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Archivio categorie: Cinema

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Ci sono film che grazie a una semplice scena, frase, inquadratura sono entrati nella memoria collettiva.

Hanno infatti creato nella mentalità del grande pubblico delle associazioni tra film-regista-attore da considerarsi per certi aspetti positivamente visto il successo mondiale garantito, ma in altri in modo negativo, in quanto a volte il film trionfante ha aperto, ma anche chiuso la carriera del determinato divo, il quale agli occhi del pubblico era il personaggio di “quel film” e non l’attore talentuoso.

Ma andiamo a vedere quali sono, a mio avviso, cari lettori, gli 8 film che tutti, ma proprio tutti, conoscono…

Via col vento

Chi non conosce la ricca Rossella O’Hara (Vivien Leigh) e la sua storia d’amore con l’avventuriero Rhett Butler (Clark Gable)? Direi che chiunque, comprese le nuove generazioni, abbiano ben stampata in mente la frase “Dopotutto, domani è un altro giorno!”, che ha reso celebre, tra le tante, il kolossal diretto nel 1939 da Victor Fleming e vincitore di ben nove Premi Oscar.

La dolce vita

Capolavoro indiscusso nella storia del cinema (1960), conosciuto da chiunque non solo perché stiamo parlando di uno dei più grandi registi mai esistiti e di uno dei più grandi attori di tutti i tempi, rispettivamente Federico Fellini e Marcello Mastroianni, ma perché solo a guardarla la Fontana di Trevi ci immaginiamo il sorriso e l’abito nero di Anita Ekberg.

Il Padrino, The Godfather

“Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” è una delle frasi più famose del primo film di Francis Ford Coppola, e direi del cinema, non solo perché riporta in automatico alla mente scene memorabili tratte appunto da questo capolavoro, ma anche perché è pronunciata dall’indimenticabile Marlon Brando nel ruolo di Don Vito Corleone.

Lo Squalo

Si sa, Steven Spielberg, è uno dei più grandi registi cinematografici esistenti. I suoi film hanno infatti la capacità di suscitare nello spettatore emozioni fortissime, che spaziano da pura adrenalina, come in questo caso, alla commozione, come ad esempio in E.T. L’extraterrestre. Oggi giorno siamo abituati a vedere film dotati di estremi effetti speciali grazie all’uso di tecnologie avanzate, ma pensate al 1975, anno di uscita del film, e ditemi se non è eccezionale ciò che il regista è riuscito a fare con un semplice squalo meccanico. E poi vogliamo parlare della colonna sonora che solo a sentirla mette i brividi?

Dirty Dancing. Balli proibiti

E poi c’è il film che ha fatto e fa sognare ancora oggi, perché è l’amore a emergere sulle ingiustizie, sulle differenze sociali, quelle che c’erano nel 1987, ma che forse sono ancora un po’ presenti. Ed ecco che quando pensiamo al film di Emile Ardoino ci tornano alla mente Patrick Swayze, Jennifer Grey, il volo dell’angelo, (I’ve Had) The time of my life,… ma nulla più perché questo è il classico esempio del film così forte e di successo che alla fine ha creato le agognanti associazioni Ardoino-Dirty Dancing-attori, tranne per ciò che riguarda Swayze che ha avuto la fortuna di ottenere lo stesso successo con Ghost.

Pretty Woman

Rimanendo sul genere romantico, non possiamo dimenticare la pellicola di Garry Marshall che nel 1990 ha lanciato l’amata coppia Julia Roberts-Richard Gere. Film apprezzato soprattutto dal genere femminile per la storia a lieto fine che vede l’eroe Edward salvare la principessa Vivian, la quale a sua volta ha cambiato l’uomo superficiale e ricco facendo uscir fuori la sua vera natura, buona e passionale.

Edward Mani di Forbice

Oltre a rappresentare uno dei capolavori di Tim Burton, questo film (1990) può considerarsi l’inizio della lunga collaborazione tra il regista e Johnny Depp. Film di estrema bellezza, ricordato e apprezzato da chiunque per la capacità attoriale di Depp di rappresentare uno dei soggetti preferiti di Burton: l’emarginato buono, ma incompreso.

Titanic

È decisamente il film che ha garantito non solo il successo a James Cameron, ma che ha rivoluzionato il modo di fare cinema dal punto di vista degli effetti speciali, anche se oggi, abituati a un cinema molto più evoluto, quando lo vediamo ci viene da dire “ma cos’è quello sfondo animato dietro alla coppia Di Caprio-Winslet nella scena ‘Jack sto volando!'”. Memorabile è la drammaticità insita nella pellicola, così come My heart will go on, colonna sonora realizzata da Céline Dion, la quale balza all’orecchio quando si pensa appunto a Titanic (1997).

E voi, grande pubblico di sala, cosa ne pensate?

Maria Pettinato

Quando ho saputo dell’uscita di Aladdin al cinema non stavo più nella pelle, nonostante i miei trentuno anni di età! Era ovviamente tappa fissa andare a vedere la rivisitazione, peraltro in film, di un pezzo della mia infanzia che è un po’ la stessa per tutti i miei coetanei vista l’importanza della Disney nel campo dell’animazione e soprattutto negli anni Novanta.

È stato un po’ come tornare indietro nel tempo, negli anni del cinema con papà, del mondo dei sogni, nel quale tutto era possibile, in cui tutto si fermava e ogni principessa delle favole ero io.

Semplicemente la magia della Disney! E devo dire che anche questa volta, se pur diversamente, quella realtà si è un po’ ripresentata.

Sul grande schermo un film colorato, gioioso, musicale, la cui trama, ovviamente già ben conosciuta, si è rivelata comunque ricca di spunti nuovi, sorprendentemente unica e moralmente significativa.

Aladdin-Alì (Mena Massoud) è infatti uno di noi, un ragazzo semplice, magari un po’ furbetto, ma allo stesso tempo buono e sognatore, nonostante le imposizioni e gli stereotipi di una società in cui vige il più forte, lo “statista” come specifica lo stesso Jafàr (Marwan Kenzari) descrivendo perfettamente il suo ruolo di traditore. Personaggio quindi apparentemente sfortunato, se pur positivo nelle sue idee, e perciò quasi rassegnato di fronte alle ingiustizie del mondo, finché non arriva la salvezza, rappresentata dal Genio (Will Smith), amico e aiutante del protagonista nell’indirizzarlo verso la strada giusta.

Non sono infatti i tre desideri a salvare Aladdin-Alì, non è la ricchezza ad avvicinarlo alla principessa Jasmine (Naomi Scott), né un titolo nobiliare, ma è semplicemente lui stesso, nella sua essenza e importanza come persona. È la bontà d’animo a salvarlo e a salvare le persone a lui care dal nemico, il quale altro non è che egemonia, sopraffazione, mancanza di rispetto verso il prossimo, caratteristiche tutte incarnate in Jafàr, che in fondo è l’uomo infelice e debole nell’anima perché attratto dal potere e dal denaro, caratteristica tipica della società attuale.

Ma la protagonista indiscussa di questo Aladdin è a mio avviso Jasmine, considerata bella e nulla più nonostante gli studi e gli ideali che la rendono un personaggio leale e determinato. Ed ecco che è di nuovo la raffigurazione di un sistema malsano in cui la donna è ancora discriminata, umiliata e messa da parte nonostante il suo potenziale. Figura che emerge appena si rende davvero conto di quanto lei sia importante per cambiare le cose, di quanto sia fondamentale non permettere a nessuno di “spegnere la sua voce” come attestano le parole del brano da lei cantato, La mia voce.

Degna di nota è l’interpretazione del già premiatissimo Will Smith, capace di suscitare nello spettatore una risata, ma anche una riflessione sul valore dell’amicizia la quale emerge su regole, principi e doveri.

Film assolutamente ben riuscito da ogni punto di vista, dai brani nuovi e “vecchi”, come i conosciutissimi Il mondo è mio e Il principe Alì per citarne alcuni, alle coreografiche dinamiche e studiate nel dettaglio, dalle scenografie capaci di ricreare perfettamente l’ambientazione orientale del precedente cartone animato Disney ai fantastici costumi.

Complessivamente ed eccezionalmente perfetto come solo la magia della Disney riesce a fare!

Maria Pettinato

ALADDIN

  • Regia: Guy Ritchie
  • Casa di produzione: Walt Disney Pictures
  • Musiche: Alan Menken
  • Attori: Naomi Scott, Mena Massoud, Will Smith, Nasim Pedrad, Marwan Kenzari
  • Doppiatori: Manuel Meli (Aladdin), Giulia Franceschetti/Naomi Rivieccio (Jasmine), Sandro Acerbo/Marco Manca (Genio), Francesco Venditti (Jafàr)

Pedro Almodóvar è uno di quei registi, pochi ormai rimasti, a toccare lo spettatore con forza anche quando le immagini da lui presentate altro non sono che semplice realtà, a volte addirittura priva di dinamismo. E ci è riuscito ancora con un film apparentemente autobiografico colto nella sua essenza e quindi nella sua crudezza, Dolor y gloria.

I dettagli inquadrati in primissimi piani, il colore rosso in ogni scena (classica firma del regista), la lentezza dei dialoghi, il richiamo frequente a Federico Fellini, ancora una volta hanno centrato il punto.

Il protagonista è Salvador Mallo, regista cinematografico in piena crisi esistenziale e per questo in vena di ricongiungimenti con figure che nella sua vita professionale, sentimentale, familiare e creativa hanno lasciato il segno: una madre apparentemente orgogliosa del figlio, ma in realtà consapevole dell’omosessualità di quest’ultimo e per questo disposta ad allontanarlo sperando in un cambiamento, il primo desiderio, la passione per il cinema e la rottura con esso perché ormai privo di credo, il grande amore per l’uomo che si rivelerà essere la “musa” della sua creatività artistica.

Un film della maturità, quella di Mallo-Almodóvar, ma anche dello stesso Antonio Banderas, che non è più il protagonista latin lover, conosciuto nei precedenti film del regista spagnolo, ma è l’uomo riflessivo, che non si vergogna della sua debolezza, delle sue lacrime.

Una trama dura, dalla quale emerge la sofferenza del protagonista che è circondato da ricordi, rimorsi e rimpianti, ma allo stesso tempo dalla nostalgia per una vita che non c’è più, della quale rimangono solo i film e una casa ricca di quadri e di colori esuberanti, segno di impeto e desiderio, simbolo di rinascita dopo il periodo franchista dal quale emerge un Mallo bambino schiacciato dallo stereotipo dittatoriale.

Ed ecco quindi il richiamo alla verità da parte di Almodóvar, tipicamente brechtiano in questo, perché la realtà viene fuori così com’è, senza filtri, senza maschere. Lo fa attraverso un cinema ben studiato, artistico, essenziale e per questo a volte talmente forte da incidere sullo spettatore, un cinema quindi ben riuscito perché si congiunge con l’obiettivo che la settima arte si impone da sempre, cogliere il vero.

Raggiunto anche grazie alla presenza attoriale, oltre che di Banderas, definito dallo stesso regista “il mio Mastroianni”, di Julieta Serrano e dell’ormai diva Penélope Cruz.

Pellicola quindi diversa, sentimentale quasi, e per questo forse autobiografica, anche se lo stesso Almodóvar, ha negato tale interpretazione definendo il film un mix di esperienze, emozioni e realtà prese dalla documentazione di vite altrui.

Maria Pettinato

Dolor y gloria

  • Regista: Pedro Almódovar
  • Musiche: Alberto Iglesias
  • Produzione: Augustìn Almodóvar, Esther Garcìa
  • Attori: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandia, Julieta Serrano, Cecilia Roth

Esilarante, divertente, riflessiva e allo stesso tempo un po’ drammatica visto il contenuto, è la commedia Bentornato Presidente!, diretta da Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, la quale mette alla luce, mediante caricature totalmente azzeccate del nostro governo e del nostro popolo, il quadro attuale: semplicemente un’Italia in rovina.

La comicità è il motore che muove l’intera trama grazie alla presenza di Claudio Bisio nel ruolo di Giuseppe Garibaldi (che non è quello dell’Unità d’Italia!) e di premier, già conosciuto in quello di presidente della Repubblica nel primo film Benvenuto Presidente! (2013).

Incarico importante e utilizzato per cambiare l’Italia, impostato sulla volontà di farlo onestamente, sulla base di ideali e valori tralasciando parole complicate come spread, pil, ecc. per avviare programmi concreti in grado di riportare il benessere nel nostro Paese.

Un’Italia tragica, un po’ buffa e teatrale nella quale si fa una politica impostata su social, gossip, selfie, e chi più ne ha più ne metta, in cui i programmi elettorali prendono piede non sulla base delle problematiche reali, ma sui disappunti futili della gente da bar.

Un’Italia che sarebbe semplice da cambiare, ma che ha preso il cammino della furbizia e della mancanza di unione, della lamentela e della pigrizia, del “non pago le tasse perché quelli non si abbassano lo stipendio” senza capire che è proprio ciò che la sta rovinando. Un’Italia troppo giovane per governare, troppo internet, troppo razzista, troppo aggressiva e piena di sé.

Un quadro che traspare da un film che parla allo spettatore cercando di diffondere il patriottismo oggi mancante mediante “il premier per caso e per amore”, vista l’iniziale volontà di Garibaldi di tornare in un ruolo politico semplicemente per riconquistare la moglie Janis (Sarah Felberbaum).

Richiesta di devozione e sentimento per la propria nazione è quindi intrisa nella commedia come dimostra il discorso finale del premier in parlamento, che guarda dritto verso di noi invitandoci a cambiare, ricordando forse per certi aspetti il Charlie Chaplin del “discorso all’umanità” in Il Grande Dittatore (1940).

Così come nelle inquadrature sulla Roma Eterna, motivo di orgoglio nazionale, bella e malinconica perché ricorda i tempi passati, anche se ahimè brevi, quelli in cui la politica era sentita e amata da chi la faceva, da chi ci credeva, primo tra tutti Sandro Pertini richiamato ironicamente all’interno del film dall’omonimo nome dato da Garibaldi all’amata capretta.

Possibilità di riuscire, speranza, voglia di ricominciare e di cambiare emergono da un film che alla fine commuove ed emoziona, anche se poi alla fine, diciamoci la verità, noi italiani siamo bravi a parlare, ma a fatti… Poveri noi!

Maria Pettinato

BENTORNATO PRESIDENTE!

  • Regia: Giancarlo Fontana, Giuseppe Stasi
  • Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Nicola Giuliano
  • Casa di produzione: Indigo film, HT Film, Vision Distribution
  • Attori: Claudio Bisio, Sarah Felberbaum, Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Guglielmo Poggi

Carlo (Alessandro Gassman) e Tony (Fabrizio Bentivoglio) sono due uomini completamente diversi e i protagonisti di Croce e Delizia, il nuovo film di Simone Godano.

Il primo è un pescivendolo romano, il secondo è un mercante d’arte napoletano; sono vedovo e padre di due figli uno e divorziato e padre di due figlie avute da due madri diverse l’altro. Apparentemente nulla di strano a parte la condivisione di una villa sulla spiaggia di Gaeta per le vacanze estive.

Le cose prendono una piega diversa quando si scopre che i due hanno fissato la data delle loro nozze e devono informarne le rispettive famiglie, che sono assolutamente all’oscuro dell’omosessualità dei due uomini, figuriamoci della loro relazione.

Appena informate, le due parti assumono atteggiamenti differenti tra loro: la Castelvecchio, con mentalità aperta, è totalmente d’accordo e felice della cosa, ad eccezione della figlia Penelope (Jasmine Trinca) che si rivela contraria nonostante le sue idee favorevoli all’omosessualità, mentre il figlio maggiore della famiglia Petagna, Sandro (Filippo Scicchitano), per natura omofobo e anche un po’ grezzo, rimane sconcertato di fronte ad una notizia così forte legata ad un padre sempre stato fedele agli ideali della virilità maschile.

Divisioni nette a riguardo aleggiano quindi nell’aria, anche se Penelope e Sandro decidono di unire le loro forze per sabotare il matrimonio accordandosi su un piano per fare litigare i due genitori.

Ed è proprio qui che si ribalta la situazione: i due innamorati riescono sempre a trovare una soluzione alle discussioni progettate a loro insaputa, almeno nella prima parte del film, mentre i due burattinai manifestano sempre più quella che è la loro infelicità interiore.

Sandro perché limitato su idee retrograde che lo allontanano sempre più dal padre che lo ha cresciuto, imperniandosi così di tristezza e malessere; Penelope perché tira fuori lo sconforto da sempre presente in lei a causa di un padre che non c’è mai stato, che ha sempre vissuto con il suo ego e i suoi vizi tralasciando in tal modo la sua famiglia e che ora di fronte ad un altro uomo sembra essersi trasformato in meglio, anche se in realtà la sua eccentricità rimane ben salda.

È dunque la gelosia a muovere i fili, anche se questi in realtà finiscono per attorcigliarsi tra loro presentando così il malessere di quella che alla fine si rivela essere la protagonista del film, la figlia messa da parte.

Uno stato d’animo negativo causato dalla “croce” e dalla “delizia”, caratteristiche facenti parte della stessa persona: Tony. Sempre più croce, perché difficile da capire, controllare, modificare in quanto unico così com’è e consapevole di esserlo, ma allo stesso tempo “delizia” perché affascinante, capace di sedurre e di farsi amare.

Qualità che fanno arrabbiare, a volte anche odiare, ma che ti riportano sempre là, come avviene in Carlo e in Penelope che perdonano l’uomo narcisista che non ha paura di affrontare il pregiudizio altrui, di dire e fare ciò che lo fa sentire se stesso.

Ed è proprio questo a venir fuori nel film di Godano: la capacità di emergere nonostante tutto; l’essere diversi l’uno dall’altro, ma comunque provare attrazione e sentimento, come nel caso di Carlo e Tony; l’apparire in un modo, magari grezzo, magari “sempliciotto”, ma dimostrare poi che l’immagine inganna, acceca, nasconde una sensibilità e una dolcezza di fondo, come dimostra Carlo nel suo rapporto con Penelope e con i suoi figli.

La Maschera ingannevole è alla base del film, da definirsi scomodo per certi aspetti, come attestano i baci e le effusioni tra i due uomini, ma comunque significativo, e ciò viene fuori “tra le righe”, in modo sottile, senza colpi di teatro, anche se la teatralità è un elemento emergente dal punto di vista recitativo vista l’italianità insita nella commedia.

Maria Pettinato

CROCE E DELIZIA

GENERE: Commedia

REGIA: Simone Godano

ATTORI: Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio, Jasmine Trinca, Filippo Scicchitano, Rosa Diletta Rossi, Lunetta Savino, Fabio Morici

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures

Quattro giorni per dirsi addio, due amici, una sorella, un figlio, Pato il cane e una malattia incurabile. I punti chiave del film Domani è un altro giorno diretto da Simone Spada, pellicola che lascia il segno, che fa riflettere perché pur avendo al suo interno sprazzi di commedia italiana, protagonista è la drammaticità che sta alla base di una situazione tragica e alla quale non ci si può tirare indietro: la morte.

Giuliano (Marco Giallini) e Tommaso (Valerio Mastandrea) sono amici da trent’anni, il primo è malato gravemente, il secondo decide di partire dal Canada dove vive e insegna robotica, esattamente dalla rinomata “Catsay”, per passare quattro giorni a Roma con il suo migliore amico e cercare di convincerlo a non interrompere le cure.

Momenti insieme che trascorrono tra ricordi, affetto, risate e pianti, sottolineando il cambiamento emotivo del protagonista, sempre più consapevole che l’addio si sta avvicinando, così come il momento più buio.

Domani è un altro giorno, remake del premiatissimo film argentino Truman. Un amico vero è per sempre di Cesc Gay, ci offre una trama acre, forte, imperniata di emozioni contrastanti tra loro che rispecchiano il momento confusionario, unico per quanto tragico sia.

Drammatico, ma incomparabile, vissuto fino in fondo perché accanto alla paura c’è l’amicizia, quella vera, quella che non giudica nonostante la scelta presa comporti sofferenza. È la profondità del sentimento a scavalcare la malattia, anche se questa è sempre più presente e invalidante.

Spada ci presenta un film commovente, che toglie invece di mettere, come lui stesso ha affermato. Elimina infatti il superfluo per metterci di fronte alla verità e sottolineare quanto siano importanti i rapporti umani e futili gli orgogli, le rabbie, il denaro, le offese.

Significa vivere sul serio, abbracciare i propri figli, siano essi un ragazzo a Barcellona o un Bovaro del Bernese con il nome del fratello di Falcao, piangere, ballare, ridere ricordando momenti felici, per quanto tutto questo sia accerchiato dalla paura e dalla nostalgia.

Attraverso una trama ricca di semplicità, non costruita e non macchiata da colpi di scena improvvisi, Mastandrea e Giallini ci offrono un’interpretazione delicata, genuina, per certi aspetti malinconica ricordando un po’ il dialogo teatrale. A riguardo è interessante notare come pur essendo un remake, questo film abbia al suo interno caratteristiche proprie e per certi aspetti tipicamente italiane che lo rendono unico nel suo genere.

Maria Pettinato

DOMANI È UN ALTRO GIORNO

Genere: DRAMMATICO, COMMEDIA; Durata: 100

Regia: Simone Spada; Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo; Produzione: Baires Produzione e Medusa Films, anno di produzione: 2019; Musiche: Maurizio Filardo

Attori: Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Ferzetti, Nike (Pato), Andrea Arcangeli, Jessica Cressy, Barbara Ronchi

Oscar alla carriera a Federico Fellini

Sta per tenersi la 91esima edizione di uno degli eventi più importanti riguardanti la cinematografia: l’Academy Award, o conosciuto comunemente come Premio Oscar.

E con esso comincerà la solita odissea di polemiche sui vincitori e sui non vincitori, di apprezzamenti, di gossip (perché l’Oscar è anche questo!), per non parlare della sfilza di opinioni in merito agli abiti indossati, al portamento adottato, alle gaffe fatte, eccetera eccetera.

Ebbene sì cari lettori, l’Oscar è scalpore e diciamoci la verità: è corsa competitiva alla statuetta tanto ambita!

Ma veniamo a noi perché l’Artefatto non vuole parlare di questo, per quanto susciti la curiosità dei più, ma vuole concentrare la sua attenzione sulla vittoria degli Oscar nella storia del cinema italiano. Questo è infatti dotato di eccellenze nel vero senso della parola non solo in campo attoriale e registico dove primeggia, ma anche dal punto di vista dei costumi e della musica.

Questo lo garantisce la sfilza di premi vinti partendo già dalle prime edizioni. Possiamo citarne alcuni, quelli forse rimasti maggiormente nella memoria collettiva o comunque in quella degli intenditori di cinema.

Miglior film straniero, Miglior attore protagonista e Migliore colonna sonora

Primeggiano senza dubbio i due grandi maestri del cinema nostrano Vittorio De Sica e Federico Fellini, vincitori entrambi di quattro premi Oscar come Miglior film stranieri con veri e propri capolavori: Sciuscià (1947), Ladri di biciclette (1950), Ieri, oggi e domani (1965) e I giardini dei Finzi-Cortini (1972) per De Sica, e La strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), 8½ (1964) e Amarcord (1975) per Fellini.

La sua reazione alla chiamata della grande Sophia Loren, che peraltro la stessa sera vinse l’Oscar alla carriera, se la ricorda chiunque nel mondo. Mi riferisco a Roberto Benigni, che arrampicandosi sulle poltrone e contagiando il pubblico di felicità, vinse con La Vita è bella l’Academy Award come Miglior film straniero e Miglior attore protagonista (1999), senza tralasciare ovviamente le altre nomination (Miglior regia, Migliore sceneggiatura originale, Miglior montaggio). A riguardo fondamentale è stata la vittoria dell’Oscar come Miglior colonna sonora del grande Nicola Piovani.

Roberto Benigni vince due Oscar per “La vita è bella”

Rimanendo in tema musicale non può non essere citato il grande Ennio Morricone, vincitore dell’ambita statuetta per la Miglior colonna sonora (2016) del film The Hateful Eight diretto da Quentin Tarantino.

Ennio Morricone vince l’Oscar per la miglior colonna sonora di “The Hateful Eight”

Motivo di vanto tutto nazionale sono poi le statuette d’oro vinte da Giuseppe Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso (1990, Miglior film straniero), Gabriele Salvatores con Mediterraneo (1992, Miglior film straniero) e infine Paolo Sorrentino con La grande bellezza (2014, Miglior film straniero).

Paolo Sorrentino e Toni Servillo alla premiazione per “La grande bellezza”

Migliori effetti speciali

A volte, quando si pensa alla categoria “effetti speciali” va alla mente il cinema americano. In realtà anche il nostro eccelle nella seguente materia e lo dimostra la vittoria di Carlo Rambaldi per i Migliori effetti speciali con i film King Kong (1976, John Guillermin), Alien (1979, Ridley Scott) e E.T. L’extraterrestre (1983, Steven Spielberg).

Carlo Rambaldi vince l’Oscar per “King Kong”

Migliori costumi

Passiamo al reparto costumi, categoria primeggiante in Italia. Indimenticabili sono i capolavori costumistici di Milena Canonero in Maria Antonietta (2006, Sofia Coppola) per citare una delle sue quattro vittorie nella stessa categoria. E poi chi non ha presente il lungo abito nero indossato dalla splendida Anyta Ekberg nella Dolce Vita di Federico Fellini? Ecco, il costumista vincitore per i Migliori Costumi di questo capolavoro cinematografico è Piero Gherardi (1962). Stessa statuetta vinta per 8½ (1964).

Costumi di Milena Canonero in”Maria Antonietta”
Costumi di Piero Gherardi in “La Dolce Vita”

Sono solo alcune delle quarantadue vittorie che ci hanno e ci rendono tuttora orgogliosi della nostra “settima arte”, del nostro voler e saper fare il Cinema. Esagerato è quindi definirla “finita” e “sottomessa” al cinema straniero, e prevalentemente a quello americano, che in vari casi, diciamoci la verità,  ha dimostrato troppa artificialità e poca verità dal punto di vista emozionale.

Maria Pettinato

Cari Artefattini, oggi, come anticipato sulla nostra pagina Facebook, voglio parlarvi del nuovo film di Alessandro Genovesi, 10 giorni senza mamma, commedia esilarante, ma con un messaggio molto realistico al suo interno: la differenza ancora oggi ben salda nel nostro Paese tra uomo e donna.

La commedia ci presenta una classica famiglia italiana composta da Giulia (Valentina Lodovini), una madre amorevole ma incompleta e per questo infelice, tre figli vivaci tra cui un ragazzino “tutto video game” e un’adolescente puntigliosa, e Carlo (Fabio De Luigi), un padre in carriera che a mala pena conosce i suoi bambini. Una situazione insostenibile che spinge Giulia ad andare in vacanza a Cuba per dieci giorni assieme alla sorella per rilassarsi e ritrovare se stessa, lasciando così il marito, che ha sempre un po’ sottovalutato il lavoro della moglie, da solo ad occuparsi della casa e dei figli.

Scelta che si trasformerà in un vero e proprio disastro carico di momenti divertenti e farseschi, vista la presenza di Fabio De Luigi, dotato della capacità attoriale di offrire una comicità unica senza mai cadere nella volgarità trasformando la visione di un film in un momento di stacco dalla realtà circostante.

Importante è sottolineare come Genovesi abbia voluto trasmettere allo spettatore la difficoltà, forse tipicamente italiana, di associare la donna allo stesso livello dell’uomo, in campo lavorativo come in quello familiare, nonostante le battaglie femminili vinte in passato. Il ruolo della donna in famiglia è infatti spesso sottovalutato dall’uomo in carriera che non ne nota nessuna difficoltà e anzi vi associa del gran tempo libero. In realtà le cose sono molto diverse da come sembra vista la difficoltà di Carlo nel far combaciare i vari compiti giornalieri.

Situazioni che per quanto tragicomiche siano riescono a ricreare il rapporto padre-figlio finora inesistente e a far luce sulle cose fondamentali della vita, che non sono, per quanto importanti, il lavoro o l’immagine grintosa e competitiva che ad esso possono essere associate, ma la famiglia in tutto quello che riesce ad essere e a trasmettere, dalla parolina pronunciata dalla figlioletta per la prima volta all’abbraccio della figlia adolescente.

Presenze attoriali femminili importanti rendono il film ancora più umoristico e desideroso di essere vero nonostante la leggerezza che lo caratterizza. Mi riferisco principalmente a Valentina Lodovini, attrice talentuosa perché dotata di bravura e semplicità come già ha dimostrato in passato sia nel campo teatrale che in quello cinematografico con film come Benvenuti al Sud (2010, Luca Miniero) e Ma che bella sorpresa (2015, Alessandro Genovesi), e a Diana Del Bufalo, che può considerarsi una promessa del cinema e della televisione vista la freschezza e l’eleganza che la caratterizzano.

Maria Pettinato