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Archivio categorie: Cinema

Chloe di Atom Egoyan è il nome scelto per il remake americano di Nathalie (2009), versione francese del 2003 scritta e diretta da Anne Fontaine.

La ginecologa Catherine Stewart, interpretata da un’eccezionale Julienne Moore, organizza una festa di compleanno a sorpresa per il marito David (Liam Neeson), un professore di musica.

Gli invitati sono arrivati e si attende solo l’arrivo del festeggiato ma la donna riceve una chiamata nella quale lui le comunica di aver perso l’aereo di ritorno.

Il giorno seguente Catherine trova sul cellulare del marito un messaggio inviatogli da una studentessa: “grazie per la bella serata, baci” e in allegato una foto in cui sono insieme in atteggiamenti amicali, cosa che inizia a far sospettare la donna su un presunto tradimento del marito.

Il figlio Michael (Maximillion Drake Thieriot) non fa che peggiorare la situazione: è schivo con la madre, ha un atteggiamento tipicamente adolescenziale, porta la fidanzata a casa di nascosto e infrange le regole di buona convivenza. In un dialogo tra Catherine e un amico si deduce che Michael in passato possa avere avuto qualche leggero problema a livello neurologico.

Una famiglia-modello acclamata e invidiata anche dalla stampa con un positivo equilibrio tra carriera e famiglia in realtà si sta disfacendo dentro quel loft curato davanti agli occhi impotenti della matriarca.

In una cena tra amici Catherine, entrata alla toilette, e sentendo piangere una ragazza le chiede se va tutto bene ed è lì che iniziano a parlare: un’interazione minima che per Chloe (Amanda Seyfried) sembra necessaria.

Finge infatti di aver trovato a terra una spilla per capelli e chiede a Catherine se fosse sua ma lei risponde di no. Allora la ragazza gliela porge regalandogliela ma la donna rifiuta gentilmente e torna dal marito in sala. Questa preziosa spilla sarà il simbolo di un legame tra le due donne che non è destinato a spezzarsi.

Chloe è una ragazzina di facili costumi e Catherine se ne accorge osservandola al tavolo con un uomo che sembra avere più anni di lei. Ha lo sguardo spento seppur gli occhi grandi esprimano un forte bisogno di attenzioni.

La moglie del professore intuisce di poter usare questo legame per scongiurare l’inclinazione al tradimento del marito.

Le due donne si accordano per vedersi e decidere le dinamiche di questa prova di fedeltà ma già al primo incontro tra Chloe e David le notizie non sono tranquillizzanti: la ragazza racconta a Catherine di averci flirtato fino a farlo cadere in tentazione.

Il piano continua così come gli presunti incontri tra i due amanti che vengono narrati minuziosamente alla moglie. Catherine sprofonda nelle sue stesse insicurezze fino al punto di vedere in Chloe un espediente per non rovinare definitivamente il suo matrimonio.

La ragazza dai lunghi capelli biondi diventerà lo specchio di quell’amore intenso che l’ha spinta a sposarsi: un amore carnale che adesso si alimenta attraverso il corpo di una terza persona.

Il filo rosso di questa tela fatta di sensazioni implose è lo sguardo, tutto il non detto è espresso magnificamente dalla capacità interpretativa degli attori. La conoscenza tra Cloe e Catherine inizia in un ristorante e finisce (almeno per quest’ultima) in un caffè.

I coniugi sono seduti a un tavolo e Catherine aspetta che arrivi Chloe che scappa fuori, David chiede a Catherine chi fosse quella ragazza ed è in questo momento che viene svelata la grande menzogna: Chloe non aveva mai incontrato né visto quell’uomo, quelle storie sui loro incontri erano false e servivano a Chloe affinché Catherine non sparisse dalla sua vita.

La ragazza sembra essersi legata così tanto alla ginecologa da sviluppare una sorta di dipendenza affettiva generatrice di vendetta. Approfitterà infatti del ritardo di Michael per creare un flirt e ledere così l’equilibrio della famiglia che la coppia di sposi aveva da poco ritrovato.

Desirée Formica

Accadde una notte, traduzione dal titolo americano It happened one night è un film in bianco e nero del regista Frank Capra uscito nelle sale cinematografiche nel 1934 da inserire nel quadro epocale entro cui si muove il cinema americano di quegli anni.

Tra il 1927 e il 1933 il cinema stava maturando la sua evoluzione dal muto al sonoro, era cioè nella fase di transizione in cui veniva vagliato ogni pro e contro di questa nuova tecnologia che al contempo aveva generato una crisi quasi spirituale per gli addetti ai lavori.

L’opera di Capra sancisce definitivamente non solo l’avvento del sonoro al cinema ma avvia la teorizzazione sulla nascita dei generi, quelle categorie che per stile, per scelta del profilmico, per la narratività del racconto corrispondono a una precisa collocazione.

In questo caso si può parlare di screwball comedy, la commedia bizzarra oltreoceanica che vede come protagoniste coppiette litigiose da dove fa capolino quasi sempre la figura dell’ereditiera bisbetica.

Lo stile americano classico predilige il cosiddetto montaggio continuo orientato al racconto in una composizione leggibile ove il “problema” passa dal “conflitto” alla “risoluzione” che sfocia irrimediabilmente in un lieto fine.

Tale tecnica esalta lo sguardo dei personaggi come si riscontra appunto in Accadde una notte in cui i due protagonisti si guardano raramente negli occhi come a voler rafforzare l’idea di un distacco e una diversità non solo a livello di ceto sociale ma anche umano e valoriale.

Caratteristica che spiega perché lo spettatore viene solo di rado coinvolto emotivamente nei pensieri intimi che si alternano nelle menti dei protagonisti.

Nasce inoltre in questo periodo ciò che comunemente viene chiamato Star System, lo “sfruttamento commerciale” dei divi hollywoodiani.

Se un attore piaceva ed era richiesto dal pubblico veniva ingaggiato per lavorare in un determinato film e lo spettatore “affezionato” sarebbe andato a vederlo non tanto per la storia ma per rivedere l’attore amato sul grande schermo.

Perciò si ha la sensazione di non essere coinvolti dalla sceneggiatura del film, la quale passa in secondo piano rispetto alla comparsa dell’icona cinematografica.

Il divo qui in oggetto è Clark Gable nel ruolo di Peter, giornalista dalla facciata dura e cinica che non vedremo nelle prime inquadrature della pellicola, secondo il classico trucco adottato per far crescere l’attesa nello spettatore: posticipare la sua entrata nel racconto filmico.

Conosciamo però già dalle prime sequenze l’attrice Claudette Colbert nel ruolo della giovane ereditiera Ellie intenta a discutere con il padre – ricco banchiere incapace di imporsi ai capricci della ragazza – a bordo di una nave.

Il clima è particolarmente confuso: Ellie vuole sposare l’aviatore King, decisione alla quale il padre si contrappone, ma al culmine di quella che apparentemente sembrerebbe la solita lite familiare, la giovane scappa gettandosi in mare.

Raggiunta la riva trova la stazione più vicina facendo attenzione a non lasciare tracce con l’intento di arrivare a New York e sposare l’amato, non sapendo che nel frattempo il padre ha allertato le forze dell’ordine e la stampa giornalistica fissando una ricompensa per chi fosse riuscito a portare indietro sua figlia.

Ed ecco che entra in scena l’insensibile giornalista Peter che Ellie incontra nel tragitto per New York e che sin da subito progetterà un piano per firmare l’articolo di un ghiottissimo scoop relativo al ritrovamento della ragazza.

La viziata ereditiera, inizialmente indisponente verso chiunque osi rivolgerle la parola, sarà costretta, visto il mondo poco magnanimo che le si pone davanti, a fidarsi di Peter, l’unico sembrerebbe in grado di tenerle testa.

Interessante è l’evoluzione psicologica di due personaggi apparentemente superficiali.

Peter, che incarna la figura del tuttologo, del sapiente conoscitore di ogni qualsivoglia materia di discussione agli occhi di Ellie, in realtà manifesta infatti nel corso della commedia di Capra una sorta di trasformazione morale, presentandosi sotto una veste diversa, quella dell’uomo gentile e di qualità.

Un cambiamento che riscontriamo ancor di più nel personaggio femminile, che da ricca ereditiera, bambina viziata si direbbe, evolve diventando una semplice donna in una America straziata dalla Grande Depressione che l’ha colpita.

Evoluzioni non da poco se si tiene conto del mutamento che trasmettono gli stessi dialoghi tra i due: dai botta e risposta pungenti e senza esclusione di colpi nella stanza di un hotel della grande mela, in cui una tovaglia da tavola fa da divisorio tra i due (le mura di Gerico), si giunge a congetture sentimentali e al raggiungimento di un amore bello perché semplice.

Semplice come la sceneggiatura di una commedia romantica, leggera, ma per questo non banale e mai debordante in tratti volgari e nel facile sentimentalismo nei quali spesso si può inciampare.

Una pellicola capace di far sognare lo spettatore, intrisa di genuinità e di valori, in cui il messaggio predominante è che la felicità non è così difficile da conquistare se si è dotati di onestà e principi positivi.

Qualità non da poco attestate dal grande successo di pubblico riscosso, così come dagli Oscar ricevuti facendo di Accadde una notte il primo film nella storia ad aver vinto le cinque migliori statuette ambite (miglior film, miglior sceneggiatura non originale, miglior regia, miglior attore e attrice protagonista).

Desirée Formica

7 ore per farti innamorare, commedia romantica del neo regista Giampaolo Morelli, si è garantita un ottimo successo di pubblico come si può constatare dal numero di ascolti che la pellicola ha riscosso nonostante il film, anziché essere trasmesso sul grande schermo, ce lo siamo visti comodamente seduti sul nostro divano in visione On demand.

Un esperimento rischioso, ma necessario per salvare il cinema e l’intrattenimento che mai come oggi non possono fermarsi!

E direi riuscitissimo e trionfante, non solo perché ci consente di non perdere le ultime uscite cinematografiche, ma anche perché al costo di circa e soli direi 8 euro possiamo gustarci un film in compagnia direttamente a casa propria.

Una commedia leggera, divertente quella di Morelli che, accanto a Serena Rossi, ne è anche il protagonista maschile interpretando, nella bellissima e scenografica Napoli, Giulio Manfredi, giornalista di economica fidanzato con Giorgia (Diana del Bufalo) la quale, in prossimità delle nozze, lo lascia per il vicedirettore del giornale per cui il fidanzato lavora e con cui ha una storia da tempo.

Due dettagli non da poco, in quanto Giulio perde in un solo colpo il lavoro, la fidanzata, ma anche le proprie convinzioni sul mondo giornalistico, in quanto, essendo troppo qualificato, viene “scartato” da qualsiasi testata alla quale invia il proprio curriculum, fino a che non si ritrova a essere assunto dalla “banale” Machoman, rivista maschile online, specializzata in chirurgia estetica, moda e gossip di vario genere.

Ma che nonostante ciò si presenta come un’occasione importante per un uomo come Giulio, mediocre, monotono si direbbe, privo di progetti personali, nonostante le grandi abilità in campo lavorativo.

Gli consente infatti di conoscere Valeria (Serena Rossi), “esperta del rimorchio”, convinta che l’attrazione fisica altro non sia che questione di chimica e che può scaturire solo rispettando determinate regole consentendo così a qualsiasi uomo di conquistare qualsiasi donna abbia di fronte, anche uno come Giulio che decide di seguire, assieme a un gruppo di uomini insicuri come lui, le lezioni dell’esperta per riconquistare Giorgia.

Ma è realmente così? Una donna può essere davvero conquistata attraverso delle regole? Con una determinata frase, uno sguardo, l’abito giusto?

Chissà… la commedia romantica di Morelli poco garantisce a riguardo perché è in realtà l’unicità di ognuno di noi ad attrarre e a farsi attrarre, caratteristica fondamentale capace di rendere leggero e divertente anche l’omonimo romanzo dal quale essa è tratta (7 ore per farti innamorare, Giampaolo Morelli, Ed.Piemme, 2019).

Regole ferree, rigide, alle quali poco ci crede chi le consiglia sono difatti le protagoniste di un film che pone al centro i sentimenti e le emozioni.

Una commedia che offre la descrizione di un sistema come il nostro, in cui si ha paura di lasciarsi andare, di essere se stessi per non soffrire e che ci impone, per nostra stessa convinzione, di essere qualcun altro.

Se pur manifestando inizialmente un po’ di lentezza e poco spirito innovativo, degna di nota è la capacità di Morelli di trasformare la trama in qualcosa di diverso da quelle americane, alle quali spesso il film è associato.

L’originalità sta infatti non solo nella naturale comicità tipicamente napoletana, ma anche nella qualità attoriale di Serena Rossi e dello stesso Giampaolo, coppia che ha manifestato caratteri spontanei e partenopei nel modo di recitare, un feeling non spesso facile da riscontrare.

Maria Pettinato

Il titolo della pellicola che si è guadagnata la duecentoventisettesima posizione nella classifica dei migliori film della storia secondo la rivista Empire è semplicemente un nome proprio di persona, Léon, film del regista francese Luc Besson uscito nelle sale cinematografiche nel 1994, anno del debutto del cult Pulp Fiction di Quentin Tarantino.

La prima immagine di questo capolavoro che affiora alla mente non può che essere quella della piccola, ma solo per statura, Natalie Portman che con il suo caschetto nero interpreta il ruolo di Mathilda, affiancata sul set dal candidato al premio Oscar Jean Reno nel ruolo del cinico sicario Léon.

La trama, irrobustita del genere “gangster all’americana” dal regista Besson, va ad accostare a omicidi e poliziotti corrotti la tenerezza di una lolita diseducata all’affetto.

Gli occhi di Mathilda, scuri come la notte e carichi di rancore a causa di un’infanzia rubata, si fanno spazio sul viso ricoperto di lividi provocati dalle percosse del padre. Cresciuta assieme al fratello minore nel degrado familiare ricondotto a molestie psicologiche e fisiche, ritiene quest’ultimo il solo meritevole di attenzioni e cure.

La famiglia di Mathilda, decimata per una questione di droga la trasforma così in una vera e propria responsabilità sia per Léon, che si è ritrovato in casa una minorenne di cui non sa che farsene, sia per il regista il quale ci mostra una preadolescente già provvista di un passato ingombrante e matura nelle sue intenzioni ed esigenze.

L’obiettivo che scandirà tutta la convivenza forzata tra il sicario e la ragazzina sarà infatti la determinazione di quest’ultima nell’imparare “a fare le pulizie”, e cioè a uccidere per vendicare l’omicidio del fratellino.

La crescita fisica e psicologica di Mathilda sembra così essersi affidata alle cure dello spettatore attento, oltre che a quelle di Léon, presentandoci un cambiamento talmente reale da sembrare che esso sia avvenuto nella stessa attrice oltre che nel personaggio da lei interpretato.

La Portman ha addirittura rilasciato un’intervista nella quale ha spiegato come questo film abbia esercitato in lei non poche ripercussioni psicologiche, tanto che da quel ruolo in poi ha deciso di scegliere con attenzione le parti da interpretare in altre pellicole.

E a confermare tutto ciò vi è la modifica del copione: nella prima stesura il legame tra i due protagonisti era sviluppato in maniera più fisica ed erotica, una scelta questa che venne scartata in quella definitiva, forse proprio per la difficoltà interpretativa dell’attrice.

Fondamentale è il ruolo di Léon, sicario schivo e sempre vestito di nero, così attento da rendersi conto di tutto nonostante la sua discrezione abbia il sopravvento sulla reazione.

La figura di un uomo che ha sempre inteso la vita come un percorso fatto di abitudini e disciplina, tutto necessariamente nascosto e calcolato, tranne che l’arrivo di Mathilda.

Due vite parallele e distratte che prendono forma senza che ci vengano mostrate sullo schermo le estreme conseguenze di una vita costellata di rancore e brutti ricordi, le ragioni del cuore rimangono velate fino a un exploit finale e a incidere con forza in questo è l’azzeccatissimo brano usato per i titoli di coda, Shape of my heart (La forma del mio cuore nella traduzione italiana) cantato da Sting.

Desirée Formica

In momenti come questo in cui il cinema, fermo per la prima volta dalla sua nascita e bloccato nella surrealità che ci ha travolto tutti come un turbine, è fondamentale sognare e lasciarsi intrattenere dai film.

Non sono poche le pellicole viste in questi giorni, ma comincerei a parlarvi di quello che maggiormente ha spiccato su gli altri aprendo così la rubrica dal titolo I Film della Quarantena.

È Il sommelier (Uncorked), film drammatico/commedia del regista e sceneggiatore Prentice Penny presente sulla piattaforma Netflix dal 27 marzo 2020.

Un debutto cinematografico mancato a causa del Covid-19, ma che grazie a Streaming è riuscito ugualmente a marcare il territorio garantendosi il successo sperato e direi meritato vista la sua presenza nella Top 10 dei film più visti.

Un film incentrato sui sogni e su uno dei tanti piaceri della vita, la degustazione dei vini, che non è cosa da poco in quanto quello del sommelier può definirsi tutt’oggi uno dei pochi mestieri dotati di quell’eleganza e di quella raffinatezza che richiama alla mente tempi antichi e ricchi di valori.

La trama narra la storia di Elijah (Mamoudou Athie), un giovane ragazzo del Tennessee il cui sogno è quello di diventare un sommelier e il cui rapporto con il padre Louis (Courtney B. Vance), incentrato su grandi differenze generazionali, non è dei migliori proprio per le diverse idee riguardanti il futuro del figlio. Louis infatti lo vorrebbe alla guida dell’impresa a sua volta ereditata dal padre, non credendo in nessun modo all’aspirazione di Elijah definendola una perdita di tempo.

Dolcezza, conflittualità e passione emergono in un film degno di nota perché capace di far riflettere, di far comprendere quanto sia importante non perdersi mai, credere ai propri sogni nonostante sembra che il destino vi remi contro, così com’è importante avere accanto una famiglia amorevole e rapporti incentrati sulla stima e sull’ascolto reciproci.

Attraverso il colore, il sapore, l’odore del vino si ritrovano i momenti felici che si credeva essersi persi da tempo, tornando così ad apprezzare le cose che fanno della vita un dono, così prezioso e importante da permettere a un padre e un figlio di capirsi e instaurare quel rapporto che mancava ormai da tempo.

Maria Pettinato

La Giuria di Esperti ha decretato le Nomination della V Edizione dell’IveliseCineFestival!

26 le opere in Concorso, selezionate attraverso un bando e 6 le Categorie di genere costituite: Commedia, Tematica Sociale, Drammatico, Documentario, Horror e Animazione.
Alle porte le tre giornate di proiezioni e la serata di premiazione.

Si è riunita la Giuria di Esperti per decretare le Nomination e i Vincitori del Festival di cortometraggi e documentari, prodotto dal Teatro Ivelise e dall’Associazione Culturale Allostatopuro.

Le Nomination sono state rese note, mentre per scoprire i vincitori sarà necessario attendere domenica 23 febbraio, giorno in cui si svolgerà la Premiazione con, a seguire, la Tavola Rotonda.

L’evento, patrocinato dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma, da Acsi Metis Teatro e organizzato in collaborazione con Teatro Kopò, il Caffè Letterario Mangiaparole e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno, si articolerà in tre giornate di proiezioni della programmazione, dal 20 febbraio al 22 febbraio, con la premiazione e la tavola rotonda di chiusura festival, il giorno 23 febbraio, alla quale parteciperanno i concorsisti, gli addetti stampa e i membri della Giuria degli Esperti.

Dopo il grande successo ottenuto nelle passate edizioni, l’IveliseCineFestival continua a perseguire l’obiettivo principale di creare, attraverso l’arte, una rete di incontro, dialogo, condivisione, tra cineasti e spettatori. Inoltre, mira a offrire visibilità ad artisti emergenti, valorizzandone le opere.

A tal fine, Teatro Ivelise ha consolidato negli anni collaborazioni con importanti realtà del panorama artistico capitolino con l’intento di allargare la divulgazione delle opere partecipanti, attraverso una proiezione parallela dell’intera programmazione, in altre sedi artistiche della capitale in via di espansione.

Ad oggi sono confermate: il Caffè Letterario Mangiaparole, Metis Teatro, L’Istituto I.S.S. Auspicio Gatti di Anzio e Nettuno e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno.

Per questa V Edizione la Giuria di Esperti è composta da nomi illustri a partire dal Presidente Maurizio Di Rienzo (Presidente della Commissione dei Giurati – Giornalista e Critico Cinematografico), Daniele Barbiero (Vincitore per due edizioni di seguito del festival – Regista e Autore), Fabrizio Lucci (Direttore della Fotografia), Vincenzo Alfieri (Attore e Regista) e Maddalena Ravagli (Autrice e Sceneggiatrice).

Come nelle precedenti edizioni, il pubblico dell’IveliseCineFestival sarà partecipativo, in quanto, costituirà Giuria Popolare.

Seguono le Nomination decretate dalla Giuria di esperti:

MIGLIOR OPERA:

LA BELLEZZA IMPERFETTA di Davide Vigore

INANIMATE di Lucia Bulgheroni

THE ROLE di Farnoosh Samadi

SONG SPARROW di Farzaneh Omidvarnia

MIGLIOR REGIA:

Davide Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Lucia Bulgheroni di INANIMATE

MIGLIOR FOTOGRAFIA:

Daniele Ciprì di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Farzaneh Omidvarnia di SONG SPARROW

Lorenzo Scudiero di BLUE MATTER

Gianluca Sansevrino di SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI

MIGLIOR MONTAGGIO:

Riccardo Cannella di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Raphael Pereira di INANIMATE

Andrea Gatopoulos di BLUE MATTER

Ehsan Vaseghi di THE ROLE

MIGLIOR SCENEGGIATURA:

Roberto Marchionni, Davige Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Andrew Eu, Lucia Bulgheroni di INANIMATE

Ali Asgari, Farnoosh Samadi di THE ROLE

Farzaneh Omidvarnia, Mehdi Rostampour di SONG SPARROW

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:

Fortunato Cerlino in HAPPY BIRTHDAY

Melino Imparato in LA BELLEZZA IMPERFETTA

Luca Di Giovanni in  LA VOCE

Babak Hamidian in THE ROLE

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:

Irene Ferri in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Mina Sadati in THE ROLE

Alice Pagani in PLEASE DON’T GO

Mariella Parisi in MARIA ON A WIRE

ATTORE RIVELAZIONE:

Pierpaolo Spollon in LO SCHIACCIAPENSIERI

Mario Russo in AMARE AFFONDO

Teodoro Giambanco in BLUE MATTER

Vincenzo De Michele in DEAF LOVE

ATTRICE RIVELAZIONE:

Giusy Emanuela Iannone in MILLE SCUDI

Anna Ferraioli Ravel in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Victoria Pisotska in LA BELLAZZA IMPERFETTA

Lorena Cesarini in L’INTERPRETE

Per informazioni sul festival e sul programma del festival, visitare il sito ufficiale (https://www.teatroivelise.it/ivelisecinefestival/ ) e scrivere a ivelise.teatro@gmail.com o contattare lo 0689527016.

“Ha rubato, per carità, però il suo prezzo lo ha pagato caro”, “Bettino Craxi?Un ladro! È morto come meritava”, “Ci è andato di mezzo solo lui, invece i veri colpevoli hanno vissuto da eroi.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi, noi generazioni nate negli anni Ottanta che quel periodo storico lo abbiamo vissuto, ma non lo ricordiamo.

E quante volte pensando a lui, a ciò che ha fatto, abbiamo compreso che in realtà quello era solo l’inizio di una lunga fase, attuale oggi più che mai, della nostra politica.

La politica delle “mani pulite”, di chi aveva tradito ma non lo ammetteva, di chi si eleggeva deputato leale ma in realtà poi non lo era, di chi parlava dicendo ciò che gli veniva suggerito, e di chi invece così… da un giorno all’altro era il solo colpevole, il solo ladro, il solo traditore.

Una verità che fa male, sbattuta in faccia da Gianni Amelio, regista e sceneggiatore di Hammamet, il quale decide di non presentarci un’opinione, ma semplicemente la storia di Bettino Craxi persona.

Una caduta la sua che già si presenta all’inizio del film nel massimo momento di gloria del socialista che, come gli altri personaggi del film, non viene mai chiamato per nome.

È il quarantacinquesimo Congresso del PSI, Craxi è dirompente, imperniato di egocentrismo e di quella persuasione comunicativa che rende la politica così bella e suadente per chiunque l’ascolta.

Ma già in quell’occasione qualcosa non quadra, la tragedia è negli occhi di Vincenzo-Sergio Moroni (Giuseppe Cederna), nelle bandiere rosse che cadono a terra e nei tulipani scoloriti, presagi di disfacimento.

E poi improvvisamente l’uomo anziano, non più altezzoso, non più giacca e cravatta, non più paroliere, ma semplicemente una persona, sola, dall’umore altalenante, malata, ridicolizzata da un sistema malsano, rassegnata al destino che con rammarico ha dovuto scegliere, l’esilio.

Una ricostruzione reale sui sentimenti vissuti da Bettino negli ultimi mesi della sua vita, conclusasi nel silenzio il 19 gennaio 2000 nella sua “fortezza” blindata ad Hammamet. Stati d’animo raccontati dall’amata figlia Anita-Stefania (Livia Rossi), rimasta con lui fino alla fine e dal cui sguardo si scorge ancora oggi il male fatto al padre.

Rabbia, incredulità, rassegnazione mista alla voglia di combattere, diligenza, ma anche tanta debolezza rivivono in un Pierfrancesco Favino reso perfettamente somigliante al “Ghino di Tacco”, come lo soprannominò nel 1986 l’allora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, dal make-up artist da premio Oscar Andrea Leanza.

La storia di un uomo. Lenta, silenziosa, crudele.

Ebbene ce la presenta così Amelio, con estrema lentezza, come se ci volesse svelare una volta per tutte la verità. La sua verità, quella di Craxi. Ora la dice, ora la svela, ora la rivincita arriva pensiamo davanti allo schermo!

E invece no, nemmeno alla fine, nemmeno quando Fausto (Luca Filippi), che ha ucciso suo padre trasformando il ladro in martire come piace a noi italiani, la videocassetta della verità la tira fuori.

Eh no! Questo non accade, alla consegna segue infatti la fuga. Semplicemente perché la verità noi la conoscevamo, anzi la conosciamo.

Anche oggi. Anche quando ce la sbattono in faccia tutti i giorni. Perché noi siamo i furbi italiani di allora, quelli che un colpevole sul quale puntare il dito per coprirsi gli occhi, lo trovano sempre.

Maria Pettinato

Il 7 dicembre, nell’elegante location dell’Aula Magna del Green Park Pamphili, Maurizio Bianucci è stato premiato come “Attore in carriera” al prestigioso Premio Vincenzo Crocitti 2019, giunto alla VII edizione. Quest’anno l’evento si è contraddistinto per l’assegnazione del “Premio alla Carriera” al regista Francesco Nuti.

Grande emozione e soddisfazione per Bianucci, che nella prima stagione della serie Suburra ha vestito i panni del Consigliere Gramini e che per tale ruolo è stato notato dagli organizzatori del premio.

«Un premio è sempre inaspettato» racconta Bianucci «questo in particolare mi riempie di gioia, perché arriva a conclusione di un momento molto produttivo per me e ne apre uno nuovo».

Maurizio Bianucci, infatti, è nel cast del film di prossima uscita nelle sale cinematografiche L’amore a Domicilio insieme a Miriam Leone, con la regia di Emiliano Corapi.

L’amore per l’arte da sempre lo contraddistingue; egli, infatti, si dedica non solo alla recitazione ma anche alla musica e all’insegnamento. Esordisce come attore nel 1990 per un piccolo ruolo in Quelli del Collage, serie tv su Italia 1.

Successivamente si dedica alla musica, esibendosi come cantautore e chitarrista. L’amore per la recitazione, tuttavia, è sempre vivo in lui e nel 2000, dopo aver condotto laboratori teatrali riservati ad adolescenti, riapproda sulle scene come protagonista in La Scoperta de l’America, poema in romanesco, Emigranti di S. Mrozek e molti altri. Continua, negli anni, la sua attività in teatro, in spot televisivi, in cortometraggi e in serie tv.

Il 2017 è l’anno del suo consolidamento: approda, infatti, nella serie Suburra e negli anni successivi recita nelle fiction L’Aquila – Grandi Speranze con la regia di Marco Risi, in Aldo Moro – Il Professore con la regia Francesco Miccichèe ne La Compagnia del Cigno con la regia di Ivan Cotroneo.

Il prossimo film, in uscita al cinema, L’amore a domicilio è l’attesissimo nuovo progetto di Maurizio Bianucci, che con il suo talento e il suo ecclettismo si sta ritagliando sempre più un ruolo di rilievo nel panorama artistico italiano.

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Cosa c’è di meglio delle vacanze natalizie per godersi i propri affetti, mangiare in compagnia, rilassarsi davanti a un camino acceso, magari con un libro sotto mano?

È il periodo dell’anno del “buon riposo” e del “tempo necessario” per godersi finalmente la lettura del libro magari acquistato da un po’, ma mai aperto per impegni e stanchezza, o di una serata al cinema, o perché no, a teatro.

Ma cosa andare a vedere durante queste festività? E su quale libro immergersi? L’Artefatto ve ne ha voluti consigliare alcuni…

Cinema

Siamo in vena di allegria, quindi non c’è niente di meglio che la commedia all’italiana per svagarsi ridendo a più non posso… E chi meglio di Luca Pasquale Medici, conosciuto come Checco Zalone può offrirci la tanto attesa festosità?

Tolo tolo, quinto film di Checco Zalone, uscirà il primo gennaio in tutte le sale italiane e ancora una volta, come in passato, è già oggetto di discussioni, ma soprattutto è super atteso dal grande pubblico che, conoscendo l’attore pugliese, non sta più nella pelle!

Discussioni legate al trailer del film, apparentemente razzista per chi vuole vederla in questo modo, ma in realtà, per chi conosce Checco e la sua comicità, una presa in giro alla mentalità dell’italiano medio, che è per lo più mediocre e ignorante, ancorato a stereotipi che danno la colpa all’emigrato e non al governo per gli asfissianti problemi dell’Italia.

La comicità di Checco può infatti definirsi vera, capace di toccare la tragicità insita nelle piccole cose rendendola così un momento di riflessione che, per quanto leggero sia, si rivela essere protagonista.

Teatro

E poi c’è il teatro, che è in assoluto Natale, ma soprattutto ne è la rappresentazione, come avviene nello commedia tragicomica per eccellenza: Natale in casa Cupiello di Eduardo de Filippo.

La rappresentazione di una festività tanto attesa, e preparata dettagliatamente soprattutto nella Napoli degli anni Trenta. Tragicomica perché in realtà quella che teoricamente è la festa della bontà, dell’amore e della gioia familiare diventa tutt’altro, la festa dell’ansia per i preparativi natalizi, della confusione, della famiglia che si riunisce ma che è sincera davvero o è solo facciata? Del denaro e dello status sociale che non vanno toccati per non infrangere l’equilibrio familiare.

Letteratura

E infine non è festa senza un libro! E qui non posso sbilanciarmi più di tanto, perché come dico sempre leggere fa bene in ogni caso!

Ma se posso consigliarvi… in questo periodo è bello riprendere in mano i grandi classici, da 1984 di George Orwell a Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, da Il Ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde a Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

O puntare su qualcosa di nuovo, come ho fatto io con La profezia della Curandera (Mondadori, 2018) di Hernàn Huarache Mamani, un romanzo che fa riflettere sulle grandi capacità della donna, che non sono solo fisiche come i più pensano nel mondo occidentale ahimè alle soglie del 2020, ma soprattutto mentali.

Doti femminili che ci consentono di ottenere tutto ciò che in realtà desideriamo, perché è la nostra energia la sola capace di riportare pace ed equilibrio a noi stesse e al mondo che ci circonda. Una visione orientale, prevalentemente andina, protagonista di un libro che consiglio ai miei lettori!

Maria Pettinato

Un errore giudiziario, un potere corrotto, in cui a perdere è il più debole, colui che è stereotipato dallo stesso sistema che per vincere è capace di tutto, perfino di uccidere.

Caratteristiche di un thriller politico da considerarsi a dir poco perfetto, J’accuse (L’ufficiale e la spia) di Roman Polanski, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris.

Gennaio 1895, il capitano dell’esercito Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene accusato di aver fornito informazioni segrete ai nemici tedeschi e per questo condannato all’esilio nell’Isola del Diavolo. Elemento ancora più degradante per il condannato è il fatto di essere ebreo in una Francia di fine Ottocento in cui sempre più accentuato è l’antisemitismo e che spinge quindi il popolo a non credere assolutamente all’innocenza professata dall’imputato.

A smascherare l’ingranaggio di bugie che muove l’intero esercito è il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin), un uomo razionale, anch’esso legato alla normalità dell’antisemitismo galoppante e ai concetti retrogradi dell’epoca, ma amante comunque della verità, così tanto da rinunciare al suo ruolo e da andare contro tutto e tutti pur di riaprire un processo che si era rivelato fantomatico sin dall’inizio.

Ed ecco che Polanski ricostruisce il primo errore giudiziario della storia, l’Affaire Dreyfus, dal punto di vista di Picquart, ripercorrendone gli anni di emarginazione, di accuse e di solitudine in una Francia incapace di vedere l’oggettività, totalmente nascosta dietro a concetti razzisti che non fanno altro che richiamare nella mente dello spettatore la futura Germania nazista.

Un film che offre una riflessione importante sulla lotta tra realtà e menzogna, presente da sempre, confermata dai fatti reali che Polanski ci presenta, e mai come oggi così attuale, come attesta il futuristico mondo mediatico, capace di cambiare gli eventi e di trasformare chiunque in un nemico.

E viene fuori la descrizione di un sistema corrotto che ha sempre attanagliato i più deboli, ma anche i più veri, coloro che vivendo il proprio lavoro come missione hanno creduto e credono tuttora che le cose possano cambiare a discapito dei falsi, e a favore del mondo.

Uomini come Picquart, allontanato dall’esercito e da Parigi, Èmile Zola, accusato di calunnia per aver pubblicato l’editoriale J’accuse, una lettera al presidente della Repubblica in cui veniva spiegata l’oggettiva verità del colonnello, e condannato per questo a un anno di reclusione, e l’avvocato Fernand Labori, ucciso in un attentato poco prima della sentenza.

Un thriller perfetto dal punto di vista cinematografico, non solo per l’accurata descrizione di fatti storici, non sempre semplici da mettere in scena, ma anche per un film che di per sé è girato e studiato dettagliatamente, come dimostrano le favolose inquadrature che lo compongono, caratterizzate peraltro da uno straordinario livello cromatico.

Particolari importanti infatti emergono inevitabilmente, come l’impeccabile piano sequenza iniziale o la palese ricostruzione della belle époque francese in molte scene del film.

Un fattore quest’ultimo non da poco come dimostrano le scene raffiguranti la colazione sull’erba o le strade e i momenti di vita parigina, le quali riportano immediatamente alla mente gli omonimi quadri impressionisti di Claude Monet, o l’istantaneità di Gustave Caillebotte.

Colazione sull’erba (1895),
Claude Monet
Una strada di Parigi; tempo di pioggia (1877),
Gustave Caillebotte

Una cura per il dettaglio da sempre legata alla personalità registica di Polanski e che, non a caso, gli ha permesso di essere elogiato di molti riconoscimenti tra cui, per J’accuse, del Leone d’argento, Gran premio della giuria alla 76° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Elogi degni di un pilastro portante del cinema, come attestano opere di grande ricerca espressiva ed è ciò che a noi spettatori interessa, anche se Polanski con questo film, forse, ha voluto toccare un tasto bollente, l’accusa di violenza sessuale a suo discapito, e inviare un messaggio, che è appunto la lotta tra realtà e menzogna.

Maria Pettinato