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In queste giornate particolari, in cui il coronavirus ha sconvolto le nostre esistenze e abitudini, catapultandoci in una realtà dai toni quasi surreali, trovo significativa e consigliata la lettura di Cecità, oggetto di spunti e riflessioni interessanti.

Pubblicato nel 1995 con il titolo originale Ensaio sobre a Cegueira (Saggio sulla cecità), l’opera è valsa il premio Nobel allo scrittore portoghese Josè Saramago (1922-2010).

In uno scenario distopico e ai limiti dell’irrealtà, una città senza nome, pullulante di personaggi altrettanto anonimi, è colpita da una singolare epidemia: gradualmente tutti gli abitanti si accorgono di diventare ciechi o meglio, di ritrovarsi avvolti in una nebbia lattiginosa che impedisce il normale prosieguo della propria quotidianità.

Il libro si apre con un automobilista fermo al semaforo: è lui la prima vittima di questa strana malattia, (successivamente verrà chiamato “il primo cieco”) che fa vedere tutto bianco anziché il buio assoluto.

Tornato a casa con l’aiuto di un altro uomo racconta l’accaduto alla moglie ed insieme decidono di recarsi da un oculista, nello studio del quale troveranno altri “contaminati” e futuri personaggi del libro: un “vecchio con la benda nera” su un occhio, una “ragazza dagli occhiali scuri” e una donna in compagnia di un “ragazzino strabico”.

Il medico non ha alcuna spiegazione scientifica da fornire dinnanzi a quella che sta prendendo le proporzioni di una vera e propria pandemia, capace di coinvolgere ogni individuo appartenente a quel particolare tessuto urbano tranne “la moglie del medico”, l’unica alla quale inspiegabilmente il Caso preserverà la vista.

A questo punto l’inquietudine ed il senso di angoscia si fanno incalzanti, soprattutto quando il governo decide di mettere gli ammalati in isolamento forzato in alcuni edifici per evitare il contagio, garantendo rifornimenti di cibo operati dall’esercito.

Proprio in questa situazione claustrofobica, di forzata convivenza con l’estraneo ed incertezza circa quanto potrà accadere, emergono gli istinti più bestiali e primordiali dell’uomo, disposto a tutto pur di sopravvivere, anche a danno dei suoi stessi simili.

Straordinario è il modo in cui l’autore riesce a descrivere l’efferatezza e la degradazione morale dei cosiddetti “ciechi malvagi”, colpevoli di creare, con modalità dittatoriali, una sorta di governo oligarchico all’interno dell’edificio, sottraendo il cibo agli altri individui e compiendo atti di prepotenza culminanti con stupri di gruppo.

Sovvertiti i normali schemi alla base della convivenza civile, in un clima di piena anarchia e amoralità, ogni singolo istante si riduce ad una mera lotta per la sopravvivenza personale e la sopraffazione sul più debole, esplicitata al meglio da una scrittura che scorre e travolge il lettore come un fiume in piena, priva delle regole della punteggiatura tradizionale.

Saramago vuole evidenziare come queste inclinazioni primitive siano assopite in ogni essere pensante e che situazioni di particolare pericolo possano risvegliarle in qualunque frangente.

La Cecità è solo il culmine di una situazione antropologica negativa, a monte della quale l’autore evidenzia l’indifferenza per il prossimo, comune denominatore delle nostre odierne città, in cui siamo sempre più monadi solitarie e sempre meno membri di una collettività, alieni ai diritti e i doveri che questa condizione comporta.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che, pur vedendo, non vedono», parole queste, pronunciate nel libro dalla “moglie del medico”, che esprimono perfettamente il punto di vista dell’autore, il quale rimarcherà questa mancanza di solidarietà ed empatia verso il prossimo anche durante il discorso per la premiazione al Nobel.

Solitudine, egoismo, incapacità di vedere al di là del proprio orizzonte, chiusura mentale: sono soltanto alcuni dei temi affrontati in questo straordinario romanzo, in grado di scuoterci riga dopo riga e d’interrogarci su quante volte anche noi, consapevolmente o meno, siamo stati ciechi.

Francesca Mazzino

Author: Maria Pettinato

Maria Pettinato, Laureata con Lode in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo e in Scienze dello spettacolo presso l'Università degli Studi di Genova (Facoltà di Lettere e filosofia). Nel 2013 pubblica il libro “Potere e libertà. Briganti nella Calabria post-unitaria (1861-1865)”. Si dedica quindi ad alcune esperienze in campo giornalistico ed editoriale, e nel 2019 decide di avviare L’Artefatto, un progetto culturale, al tempo stesso dinamico e critico.  

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