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La cultura è uno stato d’animo e per tale motivo ha la capacità di esercitare una notevole influenza sul nostro modo di pensare e quindi di vivere e di comportarci.

È cultura tutto ciò che riguarda la nostra persona e perciò non è limitata a mera conoscenza intellettuale. Anche se, ahimè, il pensiero occidentale l’ha definita più volte un elemento razionale imprescindibile al nostro benessere. Molto all’illuminista per dirla corta!

In realtà le cose anche qui stanno cambiando. Il pensiero attuale infatti comincia a orientarsi verso aspetti diversi, i quali richiamano luoghi e tematiche orientali incentrate sul benessere mentale e fisico, fondamentali per vivere nel migliore dei modi, soprattutto in questo periodo storico, caratterizzato da stress e alienazione, due veri e propri mali per la nostra salute.

Ma per farlo occorre affidarsi alle mani di personalità preparate professionalmente. L’Artefatto ha incontrato una di loro, Iolanda Di Lionardo, operatrice olistica imperiese specializzata in riflessologia plantare e in micromassaggio cinese.

Due tipologie di massaggio incentrate sul “riequilibrio dell’energia vitale, fondamentale per il benessere psico-fisico permettendo all’individuo di vivere in serenità con se stesso e con il mondo circostante” ha precisato la Di Lionardo che, con costanza e passione ha frequentato importanti corsi che le hanno permesso di sviluppare le proprie capacità.

“Oggi si lavora sulla persona trattata da un punto di vista energetico, quindi fortunatamente in tal senso si sta praticando un’evoluzione culturale”, spiega. “È infatti importante conoscere la causa di un malessere e lavorare su di essa, anziché oscurare il problema. È quindi essenziale uscire da determinati schemi interiori”.

Ed ecco che viene fuori lo scopo di queste due terapie, nate dalla medicina cinese e incentrate sul tocco di precisi punti del corpo, per ciò che concerne il micromassaggio cinese, e in particolare del piede e della mano per quanto riguarda la riflessologia plantare.

In quest’ultimo caso, precisa la Di Lionardo, “il massaggio viene effettuato esercitando una pressione decisa sui cosiddetti ‘punti riflessi’, sempre tenendo conto della percezione e risposta al dolore di chi riceve. Ad esempio: se la persona che vado a trattare lamenta dolori alla testa concentrerò il massaggio sul ‘punto riflesso’ corrispondente in questo caso all’alluce del piede”.

E come si fa a capire che è quello il punto adatto e corrispondente alla problematica della persona trattata? “Bisogna partire dal presupposto che il piede è lo specchio della nostra persona e come tale ogni suo punto corrisponde alla problematica fisica”.

“Mi spiego meglio… Il piede è suddiviso in vere e proprie zone riassumibili in mentale, emozionale, intimo-profonda e istintivo-sessuale. A loro volta queste zone corrispondono ai nostri organi. Se una di queste ‘emozioni’ viene colpita, a sua volta verrà colpito l’organo corrispondente. Partendo dalla causa può risolversi il problema fisico e ovviamente quello mentale”.

Trattamenti importanti per la nostra persona che, se eseguiti con costanza, la trasformano interiormente rendendola più consapevole e determinata nel voler agire e risolvere il ‘problema’ una volta per tutte.

Fondamentale è dunque il concetto di vita in sé che secondo l’antico pensiero cinese è “un circolo continuo e come tale è legata sotto ogni aspetto alla natura, che è anch’essa trasformazione e movimento costante”, caratteristiche non da poco per comprendere i nostri cambiamenti fisici ed emotivi in corrispondenza ad esempio a quelli delle stagioni.

È importante dunque entrare nel profondo della persona trattata e ottenere così la sua fiducia. Un aspetto questo non sempre facile da raggiungere, soprattutto quando si parla di persone anziane, diciamo più diffidenti rispetto ad altre, a causa di mentalità e idee diverse.

Una questione delicata è ad esempio la difficoltà dell’anziano, e non solo, nello spogliarsi davanti a una persona comunque estranea. Iolanda ha voluto precisare in tal senso che “sia il micromassaggio cinese, sia la riflessologia plantare si possono effettuare benissimo anche da vestiti, in quanto la pressione sui punti trattati viene raggiunta efficacemente anche in tal modo”.

Inoltre, per tutti coloro che hanno problemi nel raggiungere il centro estetico L’Isola che c’è (Via G. Straforello 32, Imperia), con il quale collabora, è da lei offerto il trattamento a domicilio. Un elemento a dir poco positivo, soprattutto per persone con problematiche motorie.

Concludiamo l’articolo augurando un grande in bocca al lupo alla nostra Iolanda Di Lionardo e un buon massaggio a voi cari lettori!

Maria Pettinato

IOLANDA DI LIONARDO

Ha conseguito il Corso biennale di formazione professionale per operatore di riflessologia plantare presso l’Associazione culturale Bios di Genova (2013), il Corso di riflessologia avanzata (2015) e il Corso di micromassaggio cinese (2015) presso La Verbena di Albenga.

È operatrice olistica a domicilio e collabora con il centro estetico imperiese L’isola che c’è.

Contatti: tel. 339 7379417, mail. idilion@libero.it

La forza dell’amore è il tema centrale di un film dal quale apparentemente traspare complicità per le tematiche affrontate, Tutto il mio folle amore diretto dal premio Oscar Gabriele Salvatores.

In realtà di complicato non ha nulla, perché non c’è niente di più semplice che il naturale legame tra genitore e figlio. Così puro e genuino che a volte ci si commuove solo a immaginarselo, figuriamoci a viverselo.

È la storia di Vincent (Giulio Pranno), un ragazzo autistico cresciuto con la madre Elena (Valeria Golino) e il padre adottivo Mario (Diego Abatantuono). Una famiglia tenuta in piedi da un fragile equilibrio, che però si rompe quando Will (Claudio Santamaria), padre biologico del ragazzo, chiede di poterlo incontrare.

Una richiesta alla quale segue l’ira di una donna che è stata abbandonata sedici anni prima da un uomo che amava e dalla fuga del loro figlio il quale, a insaputa dei tre, si nasconde nel furgone del famoso cantante nei Balcani.

Ed ecco che un ragazzo “strano” comincia il suo viaggio con un uomo altrettanto “strano”, un padre che non odia perché lui, Vincent, è diverso da tutti gli altri, lui ama davvero, lui non prova odio. Non sa cosa sia e perciò chiede solo amore.

Un amore folle. Perché la follia è ciò che lo muove, nella sua genuinità, nella sua verità.

E strano è un viaggio dal quale emergono assieme ai sentimenti, gli aspri paesaggi sloveni e croati che mano a mano si addolciscono lasciando il posto alla dolcezza e alla calma del mare. Metafora di un cambiamento che tocca il cuore di tutti i personaggi del film.

Tema caro a Salvatores che, in un certo senso, Mediterraneo ce lo vuole ricordare qua e là riprendendo con la macchina da presa i valori genuini e la purezza insiti nelle piccole cose offerte dalla vita, da un semplice tramonto a un matrimonio gitano, dal vento sulla faccia allo sguardo di un cavallo salvatore.

La vera musica della nostra esistenza, ciò che la movimenta, la diversità. Centrale perché è ciò che diffonde note di colore.

E quando Elena – madre arrabbiata con la vita perché questa l’ha colpita violentemente punendola dei suoi errori – si accorge che la bellezza è proprio in quelle cose, ecco che, finalmente, si perdona e comincia a vivere.

E lo fa nella diversità di suo figlio, in quella di Will, in quella di un popolo che ha vissuto la sofferenza ma che ne è uscito con gioia, in quella di un marito che l’ha salvata, ma soprattutto e consapevolmente nella sua.

Una pellicola tratta dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Flavio Ervas, nato a sua volta da una storia vera e proprio per questo reale, forte a volte, ma unica nella sua semplicità. Perché è famiglia e come tale è bonaria.

Figlia di un film da definirsi perfetto dal punto di vista critico, non solo per quanto riguarda il ritorno sul podio di Salvatores, regista nostrano e perciò artigiano come ormai pochi rimasti, ma anche quando si parla degli attori che lo hanno reso così speciale, da una malinconica e combattente Golino a un equilibrato Abatantuono che, ancora una volta, ha trionfato.

Degna di nota è l’emblematica interpretazione di Giulio Pranno, per la prima volta nelle vesti di attore. Un ruolo, quello di Vincent, non semplice da mettere in scena, ma a dir poco riuscito.

Così come eccezionale è quella di Claudio Santamaria, il cui carisma ancora una volta traspare nel ruolo di un personaggio debole e perciò vittima dei suoi stessi errori, ma allo stesso tempo voglioso di farcela, di dimostrare a se stesso e a Vincent di essere padre prima di tutto.

Ma anche uomo, e non più solo il Modugno della Dalmazia. Soprannome-omaggio al cantante pugliese che emerge non solo nello stile e nelle canzoni offerte dal personaggio durante il suo tour nei Balcani, come Nel blu, dipinto di blu o Tu si na cosa grande, ma anche nel titolo stesso del film, Tutto il mio folle amore, verso della canzone Cosa sono le nuvole.

Musica non da poco, confermata peraltro dalla scelta di usare come colonne sonore le autorevoli e azzeccate Vincent di Don Mc Lean e Next to me degli Imagine Dragons.

Maria Pettinato

Fiorella Mannoia è da sempre un mix di energia, sensibilità ed eleganza. Caratteristiche che traspaiono dalla sua voce, dai testi delle sue canzoni e dal suo vitale modo di esibirsi.

Ed è ciò che è emerso in occasione del suo concerto al Teatro Ariston di Sanremo (Im) il 24 ottobre scorso, una tappa fondamentale per il Personale Tour 2019 della cantante romana.

Una serata a dir poco indimenticabile, un momento di vera e propria unione, di estasi direi, in cui le emozioni di Fiorella sono diventate un po’ le nostre e le nostre si sono trasformate nelle sue.

Un’occasione artistica che si potrebbe racchiudere in tre parole: dinamismo, amore e malinconia. E che ha rappresentato per lei “38 anni di ricordi” come ha scritto sulla sua pagina Facebook riferendosi alla serata trascorsa al Teatro Ariston.

Dinamiche tonalità passate e presenti che, pur non essendo propriamente rock – come la cantante ha specificato durante il concerto sanremese – , trasmettono calore ed energia.

La sua è infatti una musica che rimane nella memoria non solo per le parole che l’accompagnano e per un timbro di voce unico come il suo, ma anche per l’uso di una strumentazione vigorosa di per sé, la quale ricorda sovente paesi e culture lontane.

E associate a ciò ci sono l’amore e la malinconia, sempre assieme, sempre legate tra loro, che ci si riferisca a quello tra uomo e donna, o quello tra madre e figlio, o semplicemente di amore per la propria patria. Sempre di sentimento profondo si parla, così come sempre vita è e per questo degna di essere vissuta.

Tematiche attuali, ma anche remote, facenti parte di ognuno di noi e forse a volte dolorose proprio per questo. Così vere, così reali da farci riflettere, da farci capire che forse è arrivato il momento di cambiare, di reagire, di lasciare alle spalle ciò che non serve “alla propria sopravvivenza”, perché fa male a noi stessi e a chi ci circonda.

Ecco cos’è la musica di Fiorella, ecco ciò che ha trasmesso tra lacrime, gioia e determinazione in una serata piovosa di ottobre su un palco che per lei rappresenta dal 1981 una croce, ma anche una delizia, un ricordo e un’emozione.

La musica è vita, è amore, è passione. E la sensibilità è ciò che muove le sue note, delicate, percettibili e comunicative.

Maria Pettinato

Il teatro è per sua natura magico. Riesce infatti a trasmettere sensazioni ed emozioni, positive o negative che siano, in modo a dir poco sublime.

È passione, istinto, impulso e per questo irrazionale. E come tale non poteva non essere scaramantico! Leggende, usanze, superstizioni gli appartengono e, cari Artefattini, anche queste sono storia del teatro.

Ecco a voi 5 FAMOSE CURIOSITÀ:

1. LA CADUTA DEL COPIONE

La sventura apocalittica per definizione prima di uno spettacolo teatrale riguarda la caduta accidentale del copione durante le prove. Questo infatti significa “flop dello spettacolo”. Per scongiurare la sfortuna l’attore deve sbatterlo per tre volte sullo stesso punto in cui gli è caduto.

2. MERDA, MERDA, MERDA!

Questa espressione, usata prima di una messinscena e molto conosciuta da attori e spettatori, deriva dall’usanza ottocentesca di andare a teatro in carrozza. La presenza di molti escrementi di cavallo davanti al teatro significava un elevato numero di pubblico allo spettacolo. L’espressione risulta perciò un augurio di successo.

Horse and a beautiful old carriage in old town.
3. IL CHIODO STORTO

Trovare un chiodo storto sul palcoscenico è un segnale di buon auspicio. Indicherebbe la fretta dei tecnici di montare la scenografia. Questo significherebbe che lo spettacolo è fortemente atteso dal pubblico.

4. I COLORI VIETATI

Esistono liste di colori da indossare MAI E POI MAI in teatro. Essi cambiano di paese in paese per varie ragioni.

In Italia a portare sfortuna se indossato sul palco è il colore viola. Il motivo è riscontrabile nel Medioevo e associabile al periodo quaresimale, durante il quale erano vietate le rappresentazioni teatrali, il che significava per gli attori “disagio economico” per quaranta giorni. E qual è il colore indossato dai sacerdoti durante la Quaresima? Ovviamente il viola.

In Francia il cattivo presagio è indicato nel verde. Molière morì sul palco il 17 febbraio 1673 durante la rappresentazione de Il malato immaginario e quel giorno il colore del suo costume era il verde.

A portare sfortuna in Inghilterra è il blu. Pare infatti che secoli fa le stoffe di questo colore fossero molto costose. Molte compagnie per il gusto del pubblico le acquistavano senza potersele permettere, andando così incontro al fallimento.

5. MAI DIRE MACHBET!

Machbet è la più breve e una delle più importanti tragedie di William Shakespeare. Pronunciare ad alta voce questo nome in teatro porterebbe sfortuna. Pare infatti che l’opera del drammaturgo inglese conterrebbe al suo interno degli incantesimi copiati a un gruppo di streghe le quali, avendo scoperto il suo gesto, avrebbero maledetto la tragedia.

Maria Pettinato

Siamo abituati a pensare a Joker come la nemesi di Batman, il genio del male, un criminale psicopatico amante di omicidi.

Questa volta è qualcosa di più. Il Joker di Todd Phillips, Leone d’oro al Festival di Venezia 2019, è un personaggio studiato nel dettaglio, la raffigurazione della disuguaglianza e del degrado sociale, nonché la rabbia dei giorni nostri.

È il 1981. Arthur Fleck è un clown affetto da un disturbo psichico che gli provoca incontrollabili attacchi di risate in momenti di tensione. Vive con l’anziana madre Penny a Ghotam City e ha un sogno: diventare un comico di successo.

Lotta con educazione e in punta di piedi per raggiungere il suo progetto, senza però ottenere nulla di concreto rimanendo lo zimbello da prendere in giro e bullizzare.

Fino a che non si trasforma ne “l’assassino dei ricchi”, in una sorta di “eroe della follia” per la massa degradata che abita nei quartieri altrettanto deteriorati di Ghotam e che come lui non ha possibilità di emergere in un sistema in cui solo il potente privo di valori e indifferente verso il prossimo ha la meglio.

La stessa folla che fino a poco prima non aveva considerato Arthur o al massimo lo aveva emarginato.

Si assiste dunque alla trasformazione di Fleck in Joker e della sua vita che “da tragedia diventa commedia”. Un cambiamento che rende sempre più evidenti i suoi disturbi della personalità, legati a un’infanzia abusata da una madre altrettanto malata.

Ed è così che viene fuori la storia di Joker per quella che è, raccontata da un punto di vista inusuale e assolutamente originale, diretta da un regista che aveva in mente un personaggio differente dalle precedenti versioni cinematografiche.

Un thriller psicologico in cui il protagonista è nato da un progetto a quattro mani avviato assieme all’attore che lo ha interpretato, Joacquin Phoenix, il quale è decisamente entrato nella psiche di Joker per poterla rappresentare al meglio.

Un ruolo degno di Oscar, non facile da mettere in atto, ma riuscito positivamente, come se Phoenix si fosse oggettivamente trasformato in Arthur/Joker.

E lo abbia fatto non solo dal punto di vista psichico ed emotivo, ma anche fisico come dimostrano i 23 kg in meno dovuti a una dieta ferrea, le inquietanti espressioni del viso e gli angoscianti movimenti del corpo che lo rendono meno umano e sempre più grottesco, ma anche più leggero ed elegante ricordando per certi aspetti le maschere della tragedia greca e della commedia dell’arte.

Nel raffigurare il disagio di Arthur, Phillips non ha fatto altro che portare a galla ciò che è la società attuale, apatica e priva di senso comune, ma soprattutto di riferimenti reali e perciò portata all’anarchia da assassini e criminali.

Ghotam è quindi il mondo di oggi in cui c’è chi emerge facendo buon viso a cattivo gioco come Murray Franklin, presentatore di talk show che contribuisce al crollo psichico di Joker, interpretato da Robert De Niro che, dal punto di vista attoriale, definisce il suo ruolo nel film un omaggio al Re per una notte (1983) di Martin Scorsese.

Non mancano infine chiari riferimenti a Charlie Chaplin che si ritrovano esplicitamente nella canzone Smile, da lui composta per Modern Times, o nelle scene che lo raffigurano, ma anche nella sua visione tragica sui “tempi moderni”, direi azzeccata oggi come allora.

Maria Pettinato

Film atteso, criticato, anche apprezzato, ma soprattutto inaspettato è C’era una volta a… Hollywood (Once upon a time in Hollywood) di Quentin Tarantino.

Se ne è dette di ogni, il pubblico deluso per un film che poco ha a che fare con l’azione tipicamente tarantiniana, la critica sorpresa e affascinata da ciò che le è stato mostrato.

In questo ha influito e non poco la decisione del regista di non svelare nulla sulla trama, creando così lo stupore necessario per affrontare un finale “diverso” rispetto a quanto ci si aspettava, ma anche una trama poco movimentata, in cui sono i personaggi questa volta a venire fuori con il proprio essere e non l’azione in sé.

Protagonista è il cinema, è Hollywood 1969 e tutto ciò a essa legato. A emergere sono i manifesti pubblicitari, le locandine, il drive-in, i cinema, i set western, il cibo in scatola in serie alla Andy Warhol e la pubblicità che prende il sopravvento.

“C’era una volta” che ha il significato di una favola, di come Tarantino immagina Hollywood e il “finale”, diverso rispetto a come sono andate le cose in realtà il 9 agosto 1969 a Cielo Drive quando Charles Manson e la sua “family” hanno ucciso la moglie del regista Roman Polanski, l’attrice Sharon Tate, incinta di otto mesi, e i suoi tre amici, compiendo una vera e propria strage.

Un fatto realmente accaduto inserito dal regista come sfondo in un film che vede come personaggi principali, oltre alla Tate interpretata egregiamente da Margot Robbie, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), suo vicino di casa, e Cliff Booth (Brad Pitt).

Rispettivamente attore acclamato, ma sul viale del tramonto e perciò depresso a causa dell’avvento della televisione e di una nuova Hollywood, che è appunto quella di Roman e Sharon, e la sua controfigura, leggera e leale.

Citazioni e omaggi sono la risposta di Tarantino alla domanda “cos’è per te il cinema?” e sono il motore su cui ruota questo capolavoro cinematografico. Non sono poche infatti le curiosità legate a esso.

Una di queste è l’omaggio al regista nostrano Sergio Leone, riscontrabile nel titolo C’era una volta a… Hollywood che ricorda decisamente C’era una volta il west (1968) e C’era una volta in America (1984), capolavori indiscutibili dello “spaghetti western”.

Menzione al nostro genere riscontrabile anche quando viene nominato un altro maestro, Sergio Corbucci che è il regista con il quale Dalton lavora in Italia per Nebraska Jim, una pellicola di pura invenzione tarantiniana.

Ma anche “c’era una volta” come i film di Walt Disney, citato dalla bambina-attrice Trudi-Mirabella Lancer (Julia Butters), che peraltro nella geniale spiegazione del lavoro dell’attore nomina tra le righe Il lavoro dell’attore sul personaggio di Sergeevič Stanislavskij.

“C’era una volta Hollywood”, diversa, talentuosa, ora un ricordo di Dalton, divo indimenticabile, ma ormai passato di moda. E poi “c’era una volta” Bruce Lee, che appare in due scene in un’ironica presa in giro.

Cast stellare voluto espressamente dal regista, omaggiando il cinema anche in questo modo, che è quello di oggi, diverso sì, ma assolutamente degno di qualità.

Così come non poteva mancare a riguardo il richiamo a film come Pulp Fiction, Kill Bill e Bastardi senza gloria, che immancabilmente ci tornano alla mente.

Oltre alla coppia Di Caprio-Pitt, senza dubbio dotata di egregio talento, non mancano, per citarne alcuni, Al Pacino nel ruolo dell’agente di Rick Dalton, Luke Perry nella sua ultima apparizione, Bruce Dern nel ruolo di George Spann, proprietario del runch che ha ospitato Charles Manson, interpretato da Damon Herriman, e la “family” negli anni Sessanta.

Nono film, penultimo secondo quanto dichiarato da Tarantino già agli albori della sua carriera, il quale ha sempre affermato di volerne realizzare dieci e poi ritirarsi, tanto che il titolo iniziale da lui pensato era appunto Numero nove.

Detto ciò “C’era una volta a… Hollywood” è da definirsi una pellicola dotata di qualità cinematografiche tipicamente di genere, come d’altronde è il cinema di Tarantino, ma questa volta ha uno scopo ben preciso, quello di comunicare il cinema nella sua essenza, farlo vedere per quello che è dal punto di vista della sensibilità attoriale, registica e di produzione.

Un film forse proprio per questo diverso dai precedenti almeno fino a quando si arriva a un finale a sorpresa, in cui le scene sanguinolente alla Tarantino vengono fuori, con tanto di lanciafiamme e strilla strazianti e in cui la coppia Dalton-Booth si trasforma da attoriale a salvifica, perché la favola ha un inizio che è il “c’era una volta”, ma anche una conclusione, che è sempre lieta.

Maria Pettinato

Che lo si voglia o no la stagione estiva è conclusa cedendo il posto all’autunno con la sua brezza di malinconia e di serena tranquillità.

È la stagione in cui cadono le foglie offrendo un’occasione di rinascita e i cui colori caldi rappresentano l’appoggio necessario per provare a rinascere. Come se ti dicessero “ci sono io a tenerti, cadi e poi, appena sei pronto, vivi ancora”.

E se non va rimane comunque la possibilità di rilassarsi su un comodo divano, sotto un’attraente copertina davanti a un buon libro o a un film strappalacrime.

L’autunno è infatti il periodo dei film impegnativi, commoventi al punto giusto e decisivi per lasciarsi andare allo sfrenato relax. Uno di quei film, consigliato da L’Artefatto, è decisamente Sweet november (Dolce novembre), pellicola del 2001 diretta da Pat O’Connor.

Trama passionale, ma allo stesso tempo così triste da lasciare l’amaro in bocca allo spettatore, soprattutto quando si arriva al finale inaspettato.

Peter (Keanu Reeves) è un dirigente pubblicitario ossessionato dal lavoro, Sara (Charlize Theron) è sinonimo di libertà, follia, voglia di vivere giorno per giorno.

I due si incontrano per puro caso e decidono, pazzi l’uno per l’altra dal primo istante, di avviare un rapporto di passione per tutta la durata di novembre a casa di lei. Decisione assolutamente stravolgente per un uomo come Peter, impostato e materialista, ma normale per Sara che, decisa a non volere per nessuna ragione al mondo complicazioni sentimentali, è specializzata nella cosa.

Trenta giorni di passione, ma soprattutto, appunto, di dolcezza che altro non è che amore allo stato puro. Sentimento che viene fuori quando Peter scopre la malattia terminale della donna e decide comunque di rimanerle accanto chiedendole di sposarlo, ma soprattutto quando lei decide di non farlo soffrire e per questo di mandarlo via pur amandolo immensamente.

È la storia di due persone che si incontrano semplicemente perché devono cambiare, perché è il destino a volerlo. Malvagio sì, ma fondamentale per permettere a lui di diventare un uomo migliore, amante della vita, affascinato da ciò che essa può dare, e offrire a lei un ultimo dono.

E quale mese, se non novembre, quale stagione, se non l’autunno perché questo avvenga. La stagione in cui tutto muore garantendo qualcosa di ancora più bello, ancora più vivo, proprio come le foglie calde che sfiorano con dolcezza il terreno gracile, ma forte perché capace di sostenerle.

Non può non esserci commozione, non si può non provare emozioni, davanti a un film che è nato proprio per suscitarle. E speriamo che fuori piove per assaporarle ancora di più queste emozioni, magari sotto all’attraente copertina e su un comodo divano.

Maria Pettinato

Sono passati tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, tre anni da quando Amatrice si è spenta assieme a quasi trecento persone portando via con sé la serenità dei suoi abitanti.

Le sue case, le sue cento chiese, i ricordi e le emozioni di quei luoghi si sono trasformati in Memoria.

E per fortuna la musica ha la capacità di lasciare un’impronta tale da farli ancora vibrare, come fa l’arte delle sue chiese che riesce comunque a rimanere, nonostante anch’essa ha smesso di esistere da quella maledetta notte.

Un vero e proprio patrimonio artistico mantenuto in vita dal commovente Matrix Pulcherrima, canto malinconico in versi di Concetta Persico, accompagnato dalla musica di Camillo Berardi, suonata al pianoforte da Emanuele Mancini, ed eseguito vocalmente da Mara Vittori.

Una melodia struggente e così dolce da strappare a chi l’ascolta una lacrima, ma allo stesso tempo un sorriso, se pur nostalgico, come se dalle sue emozionanti note trapelassero episodi e momenti di quotidianità insiti in quei luoghi.

Delicata dedica d’amore dal cui testo, scritto dalla Persico in un vernacolo dell’alta Sabina, traspare il viscerale attaccamento per la propria terra, che è sinonimo di origini, famiglia, legame.

Ricordi che tornano alla mente nei sogni in cui Amatrice è luce trionfante sull’oscurità della notte e per questo capace di riaccendere l’emozione nel cuore.

E le opere quattrocentesche che ornavano le chiese amatriciane vengono illuminate da quella stessa luce e cullate da una sorta di ninna nanna caratterizzata da armonie diverse tra loro come attesta, per tutta la sua durata, la successione di svariati accordi.

Matrix Pulcherrima è in tal modo un canto materno, un dolce ricordo, talmente intimo e sentito da trascinare con sé l’ascoltatore, che entra in un’atmosfera surreale in cui gli affreschi di Amatrice, con tutta la loro originale eleganza, assieme ai sogni, ai sorrisi e alle speranze emergono ancora più belli di prima.

Maria Pettinato

Viale del tramonto (1950), Billy Wilder.
Protagonista: Gloria Swanson

Il cinema può definirsi l’espressione della vita, la sua rappresentazione. Ha infatti la capacità di trasmettere attraverso i suoi film, le sue scene, le sue inquadrature, i suoi fotogrammi ciò che noi viviamo quotidianamente, da un gesto a un’abitudine, da una sensazione a un’emozione.

Quante volte capita di ritrovarsi in un film, in una trama o semplicemente di rivedere in quella scena montata con quella determinata musica un momento vissuto o una persona o un luogo. O magari è un colore ad attrarci, una parola, un paesaggio. Ed ecco che viene fuori appunto l’essenza cinematografica.

Ma, come in tutti i film che si rispettano c’è chi colpisce più di altri, c’è il personaggio che fa sognare, che fa pensare, che semplicemente affascina: il/la protagonista. Ma pensateci, questo non accade anche nella nostra quotidianità?

Pretty woman (1990), Garry Marshall.
Protagonista: Julia Roberts

Ebbene sì, perché nella vita di tutti i giorni la nostra attenzione è palesemente orientata, oggi più che mai, verso chi emerge, chi trasmette qualcosa nel bene o nel male e che ci riesce proprio perché dotato di autenticità.

Noi quel qualcuno, propriamente detto protagonista, lo giudichiamo positivamente o negativamente, ma eccome se questo giudizio è figlio di pensiero ed emozione.

Johnny Stecchino (1991), Roberto Benigni.
Protagonista: Roberto Benigni

Questo avviene nel quotidiano come in un film in cui le azioni del personaggio principale sono osservate, assorbite, giudicate dallo spettatore e accade perché esso è dotato di qualità che pochi possiedono.

Esterna una magia unica, straordinariamente semplice e così forte da colpire non solo chi ha vicino, ma anche chi per puro caso si imbatte in lui/lei.

Io sono leggenda (2008), Francis Lawrence.
Protagonista: Will Smith

Pensate a una Julia Roberts o a un Will Smith ad esempio? Ce li vedreste nei panni di un personaggio secondario? Credo proprio di no.

Oscurerebbero attraverso movenze, espressioni, modi di fare e di comunicare l’attore/attrice di turno.

Moulin rouge (2001), Baz Luhrmann.
Protagonista: Nicole Kidman

Sono poche le personalità che affascinano oggettivamente e il cinema, dotato di occhio e consapevolezza tecnica, ne estrapola le peculiarità e le trasmette poi al pubblico, dotandosi di attori/attrici che palesemente e naturalmente sono i protagonisti.

Maria Pettinato

Il Festival di Venezia 2019, o meglio la 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sta per concludersi e anche quest’anno ha garantito l’occasione per esporre le proprie creazioni filmiche, ma anche e soprattutto per esporsi.

Perché è ormai chiaro a tutti il fatto che il Festival di Venezia in realtà non sia solo e semplicemente un evento culturale, un momento di dibattito intellettuale, la Manifestazione cinematografica con la “M” maiuscola, organizzata con passione e competenza dalla rinomata Biennale di Venezia.

Eh no, cari miei! Venezia a fine estate è il Festival, è la Rassegna, è l’Occasione tanto attesa per pubblicizzarsi, presentarsi, mostrarsi tra tanti e tante.

Ma in realtà ahimè, a emergere dalla passerella rossa, nella massa di attori, fashion blogger (o presunte tali!), influencer e tutti i nuovi personaggi di questi disastrosi anni (e spero che rimarranno solo anni!), aleggia aria di talento ed eleganza molto raramente.

E dalla famosa pedana a distinguersi dalle altre, perché dotata di inconfondibili finezza, sensualità, talento e unica bellezza c’è Penélope Cruz, in concorso a Venezia con il film Wasp network di Olivier Assayas, thriller politico nel quale la vediamo nei panni di Olga, moglie di René Gonzalez, dissidente anti-castrista fuggito in Florida, “moglie del traditore” in pieno regime a Cuba 1990.

Olga (Penélope Cruz) in Wasp network di Olivier Assayas in concorso alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Conosciuta nel mondo per le sue capacità attoriali, oltre che per la sua bellezza, la Cruz è esempio di determinazione, riuscita e riservatezza.

Ma a contraddistinguerla vi è il sacrificio, come ha dimostrato il periodo delle porte sbattute in faccia, degli incontri con persone sbagliate, di rinunce, che si è trasformato poi nel periodo dello studio, della determinazione, delle conoscenze positive come quella avvenuta con il maestro e amico Pedro Almodòvar, che ha creduto in lei contribuendo così alla trasformazione di Penélope ne “La Madonna di Madrid” prima e di icona mondiale poi.

Momenti belli e brutti, ma fondamentali perché è anche grazie a essi che lei oggi è ciò che è, una donna umile, portatrice di valori, una di Noi, la ragazza della porta accanto che ce l’ha fatta, che proviene da una famiglia altrettanto umile.

Diva “raggiungibile”, amata e innamorata del suo pubblico come attesta la passione impressa nei suoi occhi, la dolcezza del suo sorriso, l’ironia tipicamente spagnola, la volontà di tenere fuori dai riflettori la sua vita privata.

Qualità così vere da toccare i presenti che solo a guardarla in una foto pubblicata sui social de L’Artefatto decidono di votare lei preferendola alle altre che, pur dotate di fascino e qualità come dimostrano Monica Bellucci, Alessandra Mastronardi e Cristiana Capotondi – tutte presenti sul red carpet veneziano – spicca diffondendo “luce propria”.

Maria Pettinato

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