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I disastri di una semplice famiglia italiana

Cari Artefattini, oggi, come anticipato sulla nostra pagina Facebook, voglio parlarvi del nuovo film di Alessandro Genovesi, 10 giorni senza mamma, commedia esilarante, ma con un messaggio molto realistico al suo interno: la differenza ancora oggi ben salda nel nostro Paese tra uomo e donna.

La commedia ci presenta una classica famiglia italiana composta da Giulia (Valentina Lodovini), una madre amorevole ma incompleta e per questo infelice, tre figli vivaci tra cui un ragazzino “tutto video game” e un’adolescente puntigliosa, e Carlo (Fabio De Luigi), un padre in carriera che a mala pena conosce i suoi bambini. Una situazione insostenibile che spinge Giulia ad andare in vacanza a Cuba per dieci giorni assieme alla sorella per rilassarsi e ritrovare se stessa, lasciando così il marito, che ha sempre un po’ sottovalutato il lavoro della moglie, da solo ad occuparsi della casa e dei figli.

Scelta che si trasformerà in un vero e proprio disastro carico di momenti divertenti e farseschi, vista la presenza di Fabio De Luigi, dotato della capacità attoriale di offrire una comicità unica senza mai cadere nella volgarità trasformando la visione di un film in un momento di stacco dalla realtà circostante.

Importante è sottolineare come Genovesi abbia voluto trasmettere allo spettatore la difficoltà, forse tipicamente italiana, di associare la donna allo stesso livello dell’uomo, in campo lavorativo come in quello familiare, nonostante le battaglie femminili vinte in passato. Il ruolo della donna in famiglia è infatti spesso sottovalutato dall’uomo in carriera che non ne nota nessuna difficoltà e anzi vi associa del gran tempo libero. In realtà le cose sono molto diverse da come sembra vista la difficoltà di Carlo nel far combaciare i vari compiti giornalieri.

Situazioni che per quanto tragicomiche siano riescono a ricreare il rapporto padre-figlio finora inesistente e a far luce sulle cose fondamentali della vita, che non sono, per quanto importanti, il lavoro o l’immagine grintosa e competitiva che ad esso possono essere associate, ma la famiglia in tutto quello che riesce ad essere e a trasmettere, dalla parolina pronunciata dalla figlioletta per la prima volta all’abbraccio della figlia adolescente.

Presenze attoriali femminili importanti rendono il film ancora più umoristico e desideroso di essere vero nonostante la leggerezza che lo caratterizza. Mi riferisco principalmente a Valentina Lodovini, attrice talentuosa perché dotata di bravura e semplicità come già ha dimostrato in passato sia nel campo teatrale che in quello cinematografico con film come Benvenuti al Sud (2010, Luca Miniero) e Ma che bella sorpresa (2015, Alessandro Genovesi), e a Diana Del Bufalo, che può considerarsi una promessa del cinema e della televisione vista la freschezza e l’eleganza che la caratterizzano.

Maria Pettinato

E la canzone d’autore fa ancora più fragore…

Avete presente le canzoni che lasciano il segno? Quelle vere, con un messaggio, con una storia al proprio interno, quelle che le ascolti e pensi “caspita, quanto ha ragione, quanto è vero”.

Ecco. Questo fanno i nove brani de Il rumore del mondo (Overdrive/Goodfellas. Novembre 2019), il nuovo album di Carmine Torchia, cantautore calabrese, ma anche disegnatore e produttore di dischi. Uno di quegli artisti che ingloba nella propria arte tutto ciò che provoca nell’ascoltatore un’emozione, ma anche solo un ricordo, o semplicemente una riflessione che va ad abbattere il pregiudizio e lo stereotipo, aspetti ben saldi nel mondo attuale.

La sua musica è infatti il quadro della nostra società come attestano la malinconia che traspare dalle melodie e le tematiche attuali affrontate nei testi. Mi riferisco ad esempio a Come rondini, il brano di apertura dell’album, che tratta della “distrazione che scorda le persone”, dell’indifferenza, oggi all’ordine del giorno, verso i migranti, o a Discorso immaginario con Azhar, dialogo tra un occidentale e un terrorista, dal quale traspaiono gli ideali sbagliati di coloro che decidono di fare e di farsi del male per un dio che in realtà non chiede violenza.

Non mancano poi i valori, quelli del rispetto verso l’anziano che è “l’alto”, come traspare in Tu chi sei? Da dove vieni? (tratto da un poema di Le Corbusier), dal quale tutti noi dovremmo prendere esempio anche se in questo mondo non è più di moda, o l’attaccamento alle radici, al proprio paese d’origine, Sersale, come si può constatare in Rùanzu, il cane, mascotte del paese, brano accompagnato da una musica nostalgica, ma allo stesso tempo allegra dalla quale traspare il ricordo di momenti belli.

Perché i ricordi rimangono, nonostante la forza del rumore del mondo che altro non è che il distacco, l’abbandono, la perdita di memoria che ci caratterizza.

Consiglio a tutti l’ascolto di una raccolta musicale che vuole far riflettere facendo ancora più fragore, criticando e affrontando tematiche di un certo spessore, come solo i veri cantautori riescono a fare perché in fondo è questo lo scopo della canzone d’autore. E Torchia ci è riuscito perfettamente unendo scelte strumentali innovative alla tradizione.

Maria Pettinato

Lo specchio della nostra Italia

Si è appena concluso il 69º Festival della canzone italiana portando via con sé il clima elettrizzante che ha la capacità di fare aleggiare nell’aria. E come ogni anno Sanremo è stato oggetto di critica, positiva o negativa che sia. L’Artefatto ha deciso di parlarne alla fine presentandovi un articolo che andasse non solo a “criticare” il trampolino di lancio della canzone, ma anche quello che il Festival rappresenta per noi spettatori.

Sanremo è infatti la nostra tradizione, il nostro costume. Non è solo “gara”, ma è l’Evento che unisce, elettrizza, emoziona, incuriosisce perché rappresenta il talento e quindi la cultura. E lo è rimasto nonostante i cambiamenti che lo hanno caratterizzato andando di pari passo con la società, con le nuove generazioni perché Sanremo è anche questo: lo specchio della nostra Italia.

Cambiamenti dai più non condivisi, in quanto deterioranti per una manifestazione che dalla sua nascita si è sempre orientata sui valori fondanti del talento, della serietà e dell’eleganza. Variazioni per lo più musicali legate ai “cantanti del web” a mio avviso troppo presenti in questa edizione anche se, nella maggior parte dei casi, privi della genialità necessaria per potervi partecipare.

Sanremo in fondo fino a pochi anni fa era il palco delle opportunità, ma solo per pochi, per chi lo meritava veramente perché offriva testi veri e significativi e musiche intense che sarebbero rimaste nel cuore e nell’orecchio della gente.

Questa mancanza ha suscitato nella maggior parte degli spettatori un sentimento di nostalgia per il vecchio Festival, quello tradizionale, quello dei Grandi della musica. Sanremo 2019 infatti sarà ricordato non tanto per i cantanti in gara – se non per alcuni da definirsi esperti nel settore musicale (Paola Turci, Francesco Renga, Loredana Bertè, Negrita, …) – ma per i suoi ospiti, senza dimenticare ovviamente un’orchestra di grande importanza.

Eccezionali a tal proposito sono state le interpretazioni di Antonello Venditti, Umberto Tozzi e Raf, Giorgia, Luciano Ligabue, Andrea e Matteo Bocelli, Eros Ramazzotti, Fiorella Mannoia, Elisa, Marco Mengoni, i quali sono riusciti a trasmetterci quella che realmente è musica perché portatrice di emozione. Garanzia data dalla reazione del pubblico dell’Ariston, totalmente coinvolto da queste esibizioni.

E conferma è data da una Bertè con Cosa ti aspetti da me, da considerarsi la vera vincitrice e non solo dell’Ariston come definita da Bisio, ma come cantante, come donna e come sorella. Lo hanno dimostrato i fischi del pubblico a suo favore, ma anche l’omaggio e le scuse da parte di tutti noi alla grande Mia Martini attraverso Serena Rossi che ha interpretato direi eccezionalmente Almeno tu nell’universo.

Poco convenevole può considerarsi la decisione di portare sul palco ventiquattro cantanti in quanto questo ha reso difficoltosa la concentrazione e quindi la comprensione dei brani da parte di uno spettatore responsabile per il suo compito di votante. Scelta bocciata peraltro dallo stesso direttore artistico come ha specificato lui stesso in conferenza stampa.

Per quanto riguarda i tre presentatori degna di nota, anche se in contrasto con gli altri pareri critici, è la figura di Claudio Bisio il quale dopo una prima puntata un poco impacciata è riuscito a offrirci una conduzione umile e dotata di semplicità rendendo vera questa edizione. Mi aspettavo invece una dinamicità e una freschezza maggiori nella presentatrice Virginia Raffaele, forse un po’ oscurata da un Claudio Baglioni troppo ingessato.

In conclusione c’è da dire che Sanremo 2019 non può definirsi il Festival della bravura, ma quello della nuova cultura musicale che, come dimostrano la vittoria di Mahmood con un brano scontato come Soldi, e la partecipazione di cantanti come Achille Lauro, per citarne uno tra i tanti, apprezza la banalità da definirsi per certi aspetti volgarità.

Nonostante i pareri contrastanti comunque anche quest’anno il Festival è stato il protagonista culturale indiscusso e lo testimonia il fatto che se ne è parlato, se ne parla e lo si continuerà a fare per le prossime settimane, quindi l’obiettivo è da dirsi raggiunto.

Maria Pettinato

E l’amicizia è la salvezza

Perché per cambiare il cuore delle persone ci vuole coraggio

1962, New York. Sono gli anni della discriminazione razziale, della segregazione, dei pregiudizi, dello stereotipo secondo il quale il nero è inferiore, è sporco, non è nessuno perché non appartiene a nulla e per questo non ha diritti, ma siccome intrattiene con la sua musica viene usato, sfruttato.

Green Book questo contesto lo descrive eccome, ma lo fa associandolo ad un valore che va oltre le differenze, l’amicizia. L’italoamericano Tony Vallelonga, detto Tony Lip (interpretato da Viggo Montersen), e il pianista di colore Donald Shirley (interpretato da Mahershala Ali), riescono infatti a creare quel rapporto necessario per scalfire l’odio razziale ben saldo nella mentalità americana di quel periodo.

Le differenze di fondo tra i due protagonisti, che non sono il colore della pelle o la zona di provenienza, sono in realtà il valore aggiunto perché la diversità è qualità, è ricchezza.

Le qualità sono la cultura di provenienza, la mentalità tipicamente italiana e legata ad un quartiere, il Bronx, che rende Tony apparentemente il sempliciotto di paese, ma che in realtà è buono, generoso e legato ai valori della famiglia, sono la cultura del Dottor Shirley, la sua musica, la sua voglia di sorridere al razzismo perché solo così si possono cambiare le cose.

È la musica ad unire perché trasmette le emozioni di chi la suona, che possono essere felicità, amore, rabbia, tristezza, solitudine. È il mezzo grazie al quale Tony comprende che il colore della pelle non è differenza, perché dietro ad esso c’è l’essere, diverso rispetto all’altro come è giusto che sia, ma dotato della stessa intelligenza, degli stessi valori e degli stessi principi.

E dietro all’apparenza che sta nell’abito e nel linguaggio a volte si nascondono la malinconia e la solitudine che sfociano nell’alcolismo come nel caso di Shirley, e a volte l’intelligenza necessaria per andare oltre come dimostra Tony, apparentemente limitato nelle sue idee “bianche“.

Ispirandosi ad una storia vera, Peter Farrelly ci presenta gli anni forse più tristi e vergognosi di un popolo apparentemente aperto come quello americano. C’è riuscito unendo la tragicità di fondo di quegli anni all‘ironia rendendo così il film facilmente comprensibile e moralmente istruttivo visto il periodo storico in cui viviamo in cui il pregiudizio tra tornando a prendere il sopravvento sulla cultura e l’intelligenza conquistate con fatica nel corso della storia.

Decisamente degna di nota è stata la capacità di Nick Vallelonga nello scrivere, assieme allo stesso Farrelly e a Brian Currie, l’amicizia tra il padre Tony e il pianista, offrendocela nella sua semplicità e qualità.

Maria Pettinato

Quando la comicità nasconde…

Non credo esista persona che non conosca la Commedia dell’Arte o che comunque non vi sia entrata a contatto almeno una volta nella vita. Le sue maschere fanno parte della nostra tradizione popolare, così come i suoi caratteri e le sue espressioni artistiche. Chi non ha visto almeno una volta, in contesti carnevaleschi ad esempio, le maschere di Arlecchino o Pulcinella o Colombina?

La Commedia dell’Arte fa quindi parte del nostro linguaggio, non solo per le sue rappresentazioni e i suoi personaggi, ben saldi da epoche remote, – si parla addirittura di Antica Roma – ma anche perché i suoi caratteri la rendono totalmente vera, unica, anche se imperniata di comicità.

Le sue maschere sono infatti “astute, ruffiane, a volte ignoranti e volgari”, un po’ come noi, e si ritrovano sempre, proprio a causa della loro superficialità e furbizia, in situazioni imbarazzanti e diciamo anche un po’ tragiche e grottesche, anche se poi fanno divertire.

Ma per quanto sembrino dotate di frivolezza e leggerezza, queste maschere hanno fatto la rivoluzione nel vero senso della parola, inserendo la donna nella rappresentazione teatrale, sostituendo il testo dialogato con l’improvvisazione basata su una traccia chiamata canovaccio, entrando a far parte del linguaggio popolare e diventando in tal modo vere e proprie protagoniste non solo in campo teatrale, ma anche iconografico.

Interessante infatti è notare come siano diventate soggetti artistici e lo siano rimaste per secoli attirando l’attenzione di incisori e pittori che ci hanno regalato dei veri e propri capolavori, ma anche strumenti di ricerca per gli storici del teatro.

Mi riferisco a Jacques Callot, incisore dei ventiquattro Balli di Sfessania (1616 circa) in cui sono riconoscibili i costumi e i tipici movimenti dei Comici dell’Arte, o a Claude Gillot e al suo Scène des Carrosses (1722) che ci offre una caratteristica tipica della Commedia, il travestimento da donna.

E poi ci sono gli artisti che hanno raffigurato la Commedia dell’Arte in un modo diverso, unico, presentandoci la maschera nella sua interiorità, nella sua verità. Non è più frivola, superficiale, ma è dotata di sentimento perché è nostalgica, è tragica, è umana.

Il primo è Jean Antoine Watteau che con il suo Gilles (1718-1719) ha raffigurato non solo un Pierrot in tutta la sua malinconia, ma anche un’epoca come quella settecentesca che sta abbandonando i grandi ideali della moralità per lasciare spazio alla decadenza culturale e umana. La maschera è perciò nostalgica, spaesata di fronte alla perdita dei valori sociali.

Epoca diversa, ma un’interpretazione simile è quella di Pablo Picasso che ne I Saltimbanchi (1905) si immedesima nella figura di un Arlecchino incapace di reagire perché chiuso in una vita ormai materiale e priva di emozioni, raffigurando in tal modo il disagio interiore del genere umano.

Riproduzioni uniche sono riuscite quindi ad offrirci testimonianze differenti che spaziano dalla raffigurazione della pratica scenica, della gestualità e della mimica, all’utilizzo della maschera come mezzo per manifestare la tristezza della società.

Maria Pettinato

L’eccentrico Quentin Tarantino

Chi di voi ha visto almeno una volta un film di Quentin Tarantino può capire quando parlando del suo cinema lo definisco straordinariamente eccentrico, quasi esagerato, ma dotato di una qualità che pochi riescono ad offrire perché curato nel dettaglio e nella simbologia.

L’esempio lampante di questa mia descrizione è associabile senza dubbio a Bastardi senza gloria, un film del 2009 ambientato nella Francia ’44 durante l’occupazione nazista, che vede come personaggi principali un gruppo di soldati americani, per lo più ebrei, impegnati nella missione di uccidere il maggior numero di nazisti.

Un obiettivo presentato allo spettatore attraverso immagini tipicamente “tarantiniane” se mi concedete il termine, caratterizzate cioè da una crudezza di fondo.

Teste mozzate, sparatorie, sangue ad ogni luogo, tatuaggi a forma di svastica appuntati sulla fronte dei nemici con un coltello sono le classiche scene che ci si sarebbe aspettati in un film di Tarantino, scene quasi irreali se vogliamo e per certi aspetti ironiche come vuole essere il suo cinema, e per questo assimilabili.

Ironico è un Hitler volutamente ridicolizzato, presentato in pieno esaurimento nervoso e a volte sensibile di fronte alla morte dei suoi uomini, o gli stessi nazisti, spesso così stupidi da non accorgersi dell’evidente presenza americana accanto a loro come accade ad esempio durante la prima cinematografica con le due spie vestite in smoking. Leggerezze perciò associabili ad una realtà a volte contorta, imperniata di finzione, quasi appunto fumettistica.

Non manca poi ciò che rende i film di Tarantino unici nel loro genere: l’eleganza, quel gusto ricercato che ritroviamo nei colori adottati dal regista, tonalità sobrie in contrasto con l’eccentrico rosso che è il protagonista indiscusso per tutto il film, o nelle stesse inquadrature, che studiate nel dettaglio si trasformano quasi in fotografie.

Degna di nota è infine l’interpretazione dinamica e quasi estrosa di un Brad Pitt che, unita a quella per certi versi “surrealista” degli altri attori, è riuscito ad offrirci un film tipicamente “tarantiniano”.

Maria Pettinato

Quando il teatro diventa legame

Non ho cercato il teatro, in realtà ho sempre cercato qualcos’altro

Cari Artefattini, ho deciso di aprire questo articolo con una frase che racchiude al proprio interno quello che per Jerzy Grotowski era il teatro in senso tale: la scoperta di altro.

La sua veduta è spesso inserita nella categoria rivoluzionaria, d’avanguardia, di sperimentazione, ma in realtà a detta del grande regista non aveva uno scopo avanguardistico in quanto il suo era un teatro che si rifaceva alle tradizioni avendo alla base uno scopo vero e proprio: la ricerca di una relazione tra l’attore e l’altro, il momento di unione. Caratteristica quest’ultima riscontrabile ad esempio nel teatro classico in cui, attraverso la rappresentazione, si creava una sorta di legame, se vogliamo spirituale e irrazionale, tra attore e spettatore.

Per creare un qualcosa il teatro doveva abbandonare il superfluo, dalla musica registrata alla scenografia, diventando così un teatro povero, in cui sarebbe emersa quella che si può definire la vera personalità dell’attore.

E questo momento arriva quando il corpo non è più l’ostacolo, ma il mezzo per liberare l’atto psichico, il ricordo che ha portato all’immedesimazione. È ciò che si può riscontrare ne Il Principe Costante (1967), revisione dell’omonima opera di Calderòn de la Barca, in cui l’attore Ryszard Cieslak, attraverso un lavoro su se stesso eseguito assieme a Grotowski durante le prove per circa un anno, è tornato a rivivere situazioni, momenti ed emozioni della sua adolescenza utilizzandole nell’interpretazione del personaggio, tanto che durante la rappresentazione sembra che entri realmente in uno stato di trans riuscendo in tal modo a trasmettere all’altro la drammaticità del momento.

Erano infatti le prove ad avere la meglio sullo spettacolo in sé perché era il momento in cui la spontaneità della vita emergeva e si univa al rigore della struttura teatrale. In questo modo durante lo spettacolo si sarebbe avviato il cambiamento viscerale e profondo nello spettatore.

Sta proprio in questo il teatro di Grotowski, nella ricerca del cambiamento che prende vita dalla relazione attore-personaggio. Uno studio che ha caratterizzato il teatro contemporaneo e che ancora oggi affascina per la sua semplicità che è in fondo verità.

Maria Pettinato

Le dive di ieri e di oggi

Buonasera carissimi Artefattini! Oggi è un giorno particolarmente importante perché si apre questa nuova e entusiasmante avventura!

Per questo motivo ho scelto di cominciare offrendovi come primo articolo un argomento che mi appassiona molto e da anni direi: il divismo cinematografico, il fenomeno che forse più di tutti ha suscitato nello spettatore fascino, speranza, voglia di sognare, ma allo stesso tempo un senso di irraggiungibilità verso ciò che si vedeva sul grande schermo.

Ebbene sì, cari lettori, mi riferisco all’epoca in cui il cinema ci offriva le più grandi dive mai esistite, da Marilyn Monroe a Audrey Hepburn, da Sophia Loren a Anna Magnani. Era il cinema degli anni Cinquanta.

Il cinema sbarazzino, quello che voleva lasciarsi alle spalle la guerra, divertente, leggero e spensierato. Era il tempo in cui andare al cinema voleva dire “andare a sognare”, immedesimarsi in Sophia Loren, imparare la mossa di Pane, amore e… e imitarla a casa con le amiche senza mai più dimenticarla oppure nella Hepburn sognando di indossare un giorno un tubino nero come il suo in Colazione da Tiffany.

La diva era colei che nella vita ce l’aveva fatta e magari aveva vissuto come la ragazzina  che la guardava sul grande schermo, ma era dotata di quell’eleganza, di quell’attrattiva fisica e di quel talento che le avevano permesso di emergere e diventare Lei.

Ma la domanda che sorge spontanea è: ma il divismo esiste ancora? La mia risposta è sì. Sono dive diverse, ma con un punto in comune: la bellezza, mezzo necessario per portare guadagno ai media.

Non nascono nel cinema, non hanno talenti, o almeno nella maggior parte dei casi, ma emergono, sono belle, vendono, fanno emozionare le giovani donne e ammaliano gli uomini. Cosa le spinge al successo? Ma è chiaro: sono i reality show, i programmi trash ormai di moda, da Uomini e donne al Grande fratello, ma anche le discoteche, dove vengono ospitate per aumentare la clientela, e i social media.

Sono irraggiungibili anche loro, così come sono imitate, anche se forse in un modo più pericoloso rispetto alle dive nostre, quelle vere, non ritoccate da Photoshop e con qualche chilo in più che faceva solo che bene in quegli anni.

E’ cambiata la mentalità, il modo di sognare e il mezzo per poterlo fare. Questi sono i motivi che hanno portato alla trasformazione, i motivi per i quali tutto è superficiale ed effimero.

E chissà se il volto della tronista rimarrà impresso nella mente di questa generazione tra cinquant’anni come quello delle dive di altri tempi. Io credo di no, ma staremo a vedere. E voi, Artefattini, che ne pensate?

Maria Pettinato