentre i due burattinai manifestano sempre più quella che è la loro infelicità interiore.

Sandro perché limitato su idee retrograde che lo allontanano sempre più dal padre che lo ha cresciuto, imperniandosi così di tristezza e malessere; Penelope perché tira fuori lo sconforto da sempre presente in lei a causa di un padre che non c’è mai stato, che ha sempre vissuto con il suo ego e i suoi vizi tralasciando in tal modo la sua famiglia e che ora di fronte ad un altro uomo sembra essersi trasformato in meglio, anche se in realtà la sua eccentricità rimane ben salda.

È dunque la gelosia a muovere i fili, anche se questi in realtà finiscono per attorcigliarsi tra loro presentando così il malessere di quella che alla fine si rivela essere la protagonista del film, la figlia messa da parte.

Uno stato d’animo negativo causato dalla “croce” e dalla “delizia”, caratteristiche facenti parte della stessa persona: Tony. Sempre più croce, perché difficile da capire, controllare, modificare in quanto unico così com’è e consapevole di esserlo, ma allo stesso tempo “delizia” perché affascinante, capace di sedurre e di farsi amare.

Qualità che fanno arrabbiare, a volte anche odiare, ma che ti riportano sempre là, come avviene in Carlo e in Penelope che perdonano l’uomo narcisista che non ha paura di affrontare il pregiudizio altrui, di dire e fare ciò che lo fa sentire se stesso.

Ed è proprio questo a venir fuori nel film di Godano: la capacità di emergere nonostante tutto; l’essere diversi l’uno dall’altro, ma comunque provare attrazione e sentimento, come nel caso di Carlo e Tony; l’apparire in un modo, magari grezzo, magari “sempliciotto”, ma dimostrare poi che l’immagine inganna, acceca, nasconde una sensibilità e una dolcezza di fondo, come dimostra Carlo nel suo rapporto con Penelope e con i suoi figli.

La Maschera ingannevole è alla base del film, da definirsi scomodo per certi aspetti, come attestano i baci e le effusioni tra i due uomini, ma comunque significativo, e ciò viene fuori “tra le righe”, in modo sottile, senza colpi di teatro, anche se la teatralità è un elemento emergente dal punto di vista recitativo vista l’italianità insita nella commedia.

Maria Pettinato

CROCE E DELIZIA

GENERE: Commedia

REGIA: Simone Godano

ATTORI: Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio, Jasmine Trinca, Filippo Scicchitano, Rosa Diletta Rossi, Lunetta Savino, Fabio Morici

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures