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Se tu dici all’edera di diventare una rosa,

l’edera cercherà di trasformarsi,

ma così rimarrà impotente

Raffaele Morelli

Quante volte nella vita ci è capitato di sentirci a disagio in determinate situazioni, con determinate persone o semplicemente con un determinato abbigliamento facendo finta che tutto andasse bene così? O quante volte abbiamo accusato qualcuno o qualcosa per una decisione presa che poi si è rivelata sbagliata?

Una prigione si direbbe che oggi giorno prende sempre più le vesti di un dolore lacerante, quasi da non respirare, quasi da farti dimenticare la tua essenza, le tue qualità, la tua bellezza.

Tematiche importanti per comprendersi, accomunanti, vive si direbbe, protagoniste il 30 gennaio all’incontro terapeutico con Raffaele Morelli al Centro Riza di Milano.

Esperienza unica perché dotata di quella forza e di quella energia capaci di scuotere la persona e di ristabilire in lei l’equilibrio e la consapevolezza della propria importanza, ma soprattutto della propria Diversità.

Ebbene sì, di questo si tratta… di Diversità, quella inimitabile, che è sinonimo di bellezza, di unicità, di singolarità, capace di rendere anticaricaturale l’individuo, e per questo totalmente immune. Libero dagli schemi mentali imposti volente o nolente dalla società attuale per apparire sempre perfetto, sempre al passo, sempre competitivo.

Schemi mentali che si trasformano appunto in ansia, rabbia, gelosia, invidia per citarne solo alcuni.

Ma diciamoci la verità… questi cosiddetti “demoni” che ci fanno così paura e che cerchiamo in ogni modo di frenare dentro di noi, non possono essere semplicemente dei “segnali”? Dèi buoni che intervengono per scrollarci, per farci capire che non siamo questo o quello, non siamo lamentele, non siamo banalità e che quindi qualcosa non sta funzionando bene dentro di Noi?

È infatti la nostra anima a bussare alla porta, a pulsare, a scuoterci, utilizzando ciò che fa parte di noi dai tempi primordiali, così antichi che già Omero nell’Iliade ne parlava evocando la gelosia di Era a seguito del Giudizio di Paride e a causa della quale si scatenò la guerra di Troia.

Essa non ci vuole tranquilli, piatti, omologati agli altri, a Lei piacciono le onde perché esse sono il mezzo per scoprire e scoprirci ogni giorno, per incuriosirci e non avere paura di ciò che non conosciamo, semplicemente per vivere.

Emozioni naturali, stati d’animo vivi, energie primordiali, espulsioni, capaci di ricordarci che “esistiamo”, verso le quali non bisogna provare paura, ma accoglierle, sentirle, percepirle.

Non serve commentarle, ma è importante accettarle, viverle, in quanto la loro presenza significa che il progetto iniziale, apparentemente giusto da un punto di vista razionale, altro non è che un’istintiva messa in discussione da parte della nostra essenza.

Ed è proprio quando si giunge alla consapevolezza del fatto che non è necessario cercare la causa di tali “dolori” perché essa in realtà non esiste, ma è semplicemente la banalità a muovere gli impulsi dentro di noi, che il traguardo può dirsi raggiunto!

E questo è il momento in cui “l’estate è finalmente arrivata, bisognava solo aspettarla senza aspettative”.

Maria Pettinato

Un amore è un romanzo di Dino Buzzati ideato nel 1959 e pubblicato presso Mondadori nel 1963.

L’opera si discosta dall’usuale produzione dello scrittore e si sviluppa sotto forma di un monologo interiore, in grado di amplificare al meglio gli stati d’animo del protagonista, Antonio Dorigo, affermato professionista cinquantenne che s’innamora di Laide, giovane avvenente e arrivista.

Le convinzioni dell’uomo, il rapporto con il mondo esterno e la sua stessa visione della vita vengono messi in crisi dall’amore ossessivo che prova per la ragazza, scaltra ballerina dedita alla prostituzione.

Nella Milano degli anni Sessanta, in pieno boom economico, pullulante di spider e locali notturni in cui si balla il rock’n roll, Dorigo subisce passivamente gli effetti di questa passione.

La giovane da squillo occasionale diventa la sua mantenuta ma, al di là del sesso mercenario che fa da sfondo ai loro incontri, l’amore resta unilaterale, possessivo, paranoico e Dorigo si ritrova a vivere in una condizione d’irrazionalità e incoscienza frustrata, schiavo di convinzioni illusorie.

La sua esistenza ruota unicamente intorno a Laide, artefice di una prostrazione che ne impoverisce l’animo e l’essere.

Chiunque s’immerga nella lettura di questo romanzo non può non identificarsi con questo innamoramento, talmente intenso da alienare da una qualunque quotidianità razionale, riconoscere di averlo vissuto e sentito come proprio almeno una volta nella vita.

Con una scrittura scorrevole, padrona del flusso di coscienza e attenta a descrivere con sensibilità momenti d’interiorità emotiva complessa, Buzzati riesce anche a condurre il lettore in giro per la città, ritraendo (grazie all’alternarsi delle stagioni) in un caleidoscopio di colori una Milano che è coprotagonista attiva della storia.

Si può legittimamente affermare che i due protagonisti siano lo specchio della società del loro tempo : Dorigo proviene dall’ambiente alto-borghese, la sua è una vita fatta di agi, settimane bianche, cene con amici, un’esistenza da “privilegiato”.

Laide invece proviene dal proletariato e ne porta su di sé tutti i connotati, quali il desiderio di farsi strada ed emergere, di abbandonare quelle palazzine grigio cemento da cui proviene.

Complessivamente si tratta di un romanzo piacevole, di facile lettura, che si sviluppa per quasi trecento pagine, capace di restituire la storia di un amore, semplicemente autentico e profondo

Francesca Mazzino

La Giuria di Esperti ha decretato le Nomination della V Edizione dell’IveliseCineFestival!

26 le opere in Concorso, selezionate attraverso un bando e 6 le Categorie di genere costituite: Commedia, Tematica Sociale, Drammatico, Documentario, Horror e Animazione.
Alle porte le tre giornate di proiezioni e la serata di premiazione.

Si è riunita la Giuria di Esperti per decretare le Nomination e i Vincitori del Festival di cortometraggi e documentari, prodotto dal Teatro Ivelise e dall’Associazione Culturale Allostatopuro.

Le Nomination sono state rese note, mentre per scoprire i vincitori sarà necessario attendere domenica 23 febbraio, giorno in cui si svolgerà la Premiazione con, a seguire, la Tavola Rotonda.

L’evento, patrocinato dalla Regione Lazio, dal Comune di Roma, da Acsi Metis Teatro e organizzato in collaborazione con Teatro Kopò, il Caffè Letterario Mangiaparole e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno, si articolerà in tre giornate di proiezioni della programmazione, dal 20 febbraio al 22 febbraio, con la premiazione e la tavola rotonda di chiusura festival, il giorno 23 febbraio, alla quale parteciperanno i concorsisti, gli addetti stampa e i membri della Giuria degli Esperti.

Dopo il grande successo ottenuto nelle passate edizioni, l’IveliseCineFestival continua a perseguire l’obiettivo principale di creare, attraverso l’arte, una rete di incontro, dialogo, condivisione, tra cineasti e spettatori. Inoltre, mira a offrire visibilità ad artisti emergenti, valorizzandone le opere.

A tal fine, Teatro Ivelise ha consolidato negli anni collaborazioni con importanti realtà del panorama artistico capitolino con l’intento di allargare la divulgazione delle opere partecipanti, attraverso una proiezione parallela dell’intera programmazione, in altre sedi artistiche della capitale in via di espansione.

Ad oggi sono confermate: il Caffè Letterario Mangiaparole, Metis Teatro, L’Istituto I.S.S. Auspicio Gatti di Anzio e Nettuno e il Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno.

Per questa V Edizione la Giuria di Esperti è composta da nomi illustri a partire dal Presidente Maurizio Di Rienzo (Presidente della Commissione dei Giurati – Giornalista e Critico Cinematografico), Daniele Barbiero (Vincitore per due edizioni di seguito del festival – Regista e Autore), Fabrizio Lucci (Direttore della Fotografia), Vincenzo Alfieri (Attore e Regista) e Maddalena Ravagli (Autrice e Sceneggiatrice).

Come nelle precedenti edizioni, il pubblico dell’IveliseCineFestival sarà partecipativo, in quanto, costituirà Giuria Popolare.

Seguono le Nomination decretate dalla Giuria di esperti:

MIGLIOR OPERA:

LA BELLEZZA IMPERFETTA di Davide Vigore

INANIMATE di Lucia Bulgheroni

THE ROLE di Farnoosh Samadi

SONG SPARROW di Farzaneh Omidvarnia

MIGLIOR REGIA:

Davide Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Lucia Bulgheroni di INANIMATE

MIGLIOR FOTOGRAFIA:

Daniele Ciprì di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Farzaneh Omidvarnia di SONG SPARROW

Lorenzo Scudiero di BLUE MATTER

Gianluca Sansevrino di SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI

MIGLIOR MONTAGGIO:

Riccardo Cannella di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Raphael Pereira di INANIMATE

Andrea Gatopoulos di BLUE MATTER

Ehsan Vaseghi di THE ROLE

MIGLIOR SCENEGGIATURA:

Roberto Marchionni, Davige Vigore di LA BELLEZZA IMPERFETTA

Andrew Eu, Lucia Bulgheroni di INANIMATE

Ali Asgari, Farnoosh Samadi di THE ROLE

Farzaneh Omidvarnia, Mehdi Rostampour di SONG SPARROW

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:

Fortunato Cerlino in HAPPY BIRTHDAY

Melino Imparato in LA BELLEZZA IMPERFETTA

Luca Di Giovanni in  LA VOCE

Babak Hamidian in THE ROLE

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:

Irene Ferri in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Mina Sadati in THE ROLE

Alice Pagani in PLEASE DON’T GO

Mariella Parisi in MARIA ON A WIRE

ATTORE RIVELAZIONE:

Pierpaolo Spollon in LO SCHIACCIAPENSIERI

Mario Russo in AMARE AFFONDO

Teodoro Giambanco in BLUE MATTER

Vincenzo De Michele in DEAF LOVE

ATTRICE RIVELAZIONE:

Giusy Emanuela Iannone in MILLE SCUDI

Anna Ferraioli Ravel in SI SOSPETTA IL MOVENTE PASSIONALE CON L’AGGRAVANTE DEI FUTILI MOTIVI 

Victoria Pisotska in LA BELLAZZA IMPERFETTA

Lorena Cesarini in L’INTERPRETE

Per informazioni sul festival e sul programma del festival, visitare il sito ufficiale (https://www.teatroivelise.it/ivelisecinefestival/ ) e scrivere a ivelise.teatro@gmail.com o contattare lo 0689527016.

«Un giorno il re volle salire sulle montagne per parlare con il vecchio saggio che là viveva. Voleva sapere il re dal vecchio cosa fosse l’illuminazione e quali pratiche operare per poter essere anch’egli uno degli Illuminati. Il saggio non guardò il re ma ascoltò paziente le sue parole senza dire nulla. Poi lentamente, prese la ciotola di legno, unica suppellettile della sua dimora, la sollevò posandola di nuovo poco discosto. E in quel momento il re comprese; tutte le verità e le complessità dell’universo gli furono chiare: erano riassunte in quel semplice gesto.»

Iniziare a parlare di Fluxus con un aneddoto appartenente alla tradizione filosofica Zen, può sembrare eccessivo o enfatizzante, ma analizzando profondamente l’origine delle motivazioni che in quel particolare momento storico (inizio seconda metà del XX secolo) costituirono la formazione a livello planetario di un movimento dai connotati tanto complessi nel loro esplicarsi di azioni, idee, interazioni, comunicazioni multimediali, quanto sostanzialmente semplice nel proprio agire di fondo, si ritroverà comunque in ogni manifestazione fluxus l’originaria convinzione della validità totale – Tutto è Arte– di chiara ispirazione Zen.

Se il termine “fluxus” fu coniato solo nel 1961, relativamente a una serie di tre conferenze dal titolo Musica antiqua et nova, tenute da Georges Maciunas in New York dal 14 marzo al 30 giugno di quell’anno, tuttavia la dinamica degli avvenimenti che portarono alla costituzione del movimento è di molto anteriore.

Già alla fine degli anni Quaranta John Cage, ispiratore e iniziatore del gruppo, attuava un discorso che andando al di là della musica, suo campo specifico, si immetteva in una ricerca che considerava la musica in quanto suono o sequenza di suoni emessi nello spazio, quindi facenti parte dello spazio stesso e non discernibili da tutto quello che nello spazio accadesse o potesse accadere.

L’evento infatti, viene a essere considerato nella sua totalità e acquista valore proprio in quanto evento.

Il contesto sociologico che accoglie le tesi legate a Fluxus e ne sviluppa in senso prima di tutto comportamentale lo spirito, è un ambiente giovane e intellettuale che si appresta a formare la nuova generazione artistica di quegli anni.

I sintomi latenti di quella crisi di valori che investirà più tardi tutto l’articolarsi della società, vengono avvertiti e messi in luce proprio dagli intelletti più sensibili dell’ambito artistico.

L’assolutezza delle scienze e della logica occidentale stava già perdendo le certezze e fissità illuministiche e tardo-romantiche che ne avevano segnato il cammino per due interi secoli.

Ora anche l’ambiente scientifico cominciava a porsi delle domande sul ruolo del caso all’interno dei processi evolutivi e nella determinazione delle leggi fisiche.

Sia la biogenetica che la fisica quantistica si accostavano al fattore casuale come riferimento nella trattazione delle probabilità di sviluppo specifico della materia e dell’evoluzione.

A questo si aggiunga la crescente, sentita insufficienza dello standard di vita suggerito, o meglio imposto, dai due schieramenti predominanti: il capitalismo da una parte e il materialismo dialettico dall’altra, nonché l’apparire delle nuove tesi psicoanalitiche e della formazione del carattere che Wilhem Reich, valente psicologo e sessuologo di origine austriaca, in quegli anni stava enunciando.

In un contesto così circostanziato l’avvicinamento alle teorie filosofiche orientali e il coinvolgimento della quotidianità in una nuova spiritualità attiva, costituisce uno sbocco creativo che andrà via via crescendo e sviluppandosi nel malessere delle giovani generazioni sia americane che europee.

Per questi fattori interagenti il fenomeno Fluxus assume veri e propri contorni di fenomeno antropologico come lo stesso Ken Friedman sosterrà in una intervista del 1978:

«Mi parve che gli interessi di Fluxus fossero molto vicini ai miei interessi in un cambiamento sociale e culturale, così mi associai. Gli spazi aperti di Fluxus mi permisero inoltre di aggiungere il mio rilievo sull’esperimento terapeutico, l’uso dell’Arte come mezzo per lo sviluppo psicologico e l’espansione della coscienza.»

E disse in merito alle definizioni attribuite al movimento Fluxus: «È stato un gruppo che non era propriamente un gruppo, è stato definito uno scuola d’arte o una scuola di pensiero sull’arte, eppure – come molte “scuole” significative – tra i suoi membri non vi furono mai sufficienti tratti comuni per giustificare questa definizione; è stato definito una filosofia, eppure non vi fu una piattaforma ideologica o filosofica comune; è stato definito un movimento eppure non vi fu mai un’azione coesiva… Mi affascina il fatto che uno dei più importanti studi condotti su Fluxus non fu scritto da uno storico dell’Arte ma da un antropologo.»

Espansione della coscienza in ogni gesto, atto, movimento, accadimento che, andando oltre la funzionalità, rivesta un ruolo creativo, annullando gli stereotipi, le tecniche, la convenzione estetizzante per formulare un linguaggio “concettuale”, come già Dadà aveva espresso, attribuendo valore artistico a un oggetto che non avendo valore artistico in sé, assumeva tale valore in quanto a esso conferito da un giudizio formulato da un soggetto.

La grande lezione dadaista interviene nelle espressioni visive coagulando maggiormente gli assunti già delineati nelle esperienze di Cage e di altri compositori, principalmente durante i seminari newyorkesi del 1958.

La dinamica performatica diviene anima stessa del linguaggio, contenendo la totalità delle situazioni e quindi la totalità dell’Estetica stessa e del patrimonio etico di ciascuno.

Le affermazioni Tutto è Arte e Non-Arte vennero a equivalere e identificarsi senza tuttavia annullarsi a vicenda.

Il successivo arricchirsi nella concezione artistica di nuove energie e obiettivi significanti, lo stesso evolversi e staccarsi da Fluxus di artisti che avevano contribuito alla sua formazione, devono comunque al movimento la possibilità di espansione offerta alla storia del pensiero umano in quel particolare momento. In seguito avremo modo di analizzare gli eventi precisi che ne caratterizzano la storiografia.

(to be continued)

Cristina M. D. Belloni

Sanremo si è concluso da ormai tre giorni, ma nonostante ciò si continua a parlare di questo evento come se fosse ancora presente e com’è giusto che sia.

Alcuni, riferendosi all’evento dell’anno, parlano di fenomeno trash, altri del ritorno del festival di “noi altri”, quello che non si vedeva più da tempo, altri ancora ne hanno un ricordo negativo soprattutto per ciò che riguarda i vincitori, da Diodato a Leo Gassman per la Categoria Giovani.

Tutti quindi, chi in un modo, chi in un altro, ne parlano e questo, che lo si voglia o no, significa che Sanremo anche quest’anno ce l’ha fatta!

Con questo articolo ho deciso di non parlarvi di ciò che è andato o non andato dal punto di vista critico-giornalistico. Voglio parlarvi di chi a mio avviso ha vinto! E voglio farlo da telespettatrice indicandovene quattro di vincitori…

Sul podio ovviamente la coppia Amadeus-Fiorello, o semplicemente due amici che trentacinque anni fa si immaginavano un giorno i conduttori del Festival della canzone italiana. Grazie a loro ha vinto il “rapporto” in tutta la sua essenza, spontaneo, divertente. Finalmente una lodevole amicizia in scena come ha dimostrato l’occhio lucido che spesso ha colpito Fiorello ammirando l’amico fraterno e viceversa.

E poi c’è Rita Pavone, vincitrice non solo per un brano eccezionale a livello musicale e testuale, ma anche e soprattutto perché è venuto fuori dalla sua grinta e dalla sua vitalità il carattere della cantante dal punto di vista artistico. Non è il Ballo del mattone il protagonista, ma questa volta è Rita Pavone con Resilienza 74, una canzone che dice tanto, che vuole comunicare il talento eccezionale di un’Artista con la A maiuscola, scritto peraltro da suo figlio Giorgio Merk. E allora una domanda sorge spontanea… ma non è che ha fatto un po’ paura questo brano? Un conto è infatti il Ballo del mattone, un conto è una cantante settantenne che le giovani cantanti di questo festival, le ha schiacciate sotto ogni aspetto artistico.

Ma il vincitore indiscusso di questo festival è Piero Pelù, non solo per ciò che lui rappresenta da sempre, il cantante rock della nostra Italia, ma soprattutto per una canzone-poesia, Gigante. Il testo parla infatti di bambini, i suoi bambini nipoti, i bambini conosciuti nei carceri minorili e i milioni di bambini uccisi durante l’Olocausto. Bambini giganti, che si affacciano alla vita muovendo i primi passi, ma anche bambini che rinascono, chi perché vuole cambiare ribellandosi alla vita offerta magari dalla propria famiglia, chi perché vive nella nostra memoria storica.

Artisti degni di rimanere impressi nella mente perché hanno vinto per qualità, spontaneità e talento. Aspetti trionfanti nel millennio della “bruttezza ammirevole”.

Maria Pettinato

Il Festival sta per concludersi lasciando di sé il ricordo di una settimana davvero eccezionale dal punto di vista della conduzione, dell’organizzazione, ma anche delle esibizioni come si è potuto constatare prevalentemente dalla terza serata del concorso.

Una puntata all’insegna delle cover e dei duetti in cui sono emersi brani che hanno fatto la nostra storia musicale coinvolgendo così non solo il pubblico del Teatro Ariston, ma anche gli spettatori a casa.

Premiati Tosca, i Pinguini Tattici Nucleari e Piero Pelù i quali hanno spiccato maggiormente sull’Orchestra votante e direi una scelta azzeccata visto il coinvolgimento di pubblico.

A emergere dal mio punto di vista nella serata di coppia musicale sono stati decisamente Marco Masini-Arisa con Vacanze Romane, Levante-Francesca Michielin-Maria Antonietta con Si può dare di più, Enrico Nigiotti-Simone Cristicchi con Ti regalerò una cosa ed Elodie-Aeham Ahmad con Adesso tu, dimostrando quest’ultima il grande carisma che sta manifestando dal primo giorno.

Una terza serata in cui la musica italiana si è unita alla presenza di un altro nostro orgoglio nazionale, Roberto Benigni, portatore di allegria e di quella sana saggezza che può fare solo bene al nostro paese.

Un’Italia tanto stimata come si è potuto notare dai continui elogi della conduttrice albanese Alketa Vejsiu (forse un po’ troppo marcati?) e dalla presenza di Georgina Rodriguez, moglie di Cristiano Ronaldo, troppo serio a detta di Fiorello ieri sera.

Il comico siciliano che per nostra gioia ieri sera era di nuovo in prima fila con i suoi travestimenti e la sua allegria. Una spensieratezza ancora protagonista durante la quarta serata, la serata di Francesca Sofia Novello e di Antonella Clerici, la cui conduzione è spiccata sulle altre probabilmente per le esperienze precedenti a Sanremo o forse per l’ottimo rapporto con l’amico-collega Amadeus.

Una quarta puntata in cui è stato incoronato vincitore delle Nuove Proposte Sanremo 2020 Leo Gassman con il brano Vai bene così. Una vittoria abbastanza contestata da un pubblico prevalentemente orientato verso la finalista Tecla, il quale ha giudicato il risultato finale vedendovi come requisito non la bravura, ma l’appartenenza alla famiglia Gassman.

Una puntata in cui finalmente è arrivato il colpo di scena, come è giusto che sia a Sanremo: l’abbandono del palco da parte di Bugo causato sembrerebbe da una lite tra lui e Morgan sfociata nella modifica del testo da parte di quest’ultimo, le cui parole sono un visibile segno di disprezzo nei confronti del collega.

Il tutto lasciando Amadeus nel totale imbarazzo, una situazione salvata dalla comicità di Fiorello. Un momento inaspettato che rimarrà sicuramente nella storia di Sanremo e che, conoscendo Morgan, è il risultato di una delle sue tante provocazioni mediatiche.

Da aspettarsene ancora tante stasera come detto da Fiorello! Perché il 70° Festival della canzone italiana non è ancora finito.

Maria Pettinato

Una serata all’insegna dei rapporti personali quella di ieri sera al 70° Festival della canzone italiana.

Caratteristica sulla quale, tra l’altro, si basa l’intero festival come ha specificato Amadeus annunciando sul palco Paolo Palumbo, ventiduenne malato di Sla che con la canzone Io sto con Paolo ha provocato in noi una riflessione molto forte su ciò che è in realtà la vita, e che ahimè spesso noi non vediamo, un viaggio ricco di doni e possibilità.

Attraverso la sua esibizione Paolo ci ha mostrato uno dei tanti rapporti trapelati dalla seconda serata a Sanremo, quello tra lui e suo fratello, il quale per amore ha scelto di abbandonare tutto e stargli accanto.

E accanto alle relazioni familiari, i rapporti di amicizia si sono rivelati i protagonisti, da quello tra i due conduttori Fiorello e Amadeus a quello che ricorda affettuosamente Fabrizio Frizzi. E poi finalmente la ritrovata amicizia tra i componenti dei Ricchi e Poveri, di nuovo assieme su quel palco dopo quarant’anni, talmente affiatati da far ballare il pubblico dell’Ariston.

Per non parlare della stima e della professionalità venuta fuori dal duetto Massimo Ranieri-Tiziano Ferro sulle note di Perdere l’amore.

Un festival vincente dal punto di vista dei sentimenti anche ieri sera dunque, capace di unire divertimento e serietà creando un connubio perfetto a livello emozionale e canoro, soprattutto grazie alla presenza di personalità importanti, da Tosca a Zucchero ad esempio, assenti da un po’ all’evento dell’anno, ma sempre comunque eccezionali!

E in tutta questa bella leggerezza e divertente atmosfera però la domanda che ci poniamo in tutta franchezza è la seguente: ma i concorrenti dove sono?

È un concorso un po’ diverso quello di quest’anno. Ciò che emerge è infatti una serata divertente, ma decisamente poco gara. E traspare molto nel maggior spazio concesso agli sketch di Fiorello, alla conduzione di Amadeus e agli ospiti rispetto agli anni passati che, per quanto mi riguarda, fornisce grande coinvolgimento di pubblico, ma allo stesso tempo rischia di dilungare troppo i tempi televisivi.

Ma la seconda domanda che ci poniamo è: sono davvero questi momenti ad aver oscurato i cantanti in gara (la maggior parte!), oppure sono semplicemente i cantanti in gara ad averci lasciato così poco da oscurarsi da soli?

Che dire… a mio avviso cari lettori le esibizioni canore di ieri sera poco hanno lasciato. Si sono presentate senza quella caparbietà che dovrebbe distinguerle dalla musica di tutti i giorni. Questo è infatti Sanremo… l’eccellere sul quotidiano!

E per quanto apprezzi fortemente questo festival dal punto di vista della conduzione – anche se ieri sera ho trovato la presenza femminile priva di contenuti rispetto alla prima puntata – non posso finora dire lo stesso per ciò che riguarda i brani in gara.

Speriamo che questo sia l’andazzo di una sola serata, se no quello del 2020 sarà ricordato come lo show di Sanremo e con come il Festival della canzone italiana.

Maria Pettinato

Una prima serata all’insegna del divertimento quella del 70° Festival della canzone italiana, ma anche ricco di tradizione e di temi importanti.

Ma cominciamo con ordine soffermandoci su ciò che, a mio avviso, da questa prima serata è venuto fuori nel bene e nel male…

Le prime figure importanti a riguardo sono la coppia Amadeus-Fiorello. Quando ha cominciato a circolare la notizia della loro presenza a Sanremo, automaticamente nella mente sono riaffiorati gli anni Novanta, il Festivalbar, le risate e la spensieratezza di quelle estati infinite.

La leggerezza è tornata alla ribalta più che mai ieri sera con due veri professionisti artistici… e finalmente aggiungerei! Sin da subito si è presentato il “Festival di Sanremo”, quello dei tempi d’oro, quello divertente, ma allo stesso tempo elegante e ricco di contenuti.

Una prima serata incentrata su temi importanti, molto “all’insegna delle donne” come già si era predetto, ma anche sul passato-tradizione della musica italiana.

Un riferimento che va non solo alla coppia Albano-Romina, concorrenti dopo venticinque anni e ospiti portatori di quella tradizione e di quel successo popolare che ancora aleggia nell’aria come ha dimostrato la foga di un pubblico coinvolto da un’esibizione che, pur vista e rivista, dimostra di piacere ancora molto, ma anche all’esplosiva Rita Pavone, come sempre eccezionale nella sua eccentricità, nel suo essere pura energia vitale.

Ma sono le esibizioni di Tiziano Ferro quelle che più di tutte riecheggiano la nostra storia musicale. Con Volare e Almeno tu nell’universo il cantante di Latina ha emozionato tutti noi e ha coronato il suo sogno: cantare quella meravigliosa canzone al femminile di Mia Martini, “sfidando” Bruno Lauzi che in passato aveva specificato l’impossibilità di declinare al maschile questo brano. E anche se non è riuscita perfettamente sul finale non importa, l’importante è vedere negli occhi di Tiziano la commozione per averci comunque provato.

E la storia della nostra musica, che in fondo è la storia della nostra Italia, si fa notare anche quando si parla de Gli anni più belli, il film di Gabriele Muccino in uscita il 13 febbraio, il cui cast ci riporta alla mente ricordi passati ricoprendoci di sana nostalgia.

Un’apertura che si è rivelata anche l’occasione per fare emergere la forza delle donne, troppo spesso oscurata quando si tratta di televisione e di carriera. Quella forza che unita all’energia ci rende anime pure e che è venuta fuori nella spontaneità che ha contraddistinto Diletta Leotta e Rula Jebreal, qualità non da poco per un palco come quello di Sanremo, spesso motivo di imbarazzo come dimostrato molte volte in passato.

Donne che hanno affrontato temi di grandissimo impatto sul pubblico dell’Ariston e sugli spettatori in mondo visione: il tempo che passa raccontato dalla Leotta e ancor più la violenza sulle donne esposta dalla giornalista palestinese sotto forma di monologo.

Un racconto vero perché sentito, il quale unito alla lettura di canzoni scritte da uomini per le donne, da La cura di Franco Battiato a Sally di Vasco Rossi, ha vinto vista la sua capacità di toccarci come non mai e di farci riflettere su un problema attuale oggi più che mai!

E infine degna di nota è la novità che ha contribuito a rendere la prima serata così coinvolgente, e cioè l’esibizione di Emma Marrone per il pubblico di Piazza Colombo.

Serata di qualità, assolutamente promossa dalla critica e dal pubblico, come ha dimostrato l’elevato numero di ascolti. Ma non positiva allo stesso modo quando si parla di un paio di esibizioni: mi riferisco alla coppia Albano-Romina che da concorrenti dopo moltissimi anni di assenza hanno deciso di cantare in playback, e ad Achille Lauro, al quale è fortemente consigliato di modificare il modo con il quale vuole provocare se ha intenzione di fare il cantante anche in futuro.

Aldilà della sua musica che può piacere e non piacere, a mio avviso hanno fatto bluffe tutti e tre. La coppia ha manifestato una sorta di superiorità “intaccando” le regole del concorso, mentre il giovane cantante continua a sbagliare nello scegliere qualcuno da imitare per emergere a Sanremo: l’anno scorso era Vasco Rossi, quest’anno è Renato Zero. La provocazione fa bene all’arte, ma l’imitazione direi di no.

Maria Pettinato

“Ha rubato, per carità, però il suo prezzo lo ha pagato caro”, “Bettino Craxi?Un ladro! È morto come meritava”, “Ci è andato di mezzo solo lui, invece i veri colpevoli hanno vissuto da eroi.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi, noi generazioni nate negli anni Ottanta che quel periodo storico lo abbiamo vissuto, ma non lo ricordiamo.

E quante volte pensando a lui, a ciò che ha fatto, abbiamo compreso che in realtà quello era solo l’inizio di una lunga fase, attuale oggi più che mai, della nostra politica.

La politica delle “mani pulite”, di chi aveva tradito ma non lo ammetteva, di chi si eleggeva deputato leale ma in realtà poi non lo era, di chi parlava dicendo ciò che gli veniva suggerito, e di chi invece così… da un giorno all’altro era il solo colpevole, il solo ladro, il solo traditore.

Una verità che fa male, sbattuta in faccia da Gianni Amelio, regista e sceneggiatore di Hammamet, il quale decide di non presentarci un’opinione, ma semplicemente la storia di Bettino Craxi persona.

Una caduta la sua che già si presenta all’inizio del film nel massimo momento di gloria del socialista che, come gli altri personaggi del film, non viene mai chiamato per nome.

È il quarantacinquesimo Congresso del PSI, Craxi è dirompente, imperniato di egocentrismo e di quella persuasione comunicativa che rende la politica così bella e suadente per chiunque l’ascolta.

Ma già in quell’occasione qualcosa non quadra, la tragedia è negli occhi di Vincenzo-Sergio Moroni (Giuseppe Cederna), nelle bandiere rosse che cadono a terra e nei tulipani scoloriti, presagi di disfacimento.

E poi improvvisamente l’uomo anziano, non più altezzoso, non più giacca e cravatta, non più paroliere, ma semplicemente una persona, sola, dall’umore altalenante, malata, ridicolizzata da un sistema malsano, rassegnata al destino che con rammarico ha dovuto scegliere, l’esilio.

Una ricostruzione reale sui sentimenti vissuti da Bettino negli ultimi mesi della sua vita, conclusasi nel silenzio il 19 gennaio 2000 nella sua “fortezza” blindata ad Hammamet. Stati d’animo raccontati dall’amata figlia Anita-Stefania (Livia Rossi), rimasta con lui fino alla fine e dal cui sguardo si scorge ancora oggi il male fatto al padre.

Rabbia, incredulità, rassegnazione mista alla voglia di combattere, diligenza, ma anche tanta debolezza rivivono in un Pierfrancesco Favino reso perfettamente somigliante al “Ghino di Tacco”, come lo soprannominò nel 1986 l’allora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari, dal make-up artist da premio Oscar Andrea Leanza.

La storia di un uomo. Lenta, silenziosa, crudele.

Ebbene ce la presenta così Amelio, con estrema lentezza, come se ci volesse svelare una volta per tutte la verità. La sua verità, quella di Craxi. Ora la dice, ora la svela, ora la rivincita arriva pensiamo davanti allo schermo!

E invece no, nemmeno alla fine, nemmeno quando Fausto (Luca Filippi), che ha ucciso suo padre trasformando il ladro in martire come piace a noi italiani, la videocassetta della verità la tira fuori.

Eh no! Questo non accade, alla consegna segue infatti la fuga. Semplicemente perché la verità noi la conoscevamo, anzi la conosciamo.

Anche oggi. Anche quando ce la sbattono in faccia tutti i giorni. Perché noi siamo i furbi italiani di allora, quelli che un colpevole sul quale puntare il dito per coprirsi gli occhi, lo trovano sempre.

Maria Pettinato

Quello femminile è un universo straordinario, dotato di forza, talento ed energia. Eppure non sempre noi donne comprendiamo sino in fondo quello che si nasconde dentro di noi.

Una mancanza di consapevolezza che si presenta ancor più di fronte a momenti di sconforto, in cui la nostra autostima è a terra, magari a causa di una giornata no a lavoro, del ciclo che intacca notevolmente i nostri ormoni, o magari ahimè a causa dell’uomo sbagliato.

Perché diciamoci la verità… quando un uomo colpisce la tua autostima non è quello giusto!

Ma questo noi facciamo fatica a capirlo e quindi perdiamo tempo dietro a vera e propria futilità, senza renderci conto di quello che noi donne siamo in realtà.

Già solo con il fascino interiore che ci caratterizza potremmo comandare il mondo! Figuriamoci cosa potremmo fare se lo associassimo alla nostra energia, alla nostra essenza, alla nostra forza!

L’unione di queste qualità ci porterebbe a raggiungere tutti i nostri obiettivi, anche quelli che apparentemente ci sembrano impossibili da raggiungere, compreso l’uomo che pensiamo sia quello dei nostri sogni. Anche se in realtà… poi da donne determinate e consapevoli ci domanderemo: ma è davvero lui l’uomo dei nostri sogni?

Ecco cosa traspare da un romanzo che ho letto recentemente, la storia che ogni donna dovrebbe leggere, non solo perché appassionante, ma anche perché capace di aprire in noi la curiosità necessaria per conoscerci fino in fondo e comprendere così quello che siamo in realtà: pura forza.

Mi riferisco a La profezia della curandera di Hernàn Huarache Mamani (titolo già apparso in un precedente articolo de L’Artefatto che potrete leggere cliccando qui!), un romanzo così vero e indubbiamente così intrigante che voglio spiegarvi di cosa si tratta più approfonditamente.

È la storia di Kantu, una giovane donna indigena dotata del potere della veggenza dal giorno in cui un fulmine la colpì cambiando totalmente la sua vita. La paura, gli ottimi referti medici agli esami a cui si sottopone per dare una spiegazione a ciò che le è accaduto e l’emarginazione successiva la spingono con titubanza, su consiglio della madre, ad andare da un curandero, Don Anselmo, il quale le spiega come in realtà il suo sia un dono e non un fardello. Nonostante ciò Kantu decide di rifiutarlo e di tornare alla sua vita all’occidentale.

Nel frattempo conosce e s’innamora di Juan, il quale attratto da lei solo fisicamente, non prova gli stessi sentimenti della donna che per lui avrebbe abbandonato gli studi universitari oltraggiando la sua dignità e i suoi progetti. Da lì una vera e propria fuga dell’uomo, un classico direte voi!

Ma quello che generalmente per una donna innamorata significa distruzione, per Kantu si rivelerà una benedizione. Perché è proprio da questo momento che nasce in lei la volontà di riscoprire quel potere che aveva cancellato, pur con l’intento iniziale di riconquistare l’amato, e di avviare il viaggio alla scoperta di se stessa, che è il vero e proprio protagonista di un romanzo, che per l’appunto può definirsi la scoperta della forza insita in ognuno di noi!

Un testo capace di dimostrarci che è possibile trovare in noi stesse il coraggio e la volontà per cambiare il nostro destino, facendo di ogni dolore, di ogni solitudine, di ogni tristezza, un mondo di gioia, di amicizia e di pienezza.

La sofferenza è ciò che ci aiuta a comprendere chi siamo, cosa realmente vogliamo e che siamo dotate di qualità inimmaginabili fino al momento in cui prendiamo davvero la consapevolezza della nostra importanza.

La profezia della curandera è perciò un manuale per riscoprirci, per vivere davvero come donne con i nostri punti di forza, ma anche con le nostre debolezze che in realtà sono belle, perché care lettrici lo ripeto, il difetto in realtà è bellezza ed energia.

Ed è proprio quando questa consapevolezza vince il “vittimismo al femminile” che ahimè in Occidente ci attanaglia non poco, che finalmente ci vediamo belle, sicure, attraenti e gioiose.

Quindi… forza donne! Domani in libreria…

Maria Pettinato

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