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Esilarante, divertente, riflessiva e allo stesso tempo un po’ drammatica visto il contenuto, è la commedia Bentornato Presidente!, diretta da Giancarlo Fontana e Giuseppe Stasi, la quale mette alla luce, mediante caricature totalmente azzeccate del nostro governo e del nostro popolo, il quadro attuale: semplicemente un’Italia in rovina.

La comicità è il motore che muove l’intera trama grazie alla presenza di Claudio Bisio nel ruolo di Giuseppe Garibaldi (che non è quello dell’Unità d’Italia!) e di premier, già conosciuto in quello di presidente della Repubblica nel primo film Benvenuto Presidente! (2013).

Incarico importante e utilizzato per cambiare l’Italia, impostato sulla volontà di farlo onestamente, sulla base di ideali e valori tralasciando parole complicate come spread, pil, ecc. per avviare programmi concreti in grado di riportare il benessere nel nostro Paese.

Un’Italia tragica, un po’ buffa e teatrale nella quale si fa una politica impostata su social, gossip, selfie, e chi più ne ha più ne metta, in cui i programmi elettorali prendono piede non sulla base delle problematiche reali, ma sui disappunti futili della gente da bar.

Un’Italia che sarebbe semplice da cambiare, ma che ha preso il cammino della furbizia e della mancanza di unione, della lamentela e della pigrizia, del “non pago le tasse perché quelli non si abbassano lo stipendio” senza capire che è proprio ciò che la sta rovinando. Un’Italia troppo giovane per governare, troppo internet, troppo razzista, troppo aggressiva e piena di sé.

Un quadro che traspare da un film che parla allo spettatore cercando di diffondere il patriottismo oggi mancante mediante “il premier per caso e per amore”, vista l’iniziale volontà di Garibaldi di tornare in un ruolo politico semplicemente per riconquistare la moglie Janis (Sarah Felberbaum).

Richiesta di devozione e sentimento per la propria nazione è quindi intrisa nella commedia come dimostra il discorso finale del premier in parlamento, che guarda dritto verso di noi invitandoci a cambiare, ricordando forse per certi aspetti il Charlie Chaplin del “discorso all’umanità” in Il Grande Dittatore (1940).

Così come nelle inquadrature sulla Roma Eterna, motivo di orgoglio nazionale, bella e malinconica perché ricorda i tempi passati, anche se ahimè brevi, quelli in cui la politica era sentita e amata da chi la faceva, da chi ci credeva, primo tra tutti Sandro Pertini richiamato ironicamente all’interno del film dall’omonimo nome dato da Garibaldi all’amata capretta.

Possibilità di riuscire, speranza, voglia di ricominciare e di cambiare emergono da un film che alla fine commuove ed emoziona, anche se poi alla fine, diciamoci la verità, noi italiani siamo bravi a parlare, ma a fatti… Poveri noi!

Maria Pettinato

BENTORNATO PRESIDENTE!

  • Regia: Giancarlo Fontana, Giuseppe Stasi
  • Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Nicola Giuliano
  • Casa di produzione: Indigo film, HT Film, Vision Distribution
  • Attori: Claudio Bisio, Sarah Felberbaum, Pietro Sermonti, Paolo Calabresi, Guglielmo Poggi

Avete presente la “catarsi”? Quella sensazione di liberazione, di sprigionamento delle proprie energie, emozioni, stati d’animo magari repressi. Un momento che nella vita bene o male ognuno di noi ha provato almeno una volta.

Può essere intesa come la liberazione da una situazione o persona danneggiante per il proprio essere oppure, come riteneva Aristotele, dalle passioni che inducono al male dell’anima.

La domanda che sorge spontanea è: cosa c’entra in tutto ciò la figura del grande filosofo greco? Ovviamente è associabile alla cosiddetta Grecia classica, periodo di estrema importanza per ciò che riguarda la nostra storia intesa nelle sue varianti filosofiche, mediche, psicologiche. Importante è però specificare come questa era sia significativa anche dal punto di vista del teatro inteso come esperienza di unione.

Ma partiamo dall’inizio descrivendo sinteticamente le caratteristiche basilari del teatro greco (V secolo a.C). Si svolgeva innanzitutto in tre periodi dell’anno corrispondenti a tre feste in onore del dio Dioniso (le Grandi Dionisie, le Lenee e le Dionisie rurali) in un edificio generalmente costruito in collina per sfruttarne la pendenza.

Teatro greco ad Atene

Questo era dotato di scenografia e di uno spazio detto orchestra dove presumibilmente era inserito il coro, da definirsi la metafora di giudizio nella rappresentazione teatrale.

L’aspetto più importante di questo periodo è pressoché uno ed è la capacità di creare una simbiosi vera e propria tra attori e spettatori i quali andavano a vivere un’esperienza unica che provocava il cosiddetto fenomeno della “catarsi”, da intendersi come una sorta di purificazione dell’anima.

Il tutto avveniva prevalentemente tramite il genere della tragedia, la quale suscitava nello spettatore la riflessione necessaria per “rinascere puro” offrendogli l’occasione di liberarsi dagli impulsi, dalle passioni che provocavano inciviltà, ingiustizie, vessazioni.

Edipo re di Sofocle interpretato da Franco Citti nel film di Pier Paolo Pasolini (1967)

La rappresentazione di storie appunto tragiche nelle quali i protagonisti finivano per morire o “sopravvivere” con sensi di colpa, rimorsi, angosce, conseguenze di scelte irrazionali, offrivano allo spettatore la possibilità di lasciarsi coinvolgere dagli stessi “peccati”, di immedesimarsi e perciò di non viverli nella realtà quotidiana.

Ad ampliare le sensazioni di tormento del protagonista ci pensava la maschera, fondamentale mezzo di riconoscimento del personaggio stesso in quanto costituita da caratteri distintivi, lacrime per la tragedia e sorriso per la commedia, oltre che un mezzo di amplificazione della voce vista la distanza tra attore e pubblico.

Esempio di maschera greca

Essa può essere inoltre interpretata come la metafora dell’irrazionalità e del trasposto della passione che oscura e domina quello che realmente si è: una bellezza fanciullesca e pura.

Maria Pettinato

La band Noir Col, fondata nel 2008 dai cosentini Alessandro e Marcostefano Gallo e già conosciuta con l’album Virare verso sud (2016), richiama alla mente l’eleganza di altri tempi, la melodia misteriosa e suadente che ha caratterizzato la musica degli anni Venti e che attraeva perché permetteva di entrare nella propria interiorità in modo sottile.

Una simile raffinatezza, unita a un misto di malinconia e nostalgia emergono dall’ascolto de La teoria del primo passo. Vol.1 (Bix Music, 2018), prima parte del progetto artistico avviato dalla band che prevede la suddivisione dell’album in tre volumi, tutti contenenti una propria coerenza tematica e musicale.

Il primo singolo, accompagnato dal suo videoclip, è Parte di te, dal quale emerge il richiamo alla propria terra d’origine che può definirsi il tema centrale dell’intero album. È un legame forte, sincero, metaforicamente associabile a quello tra madre e figlio, tra donna e uomo e lo si comprende da una musicalità dalla quale traspare la tristezza dell’addio, ma anche la serenità che si prova quando si è con lei.

La nostalgia, pur negata durante il viaggio di ritorno, si trasforma perciò in protagonista e lo si comprende non solo nelle parole, ma anche nella voce di Marcostefano che è impostata su altezze e intensità leggere, poco presenti nel panorama musicale odierno e perciò imperniate di unicità. Uno stile vocale sottile ed elegante presente anche quando la musica diventa “rock”, dinamica.

Un ritmo musicale quindi ben studiato e diretto dal compositore Alessandro che, pur rifacendosi in modo evidente ai generi blues e jazz come traspare dalle sfumature e dalla finezza che caratterizzano l’intero lavoro, riesce a offrire una melodia unica e innovativa.

Originalità, ma allo stesso tempo tradizione sono quindi gli elementi privilegiati all’interno di un album che vuole essere tale.

Volontà comprensibile, oltre che nella scelta musicale, nella tematica del trasferimento e del conseguente “viaggio verso casa”, che sono sinonimo di cambiamento, ma allo stesso tempo di legame, e nella stessa denominazione Noir Col, innovativa scelta dell’uso del francese, ma che comunque richiama alla mente un’epoca passata e perciò tradizionale.

Maria Pettinato

LA TEORIA DEL PRIMO PASSO. VOL.1

  • Parte di te
  • I giorni che mancano
  • Memorie sulle mani
  • Il centro del viaggio

Ha ragione papà, questa è una dannata invenzione senza futuro

Attraverso uno spettacolo imperniato di comicità, sentimento e romanticismo, la Compagnia dei Demoni offre allo spettatore una vera e propria “carrellata cinematografica” accompagnando la trama a citazioni, musiche, scene di film che hanno fatto il cinema.

È la storia dei fratelli Auguste e Louis Lumière ad emergere a Lo Spazio Vuoto (Imperia) i quali, nonostante i giudizi e le delusioni iniziali e mediante l’appoggio di una madre non più in vita, ma comunque presente, hanno dato vita a quella che era stata definita erroneamente dal padre Antoine Lumière “un’invenzione senza futuro”: il cinematografo.

Il sogno rivoluzionario di “catturare la vita” arriva allo spettatore per mezzo di una combinazione di stili cinematografici diversi tra loro, ma tutti uniti dalla volontà di trasmettere qualcosa a chi si trova al di là dello schermo.

Questo traspare nella musica coinvolgente e direi riflessiva di Giorgio Mirto e nell’unicità attoriale di Marco Taddei, Celeste Gugliandolo e Mauro Parrinello nell’interpretare impeccabilmente Auguste, Louis e Marie/madre utilizzando una tecnica recitativa corporea che riporta alla mente il cinema muto e tutto ciò che ad esso è associato: lo “scatto”, la sintesi, la velocità del movimento e quindi della pellicola.

L’evoluzione cinematografica si trasforma perciò in protagonista e ciò è evidente, oltre che nel richiamo ai film contemporanei e successivi ai Lumière e alla scoperta del montaggio, del sonoro e del colore, in un finale “dei giorni nostri” davanti ad uno schermo e con in mano un telefono cellulare.

Cambiamenti ed evoluzioni sono quindi alla base di questo spettacolo che si è dimostrato dinamico, movimentato, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ drammatico forse proprio come il cinema che è di per sé metafora di vitalità, ma allo stesso tempo di nostalgia vista la sua capacità di intrappolare immagini e sensazioni, come fossero un ricordo di qualcosa che mai più si ripresenterà.

Maria Pettinato

L’INVENZIONE SENZA FUTURO

  • Con Marco Taddei, Mauro Parrinello, Celeste Gugliandolo
  • Ideato da: Francesca Montanino, F.Giani, M.Parrinello, C.Gugliandolo
  • Scene di: Maria Mineo e Valentina Santi
  • Aiuto regia: Federica Alloro
  • Musiche originali di: Giorgio Mirto

Chiunque è stato in Africa, principalmente sul versante Indiano, può capire a cosa mi riferisco quando dico che è il continente dei mille colori e dei mille profumi, del sorriso e della bontà. È interessante notare come la sua cultura, ben intrisa nel modo di esprimersi dei suoi popoli, sia un misto di usi e costumi differenti.

Una di queste è senza dubbio la cultura dei Masai, etnia collocata sulle alture della Tanzania e del Kenya, ma allo stesso tempo transumante, cioè emigrante per vari motivi che possono essere la ricerca di cibo e acqua, ma anche, come accade recentemente, la ricerca di lavoro a contatto con i turisti, come succede ad esempio nell’isola di Zanzibar dove ho avuto la possibilità di entrarci a contatto e comprendere le loro usanze.

Una di queste è senza dubbio il ballo. Si sa infatti che l’Africa è musica, è movimento e quando pensiamo a lei spesso la mente ci porta a immaginarci gruppi di africani muoversi su ritmi dinamici come se fosse qualcosa di assolutamente naturale.

Non sempre però i loro balletti sono legati alla musica strumentale e non sempre seguono i canoni che noi immaginiamo quando pensiamo a loro. Mi riferisco ai balletti Masai che lasciano senza fiato lo spettatore regalandogli una sensazione di stupore e meraviglia per la loro capacità di utilizzare il corpo e la voce creando coreografie di gruppo eccezionali, diverse tra loro in base al significato ad essi associato.

Uno di questi è l’Ormunjololo, un ballo di benvenuto solitamente offerto ai forestieri. È caratterizzato da movimenti sciolti, leggeri e salti molto alti in posizione retta svolti a turno su una base ritmica creata da un gioco di voce, gola e respiro da parte dei componenti del gruppo, tutti di sesso maschile.

I Masai si autodefiniscono un popolo guerriero tanto che ogni maschio della tribù è cresciuto sui valori della fedeltà, della difesa e dell’unione fraterna. Appena si raggiunge l’età giusta, solitamente i diciotto anni, i maschi vengono mandati a cacciare e in questa prima occasione devono manifestare ai capi la loro virilità.

La caccia ha dunque un valore rilevante per loro e questo si materializza nell’Emburkoi, un balletto svolto dagli uomini in gruppo al ritorno dall’avventura di cattura e anche in questo caso la musica è voce, gola e respiro che insieme formano un ritmo che ricorda il “verso della savana”, in quanto va a ricostruire la voce degli animali che la abitano.

Per quanto riguarda le donne, il ballo che le caratterizza è l’Engonjira, il cui significato è molto profondo ed è quello dell’amore. Ballano in qualsiasi momento della giornata utilizzando come musica la voce ed esprimendo eleganza e femminilità attraverso movimenti graziosi e mai volgari.

Le emozioni che loro regalano a chi li vive sono straordinarie. Sono allegria, serenità, pace. E non le trasmettono solo con i loro balli, ma anche attraverso la loro bontà e la loro voglia di vivere.

Maria Pettinato

Grazie Zanzibar, grazie Amici Masai, ma soprattutto grazie a te Benjamin e alle tue informazioni.

Emancipazione, unione,qualità sono solo alcune delle caratteristiche che emergono nella commedia Tutte a casa, diretta da Vanessa Gasbarri e andata in scena il 18 marzo al Politeama Dianese (Diano Marina, IM).

Sono gli anni della Grande Guerra e di tutto ciò che ad essa è associata: difficoltà, litigi, solitudine, lotte, ma anche possibilità di emergere, di dimostrare il proprio valore, di emanciparsi. Sono gli anni in cui gli uomini non ci sono, in cui si combatte con orgoglio per la patria, in cui le donne devono cavarsela da sole nonostante i giudizi imperniati nel Bel Paese.

Il clima evocato è sconfortante, ma è anche opportunità come dimostrano le cinque protagoniste, tutte legate alla Premiata Ditta Colombo e Gallo, fabbrica milanese di autocarri, momentaneamente priva di direzione perché l’ingegner Gallo, imprenditore nonché marito dell’alto-borghese Margherita (Paola Gassman), si trova prigioniero degli austriaci.

Occasione che permette alla donna leggera e apparentemente ingenua di prendere le redini in mano di quella che era l’azienda paterna e di dimostrare di valere qualcosa. Lo fa assumendo come operai, con l’aiuto della segretaria e poi amministratore delegato Liliana (Mirella Mazzeranghi), tre donne apparentemente diverse da lei, ma in realtà concernenti lo stesso ordine che è quello femminile: la proletaria Comunarda (Paola Tiziana Cruciani), la religiosa e moglie perfetta Teresa (Claudia Campagnola) e la giovane Giacomina (Giulia Rupi).

Personalità inizialmente distanti e ostili tra loro a causa del pregiudizio, dello stereotipo e di un percorso ben tracciato e imperniato nella mentalità di quegli anni. Ma è proprio di fronte alle problematiche economiche, alle critiche, alla concorrenza che scoprono qualità che fino a quel momento erano rimaste nascoste, prigioniere della società maschilista novecentesca che ahimè si ripresenterà con l’arrivo degli uomini alla fine del conflitto.

Attraverso momenti piacevoli e divertenti Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis sono riusciti perciò ad offrire allo spettatore una commedia ironica, dinamica, ma allo stesso tempo efficace nel far emergere tematiche spesso accantonate dalla storia come il ruolo della donna durante la guerra, eroina anch’essa come il fante, vista la sua capacità di affrontare il sacrificio, e la lotta per l’emancipazione che non è da considerarsi solo femminile ma anche sociale perché incentrata sulla volontà di ottenere il proprio riconoscimento come membro della comunità.

Periodo storico descritto quindi con realismo mediante una recitazione di grande qualità che ha dimostrato di riuscire perfettamente sia nella comicità, senza perdere mai di vista l’importanza della tematica affrontata, che nella drammaticità come dimostra il monologo di Comunarda successivo all’arrivo della lettera dal fronte.

Ottima è infine la scenografia curata nel dettaglio e accompagnata da un’illuminazione chiara, quasi “ingiallita” che richiama l’epoca passata e dunque il clima vintage che la caratterizza.

Maria Pettinato

TUTTE A CASA

Di Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis

REGIA: Vanessa Gasbarri

ATTRICI: Paola Gassman, Mirella Mazzeranghi, Paola Tiziana Cruciani, Claudia Campagnola, Giulia Rupi

Carlo (Alessandro Gassman) e Tony (Fabrizio Bentivoglio) sono due uomini completamente diversi e i protagonisti di Croce e Delizia, il nuovo film di Simone Godano.

Il primo è un pescivendolo romano, il secondo è un mercante d’arte napoletano; sono vedovo e padre di due figli uno e divorziato e padre di due figlie avute da due madri diverse l’altro. Apparentemente nulla di strano a parte la condivisione di una villa sulla spiaggia di Gaeta per le vacanze estive.

Le cose prendono una piega diversa quando si scopre che i due hanno fissato la data delle loro nozze e devono informarne le rispettive famiglie, che sono assolutamente all’oscuro dell’omosessualità dei due uomini, figuriamoci della loro relazione.

Appena informate, le due parti assumono atteggiamenti differenti tra loro: la Castelvecchio, con mentalità aperta, è totalmente d’accordo e felice della cosa, ad eccezione della figlia Penelope (Jasmine Trinca) che si rivela contraria nonostante le sue idee favorevoli all’omosessualità, mentre il figlio maggiore della famiglia Petagna, Sandro (Filippo Scicchitano), per natura omofobo e anche un po’ grezzo, rimane sconcertato di fronte ad una notizia così forte legata ad un padre sempre stato fedele agli ideali della virilità maschile.

Divisioni nette a riguardo aleggiano quindi nell’aria, anche se Penelope e Sandro decidono di unire le loro forze per sabotare il matrimonio accordandosi su un piano per fare litigare i due genitori.

Ed è proprio qui che si ribalta la situazione: i due innamorati riescono sempre a trovare una soluzione alle discussioni progettate a loro insaputa, almeno nella prima parte del film, mentre i due burattinai manifestano sempre più quella che è la loro infelicità interiore.

Sandro perché limitato su idee retrograde che lo allontanano sempre più dal padre che lo ha cresciuto, imperniandosi così di tristezza e malessere; Penelope perché tira fuori lo sconforto da sempre presente in lei a causa di un padre che non c’è mai stato, che ha sempre vissuto con il suo ego e i suoi vizi tralasciando in tal modo la sua famiglia e che ora di fronte ad un altro uomo sembra essersi trasformato in meglio, anche se in realtà la sua eccentricità rimane ben salda.

È dunque la gelosia a muovere i fili, anche se questi in realtà finiscono per attorcigliarsi tra loro presentando così il malessere di quella che alla fine si rivela essere la protagonista del film, la figlia messa da parte.

Uno stato d’animo negativo causato dalla “croce” e dalla “delizia”, caratteristiche facenti parte della stessa persona: Tony. Sempre più croce, perché difficile da capire, controllare, modificare in quanto unico così com’è e consapevole di esserlo, ma allo stesso tempo “delizia” perché affascinante, capace di sedurre e di farsi amare.

Qualità che fanno arrabbiare, a volte anche odiare, ma che ti riportano sempre là, come avviene in Carlo e in Penelope che perdonano l’uomo narcisista che non ha paura di affrontare il pregiudizio altrui, di dire e fare ciò che lo fa sentire se stesso.

Ed è proprio questo a venir fuori nel film di Godano: la capacità di emergere nonostante tutto; l’essere diversi l’uno dall’altro, ma comunque provare attrazione e sentimento, come nel caso di Carlo e Tony; l’apparire in un modo, magari grezzo, magari “sempliciotto”, ma dimostrare poi che l’immagine inganna, acceca, nasconde una sensibilità e una dolcezza di fondo, come dimostra Carlo nel suo rapporto con Penelope e con i suoi figli.

La Maschera ingannevole è alla base del film, da definirsi scomodo per certi aspetti, come attestano i baci e le effusioni tra i due uomini, ma comunque significativo, e ciò viene fuori “tra le righe”, in modo sottile, senza colpi di teatro, anche se la teatralità è un elemento emergente dal punto di vista recitativo vista l’italianità insita nella commedia.

Maria Pettinato

CROCE E DELIZIA

GENERE: Commedia

REGIA: Simone Godano

ATTORI: Alessandro Gassman, Fabrizio Bentivoglio, Jasmine Trinca, Filippo Scicchitano, Rosa Diletta Rossi, Lunetta Savino, Fabio Morici

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures

Quattro giorni per dirsi addio, due amici, una sorella, un figlio, Pato il cane e una malattia incurabile. I punti chiave del film Domani è un altro giorno diretto da Simone Spada, pellicola che lascia il segno, che fa riflettere perché pur avendo al suo interno sprazzi di commedia italiana, protagonista è la drammaticità che sta alla base di una situazione tragica e alla quale non ci si può tirare indietro: la morte.

Giuliano (Marco Giallini) e Tommaso (Valerio Mastandrea) sono amici da trent’anni, il primo è malato gravemente, il secondo decide di partire dal Canada dove vive e insegna robotica, esattamente dalla rinomata “Catsay”, per passare quattro giorni a Roma con il suo migliore amico e cercare di convincerlo a non interrompere le cure.

Momenti insieme che trascorrono tra ricordi, affetto, risate e pianti, sottolineando il cambiamento emotivo del protagonista, sempre più consapevole che l’addio si sta avvicinando, così come il momento più buio.

Domani è un altro giorno, remake del premiatissimo film argentino Truman. Un amico vero è per sempre di Cesc Gay, ci offre una trama acre, forte, imperniata di emozioni contrastanti tra loro che rispecchiano il momento confusionario, unico per quanto tragico sia.

Drammatico, ma incomparabile, vissuto fino in fondo perché accanto alla paura c’è l’amicizia, quella vera, quella che non giudica nonostante la scelta presa comporti sofferenza. È la profondità del sentimento a scavalcare la malattia, anche se questa è sempre più presente e invalidante.

Spada ci presenta un film commovente, che toglie invece di mettere, come lui stesso ha affermato. Elimina infatti il superfluo per metterci di fronte alla verità e sottolineare quanto siano importanti i rapporti umani e futili gli orgogli, le rabbie, il denaro, le offese.

Significa vivere sul serio, abbracciare i propri figli, siano essi un ragazzo a Barcellona o un Bovaro del Bernese con il nome del fratello di Falcao, piangere, ballare, ridere ricordando momenti felici, per quanto tutto questo sia accerchiato dalla paura e dalla nostalgia.

Attraverso una trama ricca di semplicità, non costruita e non macchiata da colpi di scena improvvisi, Mastandrea e Giallini ci offrono un’interpretazione delicata, genuina, per certi aspetti malinconica ricordando un po’ il dialogo teatrale. A riguardo è interessante notare come pur essendo un remake, questo film abbia al suo interno caratteristiche proprie e per certi aspetti tipicamente italiane che lo rendono unico nel suo genere.

Maria Pettinato

DOMANI È UN ALTRO GIORNO

Genere: DRAMMATICO, COMMEDIA; Durata: 100

Regia: Simone Spada; Sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo; Produzione: Baires Produzione e Medusa Films, anno di produzione: 2019; Musiche: Maurizio Filardo

Attori: Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Anna Ferzetti, Nike (Pato), Andrea Arcangeli, Jessica Cressy, Barbara Ronchi

L’anima, ascoltiamola, ci porterà lontano, ci farà volare in cieli nuovi, mai conosciuti, o ci darà la possibilità di vivere i nostri rapporti migliorandoci

È una delle frasi più significative che Nadia Forte, scrittrice imperiese ben conosciuta anche al di fuori dei confini liguri, ha inserito in “Naiadis®. Luce alla terra” (Il Ciliegio, 2010), da considerarsi a mio avviso un vero e proprio “manuale di rinascita fisica e spirituale”.

Racchiude infatti al proprio interno non solo la descrizione della sua tecnica di massaggio, appunto il Naiadis®, trasformando in tal modo il testo in un manuale istruttivo per coloro che vogliono studiare questo metodo terapeutico, ma anche tutta una serie di consigli pratici e di regole fondamentali per poter vivere felici.

Perché la felicità esiste, basta solo coglierla nelle piccole ma grandi cose che possono essere semplicemente un sorriso, una carezza, il mare, un colore, una canzone,… Come ben affermato dalla scrittrice.

Fattori questi purtroppo oscurati dalla vita frenetica di tutti i giorni e dalle preoccupazioni ad essa associate. Ma se per affrontare questa vita esistesse un modo unico, diverso, che ti facesse sentire sereno, semplicemente vivo, tu lo seguiresti?

La capacità del “Naiadis®” sta proprio in questo, nell’offrire un metodo alternativo, incentrato sul sentire interiore e sul benessere psico-fisico. E lo fa insegnando ad ascoltarci e ad ascoltare e perciò a liberare la propria Energia, che può essere fisica, spirituale, creativa, spontanea. Liberandola e comunicando con Noi stessi tutto può cambiare e può farci vedere le cose con lucidità e positività.

Attraverso una scrittura scorrevole e direi imperniata di umiltà e professionalità, come attestano le esperienze di vita dell’autrice inserite accanto ad una descrizione molto dettagliata del trattamento, la Forte ci regala una possibilità, che è quella di ritrovarsi.

Il testo inoltre, vista la fluidità che lo caratterizza, permette di entrare a contatto con tematiche importanti e di spessore senza mai annoiarsi. Ottima è quindi la capacità di coinvolgere e di far riflettere il lettore.

Maria Pettinato

NADIA FORTE

Nadia Forte è autrice, oltre che di “Naiadis®. Luce alla terra”, dell’autobiografia “Tu crea silenzio” (Il Ciliegio, 2009), “Ora raggiungimi” (Il Ciliegio, 2013) e “Amore nei pensieri” (Il Ciliegio, 2015). È inoltre insegnante di corsi di crescita personale e di ascolto.

Oscar alla carriera a Federico Fellini

Sta per tenersi la 91esima edizione di uno degli eventi più importanti riguardanti la cinematografia: l’Academy Award, o conosciuto comunemente come Premio Oscar.

E con esso comincerà la solita odissea di polemiche sui vincitori e sui non vincitori, di apprezzamenti, di gossip (perché l’Oscar è anche questo!), per non parlare della sfilza di opinioni in merito agli abiti indossati, al portamento adottato, alle gaffe fatte, eccetera eccetera.

Ebbene sì cari lettori, l’Oscar è scalpore e diciamoci la verità: è corsa competitiva alla statuetta tanto ambita!

Ma veniamo a noi perché l’Artefatto non vuole parlare di questo, per quanto susciti la curiosità dei più, ma vuole concentrare la sua attenzione sulla vittoria degli Oscar nella storia del cinema italiano. Questo è infatti dotato di eccellenze nel vero senso della parola non solo in campo attoriale e registico dove primeggia, ma anche dal punto di vista dei costumi e della musica.

Questo lo garantisce la sfilza di premi vinti partendo già dalle prime edizioni. Possiamo citarne alcuni, quelli forse rimasti maggiormente nella memoria collettiva o comunque in quella degli intenditori di cinema.

Miglior film straniero, Miglior attore protagonista e Migliore colonna sonora

Primeggiano senza dubbio i due grandi maestri del cinema nostrano Vittorio De Sica e Federico Fellini, vincitori entrambi di quattro premi Oscar come Miglior film stranieri con veri e propri capolavori: Sciuscià (1947), Ladri di biciclette (1950), Ieri, oggi e domani (1965) e I giardini dei Finzi-Cortini (1972) per De Sica, e La strada (1957), Le notti di Cabiria (1958), 8½ (1964) e Amarcord (1975) per Fellini.

La sua reazione alla chiamata della grande Sophia Loren, che peraltro la stessa sera vinse l’Oscar alla carriera, se la ricorda chiunque nel mondo. Mi riferisco a Roberto Benigni, che arrampicandosi sulle poltrone e contagiando il pubblico di felicità, vinse con La Vita è bella l’Academy Award come Miglior film straniero e Miglior attore protagonista (1999), senza tralasciare ovviamente le altre nomination (Miglior regia, Migliore sceneggiatura originale, Miglior montaggio). A riguardo fondamentale è stata la vittoria dell’Oscar come Miglior colonna sonora del grande Nicola Piovani.

Roberto Benigni vince due Oscar per “La vita è bella”

Rimanendo in tema musicale non può non essere citato il grande Ennio Morricone, vincitore dell’ambita statuetta per la Miglior colonna sonora (2016) del film The Hateful Eight diretto da Quentin Tarantino.

Ennio Morricone vince l’Oscar per la miglior colonna sonora di “The Hateful Eight”

Motivo di vanto tutto nazionale sono poi le statuette d’oro vinte da Giuseppe Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso (1990, Miglior film straniero), Gabriele Salvatores con Mediterraneo (1992, Miglior film straniero) e infine Paolo Sorrentino con La grande bellezza (2014, Miglior film straniero).

Paolo Sorrentino e Toni Servillo alla premiazione per “La grande bellezza”

Migliori effetti speciali

A volte, quando si pensa alla categoria “effetti speciali” va alla mente il cinema americano. In realtà anche il nostro eccelle nella seguente materia e lo dimostra la vittoria di Carlo Rambaldi per i Migliori effetti speciali con i film King Kong (1976, John Guillermin), Alien (1979, Ridley Scott) e E.T. L’extraterrestre (1983, Steven Spielberg).

Carlo Rambaldi vince l’Oscar per “King Kong”

Migliori costumi

Passiamo al reparto costumi, categoria primeggiante in Italia. Indimenticabili sono i capolavori costumistici di Milena Canonero in Maria Antonietta (2006, Sofia Coppola) per citare una delle sue quattro vittorie nella stessa categoria. E poi chi non ha presente il lungo abito nero indossato dalla splendida Anyta Ekberg nella Dolce Vita di Federico Fellini? Ecco, il costumista vincitore per i Migliori Costumi di questo capolavoro cinematografico è Piero Gherardi (1962). Stessa statuetta vinta per 8½ (1964).

Costumi di Milena Canonero in”Maria Antonietta”
Costumi di Piero Gherardi in “La Dolce Vita”

Sono solo alcune delle quarantadue vittorie che ci hanno e ci rendono tuttora orgogliosi della nostra “settima arte”, del nostro voler e saper fare il Cinema. Esagerato è quindi definirla “finita” e “sottomessa” al cinema straniero, e prevalentemente a quello americano, che in vari casi, diciamoci la verità,  ha dimostrato troppa artificialità e poca verità dal punto di vista emozionale.

Maria Pettinato