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Sono passati tre anni dal terremoto del 24 agosto 2016, tre anni da quando Amatrice si è spenta assieme a quasi trecento persone portando via con sé la serenità dei suoi abitanti.

Le sue case, le sue cento chiese, i ricordi e le emozioni di quei luoghi si sono trasformati in Memoria.

E per fortuna la musica ha la capacità di lasciare un’impronta tale da farli ancora vibrare, come fa l’arte delle sue chiese che riesce comunque a rimanere, nonostante anch’essa ha smesso di esistere da quella maledetta notte.

Un vero e proprio patrimonio artistico mantenuto in vita dal commovente Matrix Pulcherrima, canto malinconico in versi di Concetta Persico, accompagnato dalla musica di Camillo Berardi, suonata al pianoforte da Emanuele Mancini, ed eseguito vocalmente da Mara Vittori.

Una melodia struggente e così dolce da strappare a chi l’ascolta una lacrima, ma allo stesso tempo un sorriso, se pur nostalgico, come se dalle sue emozionanti note trapelassero episodi e momenti di quotidianità insiti in quei luoghi.

Delicata dedica d’amore dal cui testo, scritto dalla Persico in un vernacolo dell’alta Sabina, traspare il viscerale attaccamento per la propria terra, che è sinonimo di origini, famiglia, legame.

Ricordi che tornano alla mente nei sogni in cui Amatrice è luce trionfante sull’oscurità della notte e come tale capace di riaccendere l’emozione nel cuore.

E le opere quattrocentesche che ornavano le chiese amatriciane vengono illuminate da quella stessa luce e cullate da una sorta di ninna nanna caratterizzata da armonie diverse tra loro come attesta, per tutta la sua durata, la successione di svariati accordi.

Matrix Pulcherrima è in tal modo un canto materno, un dolce ricordo, talmente intimo e sentito da trascinare con sé l’ascoltatore, che entra in un’atmosfera surreale in cui gli affreschi di Amatrice, con tutta la loro originale eleganza, assieme ai sogni, ai sorrisi e alle speranze emergono ancora più belli di prima.

Maria Pettinato

Viale del tramonto (1950), Billy Wilder.
Protagonista: Gloria Swanson

Il cinema può definirsi l’espressione della vita, la sua rappresentazione. Ha infatti la capacità di trasmettere attraverso i suoi film, le sue scene, le sue inquadrature, i suoi fotogrammi ciò che noi viviamo quotidianamente, da un gesto a un’abitudine, da una sensazione a un’emozione.

Quante volte capita di ritrovarsi in un film, in una trama o semplicemente di rivedere in quella scena montata con quella determinata musica un momento vissuto o una persona o un luogo. O magari è un colore ad attrarci, una parola, un paesaggio. Ed ecco che viene fuori appunto l’essenza cinematografica.

Ma, come in tutti i film che si rispettano c’è chi colpisce più di altri, c’è il personaggio che fa sognare, che fa pensare, che semplicemente affascina: il/la protagonista. Ma pensateci, questo non accade anche nella nostra quotidianità?

Pretty woman (1990), Garry Marshall.
Protagonista: Julia Roberts

Ebbene sì, perché nella vita di tutti i giorni la nostra attenzione è palesemente orientata, oggi più che mai, verso chi emerge, chi trasmette qualcosa nel bene o nel male e che ci riesce proprio perché dotato di autenticità.

Noi quel qualcuno, propriamente detto protagonista, lo giudichiamo positivamente o negativamente, ma eccome se questo giudizio è figlio di pensiero ed emozione.

Johnny Stecchino (1991), Roberto Benigni.
Protagonista: Roberto Benigni

Questo avviene nel quotidiano come in un film in cui le azioni del personaggio principale sono osservate, assorbite, giudicate dallo spettatore e accade perché esso è dotato di qualità che pochi possiedono.

Esterna una magia unica, straordinariamente semplice e così forte da colpire non solo chi ha vicino, ma anche chi per puro caso si imbatte in lui/lei.

Io sono leggenda (2008), Francis Lawrence.
Protagonista: Will Smith

Pensate a una Julia Roberts o a un Will Smith ad esempio? Ce li vedreste nei panni di un personaggio secondario? Credo proprio di no.

Oscurerebbero attraverso movenze, espressioni, modi di fare e di comunicare l’attore/attrice di turno.

Moulin rouge (2001), Baz Luhrmann.
Protagonista: Nicole Kidman

Sono poche le personalità che affascinano oggettivamente e il cinema, dotato di occhio e consapevolezza tecnica, ne estrapola le peculiarità e le trasmette poi al pubblico, dotandosi di attori/attrici che palesemente e naturalmente sono i protagonisti.

Maria Pettinato

Il Festival di Venezia 2019, o meglio la 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sta per concludersi e anche quest’anno ha garantito l’occasione per esporre le proprie creazioni filmiche, ma anche e soprattutto per esporsi.

Perché è ormai chiaro a tutti il fatto che il Festival di Venezia in realtà non sia solo e semplicemente un evento culturale, un momento di dibattito intellettuale, la Manifestazione cinematografica con la “M” maiuscola, organizzata con passione e competenza dalla rinomata Biennale di Venezia.

Eh no, cari miei! Venezia a fine estate è il Festival, è la Rassegna, è l’Occasione tanto attesa per pubblicizzarsi, presentarsi, mostrarsi tra tanti e tante.

Ma in realtà ahimè, a emergere dalla passerella rossa, nella massa di attori, fashion blogger (o presunte tali!), influencer e tutti i nuovi personaggi di questi disastrosi anni (e spero che rimarranno solo anni!), aleggia aria di talento ed eleganza molto raramente.

E dalla famosa pedana a distinguersi dalle altre, perché dotata di inconfondibili finezza, sensualità, talento e unica bellezza c’è Penélope Cruz, in concorso a Venezia con il film Wasp network di Olivier Assayas, thriller politico nel quale la vediamo nei panni di Olga, moglie di René Gonzalez, dissidente anti-castrista fuggito in Florida, “moglie del traditore” in pieno regime a Cuba 1990.

Olga (Penélope Cruz) in Wasp network di Olivier Assayas in concorso alla 76° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

Conosciuta nel mondo per le sue capacità attoriali, oltre che per la sua bellezza, la Cruz è esempio di determinazione, riuscita e riservatezza.

Ma a contraddistinguerla vi è il sacrificio, come ha dimostrato il periodo delle porte sbattute in faccia, degli incontri con persone sbagliate, di rinunce, che si è trasformato poi nel periodo dello studio, della determinazione, delle conoscenze positive come quella avvenuta con il maestro e amico Pedro Almodòvar, che ha creduto in lei contribuendo così alla trasformazione di Penélope ne “La Madonna di Madrid” prima e di icona mondiale poi.

Momenti belli e brutti, ma fondamentali perché è anche grazie a essi che lei oggi è ciò che è, una donna umile, portatrice di valori, una di Noi, la ragazza della porta accanto che ce l’ha fatta, che proviene da una famiglia altrettanto umile.

Diva “raggiungibile”, amata e innamorata del suo pubblico come attesta la passione impressa nei suoi occhi, la dolcezza del suo sorriso, l’ironia tipicamente spagnola, la volontà di tenere fuori dai riflettori la sua vita privata.

Qualità così vere da toccare i presenti che solo a guardarla in una foto pubblicata sui social de L’Artefatto decidono di votare lei preferendola alle altre che, pur dotate di fascino e qualità come dimostrano Monica Bellucci, Alessandra Mastronardi e Cristiana Capotondi – tutte presenti sul red carpet veneziano – spicca diffondendo “luce propria”.

Maria Pettinato

La Disney, si sa, è conosciuta da tutti noi per le sue capacità creative. È risaputo infatti il suo talento nel creare, produrre e distribuire film d’animazione a dir poco travolgenti, se pur dotati di grande semplicità.

Una semplicità mai banale però, perché il significato che si cela dietro a un film Disney è studiato nei minimi dettagli per comunicare il meglio al suo pubblico. Doveri comuni e valori come la solidarietà e l’uguaglianza vengono trasmessi ad adulti e bambini rimanendo impressi nella loro mente.

Uno di questi capolavori, nonché messaggero di virtù, è decisamente Il Re Leone, uscito nel 1994 travolgendo letteralmente lo spettatore, così come sta accadendo oggi con il suo rifacimento diretto dal regista Jon Favreau, già conosciuto nel 2016 per il remake de Il libro della giungla.

Successo confermato dal raggiungimento di 14 milioni di euro di incassi a soli cinque giorni dalla sua uscita dominando così il box office, un po’ come accaduto al suo predecessore, vincitore di numerosi premi come due Golden Globe e un Oscar.

Ma vediamo nel dettaglio cosa rende questo film così eclatante, ma allo stesso tempo un poco deludente…

Di per sé il mondo animale attrae con il suo fascino. La savana, la dolcezza impressa negli occhi dei suoi abitanti, la loro bellezza oggettiva sono fondamentali per il raggiungimento del successo, ancor più per ciò che riguarda il remake 2019 dove tali personaggi sono resi quasi reali dagli effetti speciali impiegati da Favreau.

Importantissimo è poi il rapporto padre-figlio (Mufasa-Simba), così complice e unico da trasformarsi nel motore sul quale ruota l’intera trama e al quale sono associati valori imprescindibili come l’attaccamento alle proprie radici e il senso di appartenenza.

Qualità trasmesse al pubblico, insegnate al bambino e ricordate all’adulto, insite anche in Timon e Pumba che, pur decantando consigli di indifferenza, come attesta il comico motto “Hakuna Matata”, emergono, si ritrovano, nutrono anch’essi sentimenti di unione.

E poi, protagonista sovrana, c’è la musica. Brani coinvolgenti, forti, caparbi che uniti alla voce di Marco Mengoni ed Elisa in questo 2019 emozionano lo spettatore, così come accadeva nel ’94 con quella di Ivana Spagna, eccezionale nell’interpretare Il cerchio della vita, rimasto nella memoria di tutti noi, o di Roberto Stafoggia nel ruolo di Simba (per citare solo una piccola parte dell’intero staff musicale!).

Punti essenziali, presenti in entrambe le versioni, simili nel susseguirsi degli eventi, ma a mio avviso diverse nel lasciare qualcosa.

Non credo infatti che rimarrà nella memoria collettiva lo stesso ricordo lasciato dal cartone d’animazione originale, decisamente più dinamico, più musicale, più movimentato e per questo diverso a livello emozionale con il recente film, nonostante le sue qualità “futuristiche”.

Emerge difatti, nella versione italiana, staticità nei dialoghi tra Nala (Elisa) e Simba (Marco Mengoni) e quindi un “piatto” doppiaggio associato ai due protagonisti, difetto inesistente quando si parla dei brani che accompagnano il film, dai quali spicca la loro innata forza musicale.

Discorso a parte le voci di Timon e Pumba, rispettivamente di Edoardo Leo e Stefano Fresi, leggere e dinamiche, o quella di Mufasa, unica e autorevole come attesta il talento di uno dei più grandi doppiatori a livello internazionale, Luca Ward.

Altra criticità non da poco sta nell’analisi oggettiva delle inquadrature. In alcune di esse i personaggi in fase di dialogo o di azione, quindi protagonisti delle stesse, appaiono tagliati sull’alto comunicando allo spettatore una sensazione di “disordine”.

Naturalezza e realismo colmano comunque e direi fortunatamente tale vuoto, offrendoci un remake riuscito nel complesso e soddisfacendo in tal modo il pubblico, in attesa da mesi per il ritorno del capolavoro Disney.

Maria Pettinato

17 agosto 2019, Villa Scarsella (Diano Marina, Im). Una suggestiva atmosfera tipica di una calda serata estiva, un’orchestra dotata di talento ed eleganza, un Maestro a dirigerla e poi uno dei capolavori più affascinanti nella storia musicale e teatrale, Tosca di Giacomo Puccini, diretta dal grande regista Alessandro Bertolotti.

Ma cominciamo spiegando cos’è che rende questo melodramma di per sé così speciale. È la storia d’amore tra Flora Tosca, protagonista indiscussa di questo capolavoro, e Mario Cavaradossi che, nonostante le incomprensioni, le incertezze, l’invidia e i piani diabolici del capo della polizia, il Barone Scarpia, trionfa per l’eternità.

E vince semplicemente grazie a lui, che la ama così tanto da perdonarle il “tradimento”, l’accecata gelosia, da accantonare il suo orgoglio di uomo, e grazie a lei, donna dotata di intelletto ed eleganza, apparentemente sicura di sé, temeraria e indipendente.

La musica di Giacomo Puccini poi, cosa lo diciamo a fare! Udirla a occhi chiusi porta a toccare con l’immaginazione luoghi lontani, emozioni quasi sconosciute. Una musica fatta di tonalità per lo più forti e dinamiche che vanno a confermare la vitalità della trama riuscendo così a rendere il dramma in cinque atti di Victorien Sardou, dalla quale è tratta la Tosca di Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, ancora più autorevole e suggestivo.

Fascino confermato dal talento dell’Orchestra Lombardia Lirica che, diretta dal magnetico Maestro Stefano Romani, ha colpito nel segno accompagnando importanti attori di fama internazionale.

Prima tra tutti il soprano Irene Cerboncini, la quale ha interpretato Flora in modo così vero e toccante da renderlo a mio avviso un vero e proprio gioiello scenico. È la sua abilità nell’offrire allo spettatore l’evoluzione del personaggio che va a interpretare a venire fuori egregiamente.

Inizialmente poco incline all’ascolto, tormentata, superficiale, Tosca si trasforma infatti nel corso dell’opera in una donna coraggiosa, pronta a tutto pur di salvare il suo Mario, anche cedere alle lusinghe di “un uomo che le fa ribrezzo”, Scarpia, personaggio crudele, determinato, pronto a tutto per ottenere ciò che vuole, uccidere Cavaradossi e avere Tosca con sé, come dimostra l’eccellente interpretazione del baritono Enrico Marrucci.

Audace, forte, “eroica” anche quando compie il malsano gesto andando contro ai principi religiosi per i quali ha incentrato la sua esistenza, il giudizio divino. Momento tragico, così toccante da colpire il pubblico dianese al punto da rimanere quasi abbagliato davanti alla cura con la quale la Cerboncini adagia il crocifisso sul corpo dell’uomo da lei ucciso, in segno di scuse a Dio, ma non di rimpianto.

Gesto drammatico, frutto della paura di perdere il suo amato pittore, confermata peraltro dall’aria “Vissi d’arte”, precedente all’omicidio del barone, una delle più belle dell’opera in quanto è proprio qui che lo stato d’animo di Flora viene fuori, incredula di fronte a una punizione così cattiva, proprio a lei, che ha sempre vissuto d’arte e d’amore. Un’aria nella quale la nostra attrice trionfa trasformandosi nella vera protagonista di questa Tosca.

E poi c’è lui, Mario Cavaradossi, interpretato da Massimiliano Pisapia, dal quale traspare un uomo puro, amante di Tosca, follemente innamorato al punto da perdonarle la folle gelosia e la conseguente impulsività, contemporaneo in questo, diverso infatti dallo stereotipo dell’uomo ottocentesco, distaccato e poco incline a manifestare i suoi sentimenti verso la propria amata.

Emozioni che emergono dal talento attoriale e musicale del tenore coprotagonista, come si può riscontrare dall’aria “E lucevan le stelle”, così nostalgica da commuovere, così toccante da coinvolgere un pubblico totalmente ipnotizzato, reazione ancor più forte di fronte a un finale conosciuto, ma comunque ugualmente straziante, che vede la morte dei due amanti, vittime di inganno e ingenuità.

Tre atti vivi, dinamici, catartici, diretti eccellentemente da Bertolotti, il quale è riuscito a tirar fuori la vera natura della Tosca, appassionante, dolorosa, ammaliante e sotto certi aspetti davvero contemporanea.

Degne di nota sono inoltre la passione e l’energia unite di pari passo in un’Artista con la A maiuscola, il Maestro Romani, che solo a guardarlo mentre dirige la sua orchestra, suscita incanto e autorevolezza.

Così come il Coro Lirico Quadrivium di Genova dalla cui voce emerge ciò che può definirsi “impeto teatrale”, ciò su cui ruota l’impegno, la passione e il trasporto, elementi fondamentali per la buona riuscita di uno spettacolo. Talento, onere, trasporto dai quali emerge un precedente lavoro di studio da parte dai coristi coordinati egregiamente dalla responsabile Annamaria Massari e dal Maestro G.B. Bergamo.

Ammirevoli sono infine Villa Scarsella, che ha offerto il suo prestigioso ambiente a questo spettacolo rendendolo per questo ancora più speciale, e il suo impegno nel realizzare importanti eventi culturali come per l’appunto l’8° Estate Musicale Dianese facendo così sognare il suo pubblico.

Maria Pettinato

Artisti:

  • Flora Tosca: Irene Cerboncini
  • Mario Cavaradossi: Massimiliano Pisapia
  • Barone Scarpia: Enrico Marrucci
  • Spoletta: Angelo Bruzzone
  • Angelotti: Gianmaria Patrone
  • Sagrestano: Valerio Garzo
  • Sciarrone/carceriere: Giulio Ceccarelli
  • Pastorello: Giulia Medicina
  • Coro: Lirico Quadrivium di Genova
  • Orchestra Lombardia Lirica

Direzione:

  • Regia: Alessandro Bertolotti
  • Direttore d’Orchestra: Maestro Stefano Romani
  • Direttore del Coro: Maestro G.B. Bergamo
  • Scenografia/Costumi: Arte Scenica di Reggio Emilia

Eternità come libertà, aspirazione, voglia di vincere su un mondo spesso opprimente, a volte ingrato, ma anche ricordo, consapevolezza. È questo ciò che emerge dall’ascolto di Un attimo di eternità (Diesis Music Factory, 2019; produzione e arrangiamenti: Matteo Pecora), album della giovane cantautrice marchigiana Arianna Brilli.

Un timbro degno di nota, che ricorda per certi aspetti quello di cantanti ben consolidate nel panorama musicale italiano, assieme a testi ricchi di enfasi e melodie dinamiche crea un formidabile insieme perché è da questo che le emozioni vengono fuori con forza valorizzando non solo lo stato d’animo dell’artista, ma anche quello dell’ascoltatore.

Un disco capace di far uscire le proprie emozioni, di liberare o semplicemente incentivare l’ascoltatore a trovare la propria libertà mediante frasi cariche di significato che confermano l’attitudine alla scrittura da parte della cantautrice.

Improvvisamente ti senti Boicottata anche tu, come il brano che più di tutti rende l’idea di quello che è il disco della Brilli, le cui parole emergono con forza accompagnate da una musica dalla quale vengono fuori la rabbia e la delusione, ma anche energia e forza di volontà.

Danneggiata appunto, “lacerata nel petto” dal potere opprimente di qualcuno o qualcosa che giudica e calpesta. Ma poi forte, vincitrice sul nemico, illuminata dalla luce che è oltre quelle scale, capace di abbandonare il gruppo e trovare la salvezza.

E poi ci sono la spensieratezza di La mia libertà, la malinconia di Madre, la grinta di Scorre forte, per citare solo alcuni degli undici brani che compongono il disco, stati d’animo enfatizzati da naturalezza e costanza, come dimostrano gli anni di studio della Brilli alla Lizard Accademie musicali e la determinazione legata a quel periodo.

Una musica che fa riflettere, il cui obiettivo è offrire un attimo di eternità, una possibilità, quella di evadere dalla realtà, ma allo stesso tempo di osservarla e perché no, quando necessario, di trovarvi la via d’uscita e imboccare finalmente la libertà.

Maria Pettinato

Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni

Francis Scott Fitzgerald

La lettura è sempre stata parte di me… Sin da bambina infatti mi avventuravo in luoghi, spazi e mondi fantastici che mi venivano offerti dal libro che avevo in quel momento tra le mani.

“Leggere è la cosa più bella del mondo” rispondevo quando mi chiedevano qual era la cosa che più mi piaceva fare.

Era come un viaggio e direi che lo è anche oggi, il luogo tutto mio dove mi reco quando le cose vanno troppo velocemente, quando devo ritrovare me stessa o quando semplicemente ho bisogno di rilassarmi.

Esperienza comune a moltissime persone, ma a poche purtroppo quando si parla di nuove generazioni, le quali preferiscono avventurarsi nell’uso di pigre pratiche tecnologiche anziché leggere un buon libro che diciamoci la verità, oltre a essere un ottimo passatempo è un importante allenamento psichico.

Questo perché accade? E soprattutto… Com’è possibile acconsentire un ritorno all’analfabetismo, – perché credetemi, il rischio è proprio questo – nel 2019?

Affrontiamo i motivi che stanno diffondendo questa vera e propria epidemia a livello culturale…

La causa scatenante è decisamente quella che possiamo definire “mancanza di fondamenta”. Quante famiglie non hanno libri in casa, quanti genitori preferiscono mettere il proprio figlio davanti all’ennesimo demenziale cartone animato per farlo stare buono anziché leggergli una fiaba o farlo semplicemente entrare in contatto con l’oggetto-libro in età prematura?

E quanti insegnanti – fortunatamente pochi nella massa – eliminano dal proprio programma scolastico la lettura in classe e la collettiva comunicazione su essa dissociandosi da una pratica sociale da definirsi in questo caso un’occasione d’incontro e quindi una passione condivisibile.

Altra motivazione è riscontrabile nei nuovi distruttivi passatempi che spingono l’adolescente ad abbandonare quelli precedenti, come ad esempio l’uso negativo dei social network. Sono infatti la “corteggiatrice” e il calciatore di turno che non si sono mai visti con un libro in mano, come peraltro il loro modo di esprimersi conferma – e magari lo hanno anche pubblicato un libro senza però averlo mai scritto (ogni riferimento è puramente casuale!) – a rappresentare il dramma di questo millennio!

Un mondo tragico, dal quale non si vedono molte vie d’uscita e in cui il massimo livello di lettura è quello del messaggio su whatsapp.

Ma nonostante ciò credo che il futuro vedrà dei cambiamenti positivi e ciò che mi fa sperare nel miglioramento è il bambino che ogni mattina al bar della spiaggia si siede al tavolino a leggere il suo giornalino.

O chi come me alla domanda “qual è la cosa che ti piace fare di più” risponde ancora, nonostante la tragicità culturale di questi anni, che “leggere è la cosa più bella del mondo”.

Maria Pettinato

L’emigrazione, il viaggio della speranza, il grande sogno americano, la seconda guerra mondiale e l’Italia di quegli anni sono solo alcune delle tematiche che rendono Il re di carta (Ed. Emersioni, 2018), romanzo d’esordio di Maria Elisabetta Giudici, così avvincente da coinvolgere il lettore all’interno della trama riscontrandovi al proprio interno qualcosa di sé o comunque un sentimento di appartenenza.

Sono Margherita, Dwight e la loro voglia di conoscenza i protagonisti di un libro che va ad accomunare generi diversi tra loro ma comunque tutti legati a una caratteristica che travolge creando una vera e propria fame di lettura, il mistero.

È infatti l’enigma che si nasconde dietro alla ricerca di un tesoro sconosciuto a muovere le pedine, a offrirci personaggi dietro ai quali si cela qualcun altro, a smuovere la voglia di comprendere le proprie origini da una parte o la smania di ricchezza dall’altra.

Figure unite da uno stesso destino, desiderose di capire, ma quindi diverse, così come sarà differente da ciò che ci si aspettava il finale di un romanzo degno di nota proprio perché capace di offrire l’inaspettato.

Ed ecco che dietro a un apparente romanzo storico si cela dunque un giallo che si infittisce sino all’ultimo facendo sperare il lettore in una condivisione di pensieri e rapporti tra Margherita e il coprotagonista Dwight, legati inconsapevolmente dalla ricerca di un tesoro narrato e scritto in un’epoca in cui il valore della fedeltà nei confronti del proprio re significava vita.

Era l’epoca in cui si combatteva da briganti per salvare il proprio re, Francesco II di Borbone e il suo Regno delle due Sicilie dal nemico, anni in cui la condivisione di ideali e il sentimento di amore per la propria terra erano obiettivi da difendere da tutto e tutti.

Anni descritti nella loro essenza avventuriera e intrigante dalla Giudici, che non solo è riuscita a presentarceli in modo oggettivo e consapevole, come inoltre ha fatto per le altre epoche storiche raccontate, ma anche in modo passionale e quindi intrigante al punto giusto creando quel connubio perfetto che rende il testo un romanzo e non un saggio.

Emerge inoltre una grande capacità descrittiva, presente sia dal punto di vista dell’ambientazione che da quello dei personaggi, le cui caratteristiche fisiche e caratteriali sono tracciate minuziosamente da un’autrice che sicuramente avremo modo di rileggere e direi con grande piacere!

Maria Pettinato

E una settimana è passata calando il mondo della cultura in un’atmosfera nostalgica, per certi aspetti riflessiva perché è proprio questo il momento giusto, quello che fa tirare le somme.

Sono i grandi nomi di coloro che non ci sono più, ma che rimarranno per sempre nella memoria di intere generazioni come il passato ha dimostrato per qualcun altro.

Si studieranno a scuola, si parlerà delle loro imprese, dei loro successi, delle loro opere, di ciò che hanno e che non hanno fatto. Si criticheranno anche, eccome se si criticheranno! Passerà qualche giorno, qualche mese, ma poi in qualche trasmissione televisiva, su qualche canale radio, addirittura su qualche libro il loro nome uscirà di nuovo nel bene e nel male.

Ma è giusto così, questo accade quando si fa tanto per il pubblico, quando si raggiunge l’obiettivo sperato, quando si fa questo lavoro.

Ciò che comunque nella memoria e nella storia culturale rimarrà sarà il loro ricordo…

Saranno Séverine, il professor Bellavista, il commissario Montalbano a rimanere tra noi. Unicamente i loro personaggi, quelli che non moriranno comunque mai, nonostante la loro morte sia avvenuta davvero rendendo così l’Italia un po’ più triste, un po’ più silenziosa anche se solo per qualche momento.

Questo articolo non vuole essere una critica, né un parere, tanto meno un’opinione, ma vuole semplicemente omaggiare Loro, i Grandi della nostra cultura, coloro che al cinema, alla letteratura, al teatro ci hanno creduto fino all’ultimo, coloro che hanno criticato poco, ma fatto tanto.

A Loro, che meritano l’applauso più lungo che c’è, L’Artefatto offre una chiusura di sipario unica e trionfale.

A Loro, Luciano De Crescenzo, Andrea Camilleri, Valentina Cortese, L’Artefatto dice GRAZIE.

Maria Pettinato

Atmosfera grottesca, tetra, associabile a una trama altrettanto paradossale, per certi aspetti ironica, ma di quell’ironia che al proprio interno nasconde qualcosa di più, a dir poco tragico, pungente al punto giusto.

Tutto ciò è La miseria è una cosa seria (uno studio da Friedrich Dürenmatt, La visita della vecchia signora), spettacolo andato in scena il 18 luglio nel rinomato “teatro più piccolo del mondo”, il Teatro Salvini (Pieve di Teco, Im), e interpretato dalla compagnia I Cattivi di Cuore.

Sono i cittadini di Güllen, ex centro culturale in piena crisi economica, a impersonare un dramma che ha come temi principali l’odio e la vendetta per ciò che è accaduto, per ciò che è stato, ma non dimenticato dalla multimilionaria Claire Zachanassian la quale, approfittando della situazione degradante degli abitanti della cittadina svizzero-tedesca, offre loro un miliardo di franchi in cambio dell’omicidio di Alfredo che anni prima aveva negato la paternità del figlio che l’allora giovane donna aveva in grembo.

Offerta inizialmente non accettata e apparentemente accantonata, ma solo per poco perché immancabilmente è il denaro a trasformarsi nel motore dell’intero intreccio narrativo, sempre più crudele e angosciante.

È la ricchezza a muovere le pedine in gioco, semplicemente uomini e donne che perdono qualsiasi tipo di valore, anche l’affetto verso il proprio padre e l’onestà verso un proprio amico, diventando così vittime di un sistema avido, corrotto, come questo spettacolo ha perfettamente trasmesso se pur con frizzante satira.

La smania di rivalsa si approfitta così della psicologia del gruppo, che di fronte a lei, Claire, ricca e perciò autorevole e affascinante, cade nell’oblio dell’ignoranza calpestando Alfredo, vittima di violenza mentale, ancor prima che fisica, spaventato e abbandonato da chi pensava fosse amico.

Ma infine è la felicità la vera protagonista, quella degli abitanti di Güllen, soddisfatti perché finalmente anch’essi appartenenti a una società prospera, fiera del proprio benessere e perciò indifferente alla miseria altrui.

I Cattivi di Cuore l’analisi di quella società, che poi alla fine è proprio ciò che da La visita della vecchia signora viene estrapolato, è riuscita impeccabilmente a tirarla fuori offrendo al pubblico del Salvini una rappresentazione suggestiva, per certi aspetti misteriosa, centrando perfettamente il punto.

Non è infatti difficile cogliere nella loro interpretazione uno studio accurato del testo e perciò dei suoi personaggi che sono ironici quando serve, ma anche misteriosi e tragici. Non sono mancati infatti nella loro rappresentazione attimi di inquietudine sottolineati anche da movenze grottesche, quasi apatiche a volte e perciò coinvolgenti.

Maria Pettinato

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