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Un errore giudiziario, un potere corrotto, in cui a perdere è il più debole, colui che è stereotipato dallo stesso sistema che per vincere è capace di tutto, perfino di uccidere.

Caratteristiche di un thriller politico da considerarsi a dir poco perfetto, J’accuse (L’ufficiale e la spia) di Roman Polanski, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris.

Gennaio 1895, il capitano dell’esercito Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene accusato di aver fornito informazioni segrete ai nemici tedeschi e per questo condannato all’esilio nell’Isola del Diavolo. Elemento ancora più degradante per il condannato è il fatto di essere ebreo in una Francia di fine Ottocento in cui sempre più accentuato è l’antisemitismo e che spinge quindi il popolo a non credere assolutamente all’innocenza professata dall’imputato.

A smascherare l’ingranaggio di bugie che muove l’intero esercito è il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin), un uomo razionale, anch’esso legato alla normalità dell’antisemitismo galoppante e ai concetti retrogradi dell’epoca, ma amante comunque della verità, così tanto da rinunciare al suo ruolo e da andare contro tutto e tutti pur di riaprire un processo che si era rivelato fantomatico sin dall’inizio.

Ed ecco che Polanski ricostruisce il primo errore giudiziario della storia, l’Affaire Dreyfus, dal punto di vista di Picquart, ripercorrendone gli anni di emarginazione, di accuse e di solitudine in una Francia incapace di vedere l’oggettività, totalmente nascosta dietro a concetti razzisti che non fanno altro che richiamare nella mente dello spettatore la futura Germania nazista.

Un film che offre una riflessione importante sulla lotta tra realtà e menzogna, presente da sempre, confermata dai fatti reali che Polanski ci presenta, e mai come oggi così attuale, come attesta il futuristico mondo mediatico, capace di cambiare gli eventi e di trasformare chiunque in un nemico.

E viene fuori la descrizione di un sistema corrotto che ha sempre attanagliato i più deboli, ma anche i più veri, coloro che vivendo il proprio lavoro come missione hanno creduto e credono tuttora che le cose possano cambiare a discapito dei falsi, e a favore del mondo.

Uomini come Picquart, allontanato dall’esercito e da Parigi, Èmile Zola, accusato di calunnia per aver pubblicato l’editoriale J’accuse, una lettera al presidente della Repubblica in cui veniva spiegata l’oggettiva verità del colonnello, e condannato per questo a un anno di reclusione, e l’avvocato Fernand Labori, ucciso in un attentato poco prima della sentenza.

Un thriller perfetto dal punto di vista cinematografico, non solo per l’accurata descrizione di fatti storici, non sempre semplici da mettere in scena, ma anche per un film che di per sé è girato e studiato dettagliatamente, come dimostrano le favolose inquadrature che lo compongono, caratterizzate peraltro da uno straordinario livello cromatico.

Particolari importanti infatti emergono inevitabilmente, come l’impeccabile piano sequenza iniziale o la palese ricostruzione della belle époque francese in molte scene del film.

Un fattore quest’ultimo non da poco come dimostrano le scene raffiguranti la colazione sull’erba o le strade e i momenti di vita parigina, le quali riportano immediatamente alla mente gli omonimi quadri impressionisti di Claude Monet, o l’istantaneità di Gustave Caillebotte.

Colazione sull’erba (1895), Claude Monet
Una strada di Parigi; tempo di pioggia (1877), Gustave Caillebotte

Una cura per il dettaglio da sempre legata alla personalità registica di Polanski e che, non a caso, gli ha permesso di essere elogiato di molti riconoscimenti tra cui, per J’accuse, del Leone d’argento, Gran premio della giuria alla 76° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Elogi degni di un pilastro portante del cinema, come attestano opere di grande ricerca espressiva ed è ciò che a noi spettatori interessa, anche se Polaski con questo film, forse, ha voluto toccare un tasto bollente, l’accusa di violenza sessuale a suo discapito, e inviare un messaggio, che è appunto la lotta tra realtà e menzogna.

Maria Pettinato

Di tutti i campi collaterali al mondo dell’arte, sembra che lo studio per le copertine degli album musicali a 33 giri abbia a lungo tempo offerto lo scopo principale per l’evoluzione creativa del disegno commerciale.

Fino a che il compact disc non ha rivoluzionato il mercato dell’ascolto e le dimensioni degli involucri, sono state prodotte milioni di copertine e un numero considerevole di queste sono ancora in circolazione.

Una buona collezione di dischi rappresenta di solito una parte importante e significativa nella vita di chi ama la musica, e di conseguenza anche le copertine assumono lo stesso significato, certamente non ridotto alla sola funzione protettiva.

Le informazioni che esse forniscono sul contenuto del disco non si limitano solo alle parole ma vengono espresse più chiaramente e immediatamente dal disegno o dalla risoluzione grafica o fotografica che spesso denota e sottolinea il contesto in cui è collocabile il disco stesso, facendone al contempo un fattore pubblicitario facilmente riconoscibile ed efficace.

Mentre la ricerca di immagini e la ricchezza delle tecniche utilizzate è dovuta principalmente alla loro qualità di oggetto destinato a durare nel tempo, a differenza ad esempio degli involucri per cibo o per profumi a cui vengono invece attribuiti criteri di impatto commerciale, e che vengono gettati via quando il prodotto è stato consumato.

Differentemente anche dalle copertine dei libri che “soffrendo” della loro tradizione per così dire “classica”, tendono a rimanere anonime rispetto al contenuto e solo sporadicamente riportano immagini quasi sempre non rilevanti dal punto di vista artistico o di costume.

Questo ha portato dunque alla considerazione che il contesto grafico della copertina di un long playing potesse e dovesse avere prerogative tali da essere validamente considerato come risultato artistico, facente parte della compiutezza stessa dell’opera musicale, rispecchiandone o annunciandone il feeling ma anche avendo essa stessa prerogative, sfumature, riferimenti o significati propri.

Lo spazio modulare di 12 pollici per lato e da una parte può costituire una limitazione alla verve creativa, e peraltro anche una valida sfida alla ricerca ed interpretazione immaginativa, la quale trova nelle dimensioni standard degli ‘LP una condizione imprescindibile di sintesi, dove poter esprimere adeguatamente e in modo fantasioso concetti, idee o intuizioni, in rapporto al momento musicale e soprattutto di costume che quel determinato prodotto discografico rappresenta.

La grande varietà e diversità degli stili musicali ha aperto infinite possibilità al cover design, sia pur molte volte in disaccordo con la politica commerciale delle grosse case discografiche, le quali tendono a non sentire come necessario uno studio approfondito di tale settore reputato marginale e secondario rispetto ai costi di realizzazione.

Nelle grandi compagnie spesso le diverse fasi di produzione non entrano in contatto tra di loro, ed il lavoro è mosso da criteri di valutazione legati sopratutto ad una logica di mercato più che alla validità complessiva del prodotto.

Sono invece le piccole etichette indipendenti ad aver avuto il merito di essere state maggiormente consapevoli di questo potenziale apporto artistico.

Avendo un totale coinvolgimento in tutto l’iter della creazione di un disco, i piccoli operatori hanno sviluppato un genuino interesse nel collegare l’approccio musicale a quello visuale, insieme alla maggiore capacità di rischiare commercialmente anche dal punto di vista musicale.

Alla musica jazz degli anni ‘40 va il grande merito di aver rivoluzionato il sistema discografico. Dall’ingombrante e poco capiente 78 giri si è passati al più veloce sistema di ascolto del 33 giri e un terzo stampato in vinile, materiale che possedeva anche prerogative di minor peso, maggior resistenza e fedeltà di riproduzione rispetto alla ceramica dei primi dischi in commercio.

Il jazz di quell’epoca è una musica che si impone come rivoluzionaria, rispetto all’ambiente di provenienza popolare e di derivazione culturale “nera”, sia proprio dal punto di vista della composizione musicale, dei tempi e delle interpretazioni tra i vari strumenti.

Musica veloce, ritmata, di rottura rispetto a tutta la tradizione musicale occidentale, si diffonde con successo tra le giovani generazioni americane prima, ed europee in secondo tempo, proprio per la sua anima libera dai condizionamenti della greve cultura classica.

Di conseguenza anche gli involucri di carta prima e di cartone poi, che contengono i dischi jazz vengono studiati in modo che abbiano un impatto “colorato” sul pubblico.

Sia nell’iniziale studio formale e cromatico del marchio discografico, che appariva preponderante nelle prime edizioni musicali, sia successivamente nella vera e propria costruzione della copertina l’impronta jazz era facilmente riconoscibile.

La grafica, ancora molto semplice, evidenzia più le prerogative della casa discografica che quelle vere e proprie della registrazione o dell’artista, andando però via, via, sviluppando la tendenza ad inserire immagini a colori dell’autore o dell’orchestra ritratti di solito in modo semplice e diretto.

Il primo dato sociologico con cui dovrà confrontarsi il design degli album discografici si presenterà più tardi, negli anni ‘50, quando il blues ed il sound di colore prenderà piede nei gusti del grande pubblico.

All’epoca le copertine erano spesso corredate da immagini fotografiche degli esecutori, ma nella democratica America veniva ancora considerato socialmente e moralmente degradante mostrare le immagini di artisti di colore.

Per questo motivo la maggior parte delle Cover-production Blues di quel decennio riproduce un’idea “bianca” riconducibile ad un contesto “etnico” della musica blues: personaggi anonimi del popolo nero, seduti in un patio o in cammino quasi sempre con la chitarra, nel suggestivo paesaggio del Sud.

Dopo aver faticosamente superato l’impatto razziale, per molti anni le Jazz-cover hanno teso ad una sostanziale sobrietà realistica dell’immagine per distanziarsi ed evidenziarsi rispetto al “romanticismo tradizionale” o alla seriosità datata che abbondano invece sulle copertine dei dischi di musica classica, mai, peraltro, approdate ad un linguaggio stilistico tale da rendere merito alle profondità immaginifiche che la musica classica possiede.

Nell’ambito jazz degli anni ‘60 è da ricercarsi anche la prima copertina apribile a due ante, edita dalla Impulse Records americana ed i pregevoli lavori fotografici di Wolff, per la Blue Note, di Bob Fischer per la RCA e di Toni Frissel per la United Artist Records.

Per la Blue Note tra il 1957 e il 1958 lavorerà anche Andy Warhol nella realizzazione di due cover per altrettanti ‘LP di Kenny Burrell.

Con il passare del tempo la ricerca jazz è andata intellettualizzandosi, e fondendosi con altre sonorità musicali, staccandosi sempre più dall’ambito popolare che l’ha vista nascere.

Perciò, essendo sempre più rivolta ad un pubblico specifico, la produzione jazz non ha avuto bisogno di immagini eclatanti e colori sgargianti, né di seguire particolari condizionamenti delle mode, pur non mancando mai di giocare linguisticamente con temi grafici molto diversi tra loro come l’umorismo, il mondo delle fiabe, il collage surrealistico.

Esistono anche esempi di primitivismo etnico, di riferimenti all’Arte Moderna o di feroce satira verso la produzione classica: senza però che sia mai stato abbandonato un certo stile sobrio ed elegante.

Ne sono conseguite scelte raffinate e molto curate delle fotografie, delle impostazioni scritturali e grafiche ed una ricerca estetica dell’impaginazione che ha creato vere e proprie linee di tendenza stilistiche per cui data una copertina già si riconosce l’impronta inconfondibile dello stile e del tipo di ricerca musicale proprie della casa discografica che l’ha prodotta.

Emblematica in tale senso è l’etichetta tedesca ECM Records (Eicher Club Music) fondata nel 1979 da Manfred Eicher per coniare un nuovo modo di intendere il jazz nei suoi risvolti di perfezione tecnica, di ricercatezza delle sonorità o di fusione etnologica.

Nell’ECM sono confluiti musicisti come Don Cherry (scomparso recentemente), John Abercrombie, Gavin Bryars, Jon Hassell, Ralph Towner ed altri della stessa levatura.


Manfred Eicher ha sempre avuto una particolare sensibilità verso gli involucri dei suoi album, curatissimi dal punto di vista ipaginativo.

Fotografi come Roberto Casotti, Franco Fontana, Luigi Ghiri e Frieder Grindler sono pregevoli autori di molte delle covers ECM, mentre l’aspetto grafico è quasi sempre affidato al raffinato gusto estetico di Barbara Wojirsch. Del 1980 è la copertina firmata Michelangelo Pistoletto dell’album Ah per il quartetto di Enrico Rava.

Per quanto riguarda il jazz inglese, soprattutto degli anni ‘70, vorrei infine soffermarmi sulla casa discografica Vertigo Records, la quale ha posto come etichetta tonda al centro del disco di vinile una delle “spirali” di Marcel Duchamp che ruota di fatto quindi, proprio a spirale come è nello spirito originale dell’opera duchampiana.

Della Vertigo Records vorrei citare le copertine di Ian Carr e dei Nucleus realizzate in stile cartoon da Keith Davis o da Roger Dean che più tardi svilupperà l’illustrazione fantastica nell’ambito pop, in particolare le copertine degli Yes e di altri noti gruppi rock inglesi dell’epoca.

Cristina M. D. Belloni

A volte nella vita capita di fermarsi, prendere coscienza e ripartire meglio di prima, con consapevolezze più mature, e scoprire che tutto è più chiaro, decisamente più semplice.

Più semplice come il titolo del nuovo brano, in uscita oggi 30 novembre, della cantante sanremese Monia Russo, conosciuta oltre che per le sue straordinarie doti canore, frutto di un talento prematuro, ma anche di anni di studio come attesta la laurea conseguita con lode al Conservatorio G.F.Ghedini di Cuneo, per le sue partecipazioni al Festival di Sanremo rispettivamente nel 2006 con Un mondo senza parole, che la vede finalista nella categoria Giovani, e insieme al cantante Povia con Luca era gay e La Verità nel 2009 e nel 2010.

Un singolo, Più semplice, scritto in collaborazione con il musicista Fabio Fornaro, con il quale è nata una vera e propria collaborazione artistica che si è protratta per altri brani che comporranno il prossimo album della cantante la cui uscita è prevista per aprile 2020, “ma di cui non si può ancora svelare nulla!” – come ha sottolineato la nostra Monia – e che, perciò, può definirsi “l’apertura di un nuovo capitolo dal punto di vista artistico, una sorta di ‘lancio’ per il lavoro che arriverà dopo”.

“È una canzone d’amore direi, una presa coscienza della fine di un amore, che ha sicuramente dei grandi rimpianti e una grande tristezza nel cuore, ma anche la speranza di potersi rincontrare in una veste più matura” spiega la cantante.

“Da certi errori si possono cogliere sfumature differenti, che ti permettono di diventare una persona migliore”, ma questo non significa abbandonare il passato, che è comunque un bagaglio e come tale serve a tirare fuori ciò che si ha dentro, come specifica la volontà di scriverlo, di liberarsene forse, senza comunque mai dimenticarlo.

“È stata un’esigenza buttare fuori le mie emozioni, che volente o dolente sono frutto della mia persona” ha sottolineato in tal senso, facendo emergere quella che è in realtà Monia, una di noi prima di tutto.

Ora è infatti il momento in cui tutto torna alla luce e ci presenta un’artista diversa, nuova, non più “ragazza” ma donna, con una passione più saggia per questo lavoro, con una visione oggettiva del cambiamento che il mondo della musica ha vissuto in questi anni, e perciò pronta ad affrontarlo sotto una veste differente, più confidenziale, come attesta la volontà di passare da Monia Russo a semplicemente Monia.

“Voglio dare del tu ai miei fans, voglio essere meno distante e più anima e non vedo l’ora di sapere cosa ne pensa il mio pubblico!”, la cosa più importante per lei che oltre alla passione ci ha messo determinazione, anni di studio e di fatica.

E che ha capito quanto sia importante la presenza e il confronto con gli altri, un vero e proprio imput per andare avanti, confermato dalla collaborazione che ruota attorno al suo progetto legata alla prevalente presenza di donne in vari campi, come quello dei social ad esempio, fondamentale per creare un rapporto a tu per tu con il proprio pubblico.

“Sei tu l’artista, ma sono le persone che ti circondano a portarti alle stelle o alle stalle” e questa consapevolezza è necessaria per rimanere con i piedi per terra, sempre se stessi e importante perché consente di trasmettere emozioni di vita quotidiana, sentimenti veri e reali.

Ed è tramite la scrittura e la musica, specchio di ciò che si è e si ha dentro, che si traducono le esperienze più intime, più reali, sostanzialmente ciò che siamo. E grazie a questa “sorta di crescita e di maturità continua” Monia è rimasta una di noi, decisamente più semplice e vera.

Maria Pettinato

Monia Russo (@monia_real) nasce a Castellaro (Im) il 5 maggio 1988. Nel 2004 è undicesima su quattrocento concorrenti all’Accademia di Sanremo e nel 2005 si aggiudica la seconda posizione al Festival di Castrocaro Terme. Voci e volti nuovi. Nel 2006 raggiunge la semifinale nella categoria Giovani al Festival di Sanremo con il brano Un mondo senza parole (brano di Bruno Illiano) e da questa esperienza è di fatto la prima cantante sanremese a partecipare al Festival della canzone italiana. Nel 2009 e nel 2010 torna sul palco sanremese assieme a Povia rispettivamente con Luca era gay e La verità; da queste collaborazioni Monia lo seguirà in tourneé. Nel 2011 si conclude la sua prima tourneé nazionale da solista. Consegue con lode la laurea triennale presso il Conservatorio G.F.Ghedini di Cuneo – indirizzo Popular music nel 2015. Dal 2016 al 2019 collabora con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta dal Maestro Roberto Molinelli con un tour nazionale. Sono molte le partecipazioni all’estero in rappresentanza della musica italiana e le collaborazioni avviate in questi anni con artisti importanti nel panorama musicale italiano, tra cui, per citarne una, quella con Miki Porru per l’album Hotel Disamore (brano: Inquieti e incantevoli) nel 2019.

È un’attesa scalpitante quella per l’uscita della seconda versione cinematografica di Diabolik diretta dai Manetti Bros, programmata per la fine del 2020.

Ebbene sì, perché Diabolik ha accompagnato intere generazioni e perché, nonostante le sue avventure sfidino i limiti legislativi, lui è un vero e proprio vip, uno di quei personaggi che entrano nella mente e nel cuore del lettore-spettatore e difficilmente vi escono.

È difatti nato nel 1962 quando le sorelle Angela e Giuliana Giussani, fondatrici della casa editrice milanese Astorina, ce lo hanno presentato sotto forma di fumetto garantendogli da subito un successo strepitoso.

Fama confermata dall’omonimo film in pieno stile sessantottino con tanto di spirito pop art, futurista e psichedelico diretto nel 1968 da Mario Bava.

Ma arriviamo al dunque… Diabolik, uomo misterioso, autorevole, sfuggente, sarebbe davvero quel Diabolik senza Eva Kant?

Ho sempre pensato, sin da bambina quando ogni settimana era tappa fissa in edicola a comprare il mio giornalino preferito, che in realtà la vera protagonista fosse indubbiamente Eva, femme fatale del fumetto italiano, dotata di fascino irraggiungibile, razionale, ma allo stesso passionale, abile nel gestire il marito e la sua temerarietà.

Questo personaggio, nato nel 1963, ha in realtà una storia precedente all’incontro con Diabolik, importante per comprenderla e giustificare il suo spirito di vendetta.

Figlia illegittima di Lord Rodolfo Kant, passa la sua giovinezza in un orfanotrofio, consapevole del fatto che la sua vita un giorno sarebbe cambiata, come dimostra la successiva fuga in Sud Africa e la carriera di spia industriale.

Prime immagini di Miriam Leone nel set di Diabolik dei Manetti Bros

La volontà di ritorsione viene fuori nel momento in cui scopre che, ad avere ucciso il padre, vittima di un intrigo familiare, ci ha pensato il cugino Anthony Kant che ingannato, sposa la stessa Eva. Un matrimonio concluso con l’omicidio di quest’ultimo per mano di una pantera nera inviata dalla stessa Kant.

Diabolik diretto da Mario Bava

Un racconto pragmatico legato a una donna cresciuta sola e per questo determinata e carismatica. Una personalità forte, apparentemente capricciosa e forse futile inizialmente, ma in realtà complessa intellettualmente e perciò autonoma nelle sue scelte e nelle sue azioni, viene fuori come tutti i protagonisti che si rispettino.

Marisa Mell nel ruolo di Eva Kant in Diabolik (1968, Mario Bava)

Non mancano infatti occasioni in cui è lei a muovere le redini, ad agire razionalmente, dimostrando sicurezza ed emancipazione dal marito.

E per questo è lei a salvarlo in varie occasioni, ma soprattutto a progettare azioni dalle quali emergono sfumature malvagie, ancor più diaboliche rispetto a quelle del re del terrore, Diabolik appunto, frutto della freddezza emotiva che la caratterizza.

Ma che la rende anche inevitabilmente perfetta non solo nel modo di agire, ma anche nella sua sensuale fisicità. Eva è infatti atletica, bella, curata, dai tratti nordici e con un cognome tedesco, diva si suol dire come dimostra la somiglianza alle più famose attrici degli anni Sessanta, partendo da Grace Kally per citarne una, alla quale le sorelle Giussani si ispirarono per la sua creazione.

Una bellezza intrigante e passionale, capace di travolgere Diabolik, attratto ovviamente da una donna di questo genere, capace di mantenere acceso il loro rapporto che è complice e duraturo e perciò spesso invidiato.

Legame moderno che attesta lo spirito innovatore degli anni Sessanta, in cui lei non è remissiva e nascosta dietro l’autorevolezza di un uomo come lui, ma è al suo stesso livello, se non addirittura più ingegnosa, ladra impeccabile e complice amante.

Caratteristiche non facili da interpretare, ma che sicuramente Miriam Leone, protagonista del prossimo Diabolik, riuscirà a presentarci impeccabilmente, non solo perché sensuale per natura, ma anche e soprattutto grazie alla già dimostrata bravura attoriale.

Maria Pettinato

Dopo il successo del Montecatini International Short Film Festival in cui ha ricevuto l’ambito Premio Innovazione Cinematografica, Mirko Alivernini è pronto a presentare al pubblico il suo nuovo atteso progetto Nika – vite da strada.

Nika – vite da strada è un’opera attuale e di profondo rilievo sociale. La violenza sulle donne, il bullismo e l’alcolismo sono temi presenti all’interno del film. È un lungometraggio in cui si trattano problematiche forti e dolorose ma in grado di produrre la forza necessaria per cambiare il proprio destino e salvarsi.

L’opera è stata girata interamente con uno smartphone; nello specifico i modelli P20 Pro e il P30 Pro della Huawei. Mirko Alivernini, da sempre innovatore, è infatti, il primo regista italiano ad utilizzare nelle sue opere una tecnologia a doppia intelligenza artificiale.

Il pregio di questi modelli di smartphone è la qualità tecnica fornita. Dotati di una doppia intelligenza artificiale, possono contare su una ottimale registrazione audio, su tre fotocamere con le prestigiose ottiche della Leica e sulla possibilità di utilizzare uno stabilizzatore; tutto ciò rende le immagini prodotte pulite e nitide anche tenendo in mano il dispositivo correndo. Questo consente di abbattere i tempi di realizzazione di ogni singola scena e quindi i tempi di lavorazione dell’intero progetto.

Negli Stati Uniti molte produzioni cinematografiche stanno iniziando ad utilizzare questa nuova metodologia ma, in Italia, Mirko Alivernini e la sua casa di produzione, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà, sono i primi in assoluto a lavorare in questo modo.

“Il mio intento è quello di far capire agli addetti ai lavori e al pubblico che si può fare un cinema di alta qualità non utilizzando necessariamente dei metodi tradizionali. Il cinema è stupire e creare. Questa per me è la regola” dichiara Mirko Alivernini.

L’alta qualità del suo cinema gli ha consentito di ampliare il progetto: il lungometraggio, infatti, nato originariamente per le piattaforme sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche, grazie alle tante proposte giunte dagli addetti ai lavori.

Nika – vite da strada è la storia di una ragazza che vive ai margini di una borgata di periferia romana alle prese con pesanti problemi economici familiari causati da forti debiti accumulati dal padre. La protagonista conduce una vita basata su combattimenti clandestini per consentirle di vincere somme di denaro ma incombe anche la figura di un losco strozzino il quale pretende in poco tempo la restituzione di un prestito. La giovane decide di farsi allenare in una palestra da un ex campione di pugilato con l’intento e l’obiettivo di sfidare nel titolo mondiale della sua categoria la campionessa del mondo in carica. Tuttavia i regolamenti sono chiari e appare difficile che la Federazione possa accettare di far disputare un incontro ufficiale ad una atleta senza alcun titolo. Come risolvere il problema e come trovare la soluzione più idonea per i debiti familiari?

Nel cast Noemi Esposito, Giulio Dicorato, Stefania Della Rocca, Luigi Converso, Andrea Sasso e Vincent Papa.

Le musiche originali del film Nika – vite da strada sono ad opera di Giordano Alivernini (canale Youtube: www.youtube.com/aliverjmusic).

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Mirko Alivernini, classe 1980, è un attore, autore, regista e conduttore romano che fin da giovanissimo sviluppa un amore sviscerale per l’arte e il mondo dello spettacolo, facendo diventare la sua passione una professione. Inizia, infatti, la sua carriera in televisione, dove debutta nel 2004 a livello regionale e successivamente nazionale. Fonda, in seguito, una sua casa di Produzione insieme ad Alessio Purger, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà. Cura e crea molti format televisivi, per poi approdare ai film nel 2010 con Storie di Borgata in cui è autore e attore e per cui vince un prestigioso premio al Premio Euro Mediterraneo a Roma. I suoi lavori riscuotono successo, conquistando il pubblico e la critica. La passione e il talento gli fanno ottenere importanti riconoscimenti. Nel 2016 la serie tv Il Potere di Roma, prodotta nel 2015, in cui è autore, regista e protagonista, viene premiata all’International Rome Web Festival come Miglior Idea Originale ed ottiene la qualificazione al Washington Web Festival, dove nella primavera nel 2017 ottiene un altro riconoscimento. La serie tv era l’unica produzione italiana a partecipare al concorso negli Stati Uniti.

Nel 2017 con il cortometraggio prodotto nel 2016 L’Ultimo Pescatore, per la regia di Gianluca Della Monica, in cui Mirko Alivernini è protagonista, ottiene il Premio Vincenzo Crocitti. Il 2017 è l’anno in cui Mirko Alivernini accresce ulteriormente le sue produzioni dedicandosi come autore, regista e attore protagonista, al mondo del web system con il film Il Ribelle, uscito sulla piattaforma Shout Distribution. Seguirà Il Ribelle 2 – Escape from the City e il cortometraggio Armageddon. Nika – vite da strada è il suo ultimo progetto di prossima uscita nelle sale cinematografiche e sulle piattaforme smart tv e web.

La cultura è uno stato d’animo e per tale motivo ha la capacità di esercitare una notevole influenza sul nostro modo di pensare e quindi di vivere e di comportarci.

È cultura tutto ciò che riguarda la nostra persona e perciò non è limitata a mera conoscenza intellettuale. Anche se, ahimè, il pensiero occidentale l’ha definita più volte un elemento razionale imprescindibile al nostro benessere. Molto all’illuminista per dirla corta!

In realtà le cose anche qui stanno cambiando. Il pensiero attuale infatti comincia a orientarsi verso aspetti diversi, i quali richiamano luoghi e tematiche orientali incentrate sul benessere mentale e fisico, fondamentali per vivere nel migliore dei modi, soprattutto in questo periodo storico, caratterizzato da stress e alienazione, due veri e propri mali per la nostra salute.

Ma per farlo occorre affidarsi alle mani di personalità preparate professionalmente. L’Artefatto ha incontrato una di loro, Iolanda Di Lionardo, operatrice olistica imperiese specializzata in riflessologia plantare e in micromassaggio cinese.

Due tipologie di massaggio incentrate sul “riequilibrio dell’energia vitale, fondamentale per il benessere psico-fisico permettendo all’individuo di vivere in serenità con se stesso e con il mondo circostante” ha precisato la Di Lionardo che, con costanza e passione ha frequentato importanti corsi che le hanno permesso di sviluppare le proprie capacità.

“Oggi si lavora sulla persona trattata da un punto di vista energetico, quindi fortunatamente in tal senso si sta praticando un’evoluzione culturale”, spiega. “È infatti importante conoscere la causa di un malessere e lavorare su di essa, anziché oscurare il problema. È quindi essenziale uscire da determinati schemi interiori”.

Ed ecco che viene fuori lo scopo di queste due terapie, nate dalla medicina cinese e incentrate sul tocco di precisi punti del corpo, per ciò che concerne il micromassaggio cinese, e in particolare del piede e della mano per quanto riguarda la riflessologia plantare.

In quest’ultimo caso, precisa la Di Lionardo, “il massaggio viene effettuato esercitando una pressione decisa sui cosiddetti ‘punti riflessi’, sempre tenendo conto della percezione e risposta al dolore di chi riceve. Ad esempio: se la persona che vado a trattare lamenta dolori alla testa concentrerò il massaggio sul ‘punto riflesso’ corrispondente in questo caso all’alluce del piede”.

E come si fa a capire che è quello il punto adatto e corrispondente alla problematica della persona trattata? “Bisogna partire dal presupposto che il piede è lo specchio della nostra persona e come tale ogni suo punto corrisponde alla problematica fisica”.

“Mi spiego meglio… Il piede è suddiviso in vere e proprie zone riassumibili in mentale, emozionale, intimo-profonda e istintivo-sessuale. A loro volta queste zone corrispondono ai nostri organi. Se una di queste ‘emozioni’ viene colpita, a sua volta verrà colpito l’organo corrispondente. Partendo dalla causa può risolversi il problema fisico e ovviamente quello mentale”.

Trattamenti importanti per la nostra persona che, se eseguiti con costanza, la trasformano interiormente rendendola più consapevole e determinata nel voler agire e risolvere il ‘problema’ una volta per tutte.

Fondamentale è dunque il concetto di vita in sé che secondo l’antico pensiero cinese è “un circolo continuo e come tale è legata sotto ogni aspetto alla natura, che è anch’essa trasformazione e movimento costante”, caratteristiche non da poco per comprendere i nostri cambiamenti fisici ed emotivi in corrispondenza ad esempio a quelli delle stagioni.

È importante dunque entrare nel profondo della persona trattata e ottenere così la sua fiducia. Un aspetto questo non sempre facile da raggiungere, soprattutto quando si parla di persone anziane, diciamo più diffidenti rispetto ad altre, a causa di mentalità e idee diverse.

Una questione delicata è ad esempio la difficoltà dell’anziano, e non solo, nello spogliarsi davanti a una persona comunque estranea. Iolanda ha voluto precisare in tal senso che “sia il micromassaggio cinese, sia la riflessologia plantare si possono effettuare benissimo anche da vestiti, in quanto la pressione sui punti trattati viene raggiunta efficacemente anche in tal modo”.

Inoltre, per tutti coloro che hanno problemi nel raggiungere il centro estetico L’Isola che c’è (Via G. Straforello 32, Imperia), con il quale collabora, è da lei offerto il trattamento a domicilio. Un elemento a dir poco positivo, soprattutto per persone con problematiche motorie.

Concludiamo l’articolo augurando un grande in bocca al lupo alla nostra Iolanda Di Lionardo e un buon massaggio a voi cari lettori!

Maria Pettinato

IOLANDA DI LIONARDO

Ha conseguito il Corso biennale di formazione professionale per operatore di riflessologia plantare presso l’Associazione culturale Bios di Genova (2013), il Corso di riflessologia avanzata (2015) e il Corso di micromassaggio cinese (2015) presso La Verbena di Albenga.

È operatrice olistica a domicilio e collabora con il centro estetico imperiese L’isola che c’è.

Contatti: tel. 339 7379417, mail. idilion@libero.it

La forza dell’amore è il tema centrale di un film dal quale apparentemente traspare complicità per le tematiche affrontate, Tutto il mio folle amore diretto dal premio Oscar Gabriele Salvatores.

In realtà di complicato non ha nulla, perché non c’è niente di più semplice che il naturale legame tra genitore e figlio. Così puro e genuino che a volte ci si commuove solo a immaginarselo, figuriamoci a viverselo.

È la storia di Vincent (Giulio Pranno), un ragazzo autistico cresciuto con la madre Elena (Valeria Golino) e il padre adottivo Mario (Diego Abatantuono). Una famiglia tenuta in piedi da un fragile equilibrio, che però si rompe quando Will (Claudio Santamaria), padre biologico del ragazzo, chiede di poterlo incontrare.

Una richiesta alla quale segue l’ira di una donna che è stata abbandonata sedici anni prima da un uomo che amava e dalla fuga del loro figlio il quale, a insaputa dei tre, si nasconde nel furgone del famoso cantante nei Balcani.

Ed ecco che un ragazzo “strano” comincia il suo viaggio con un uomo altrettanto “strano”, un padre che non odia perché lui, Vincent, è diverso da tutti gli altri, lui ama davvero, lui non prova rancore. Non sa cosa sia e perciò chiede solo amore.

Un amore folle. Perché la follia è ciò che lo muove, nella sua genuinità, nella sua verità.

E strano è un viaggio dal quale emergono assieme ai sentimenti, gli aspri paesaggi sloveni e croati che mano a mano si addolciscono lasciando il posto alla dolcezza e alla calma del mare. Metafora di un cambiamento che tocca il cuore di tutti i personaggi del film.

Tema caro a Salvatores che, in un certo senso, Mediterraneo ce lo vuole ricordare qua e là riprendendo con la macchina da presa i valori genuini e la purezza insiti nelle piccole cose offerte dalla vita, da un semplice tramonto a un matrimonio gitano, dal vento sulla faccia allo sguardo di un cavallo salvatore.

La vera musica della nostra esistenza, ciò che la movimenta, la diversità. Centrale perché è ciò che diffonde note di colore.

E quando Elena – madre arrabbiata con la vita perché questa l’ha colpita violentemente punendola dei suoi errori – si accorge che la bellezza è proprio in quelle cose, ecco che, finalmente, si perdona e comincia a vivere.

E lo fa nella diversità di suo figlio, in quella di Will, in quella di un popolo che ha vissuto la sofferenza ma che ne è uscito con gioia, in quella di un marito che l’ha salvata, ma soprattutto e consapevolmente nella sua.

Una pellicola tratta dal romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Flavio Ervas, nato a sua volta da una storia vera e proprio per questo reale, forte a volte, ma unica nella sua semplicità. Perché è famiglia e come tale è bonaria.

Figlia di un film da definirsi perfetto dal punto di vista critico, non solo per quanto riguarda il ritorno sul podio di Salvatores, regista nostrano e perciò artigiano come ormai pochi rimasti, ma anche quando si parla degli attori che lo hanno reso così speciale, da una malinconica e combattente Golino a un equilibrato Abatantuono che, ancora una volta, ha trionfato.

Degna di nota è l’emblematica interpretazione di Giulio Pranno, per la prima volta nelle vesti di attore. Un ruolo, quello di Vincent, non semplice da mettere in scena, ma a dir poco riuscito.

Così come eccezionale è quella di Claudio Santamaria, il cui carisma ancora una volta traspare nel ruolo di un personaggio debole e perciò vittima dei suoi stessi errori, ma allo stesso tempo voglioso di farcela, di dimostrare a se stesso e a Vincent di essere padre prima di tutto.

Ma anche uomo, e non più solo il Modugno della Dalmazia. Soprannome-omaggio al cantante pugliese che emerge non solo nello stile e nelle canzoni offerte dal personaggio durante il suo tour nei Balcani, come Nel blu, dipinto di blu o Tu si na cosa grande, ma anche nel titolo stesso del film, Tutto il mio folle amore, verso della canzone Cosa sono le nuvole.

Musica non da poco, confermata peraltro dalla scelta di usare come colonne sonore le autorevoli e azzeccate Vincent di Don Mc Lean e Next to me degli Imagine Dragons.

Maria Pettinato

Fiorella Mannoia è da sempre un mix di energia, sensibilità ed eleganza. Caratteristiche che traspaiono dalla sua voce, dai testi delle sue canzoni e dal suo vitale modo di esibirsi.

Ed è ciò che è emerso in occasione del suo concerto al Teatro Ariston di Sanremo (Im) il 24 ottobre scorso, una tappa fondamentale per il Personale Tour 2019 della cantante romana.

Una serata a dir poco indimenticabile, un momento di vera e propria unione, di estasi direi, in cui le emozioni di Fiorella sono diventate un po’ le nostre e le nostre si sono trasformate nelle sue.

Un’occasione artistica che si potrebbe racchiudere in tre parole: dinamismo, amore e malinconia. E che ha rappresentato per lei “38 anni di ricordi” come ha scritto sulla sua pagina Facebook riferendosi alla serata trascorsa al Teatro Ariston.

Dinamiche tonalità passate e presenti che, pur non essendo propriamente rock – come la cantante ha specificato durante il concerto sanremese – , trasmettono calore ed energia.

La sua è infatti una musica che rimane nella memoria non solo per le parole che l’accompagnano e per un timbro di voce unico come il suo, ma anche per l’uso di una strumentazione vigorosa di per sé, la quale ricorda sovente paesi e culture lontane.

E associate a ciò ci sono l’amore e la malinconia, sempre assieme, sempre legate tra loro, che ci si riferisca a quello tra uomo e donna, o quello tra madre e figlio, o semplicemente di amore per la propria patria. Sempre di sentimento profondo si parla, così come sempre vita è e per questo degna di essere vissuta.

Tematiche attuali, ma anche remote, facenti parte di ognuno di noi e forse a volte dolorose proprio per questo. Così vere, così reali da farci riflettere, da farci capire che forse è arrivato il momento di cambiare, di reagire, di lasciare alle spalle ciò che non serve “alla propria sopravvivenza”, perché fa male a noi stessi e a chi ci circonda.

Ecco cos’è la musica di Fiorella, ecco ciò che ha trasmesso tra lacrime, gioia e determinazione in una serata piovosa di ottobre su un palco che per lei rappresenta dal 1981 una croce, ma anche una delizia, un ricordo e un’emozione.

La musica è vita, è amore, è passione. E la sensibilità è ciò che muove le sue note, delicate, percettibili e comunicative.

Maria Pettinato

Il teatro è per sua natura magico. Riesce infatti a trasmettere sensazioni ed emozioni, positive o negative che siano, in modo a dir poco sublime.

È passione, istinto, impulso e per questo irrazionale. E come tale non poteva non essere scaramantico! Leggende, usanze, superstizioni gli appartengono e, cari Artefattini, anche queste sono storia del teatro.

Ecco a voi 5 FAMOSE CURIOSITÀ:

1. LA CADUTA DEL COPIONE

La sventura apocalittica per definizione prima di uno spettacolo teatrale riguarda la caduta accidentale del copione durante le prove. Questo infatti significa “flop dello spettacolo”. Per scongiurare la sfortuna l’attore deve sbatterlo per tre volte sullo stesso punto in cui gli è caduto.

2. MERDA, MERDA, MERDA!

Questa espressione, usata prima di una messinscena e molto conosciuta da attori e spettatori, deriva dall’usanza ottocentesca di andare a teatro in carrozza. La presenza di molti escrementi di cavallo davanti al teatro significava un elevato numero di pubblico allo spettacolo. L’espressione risulta perciò un augurio di successo.

Horse and a beautiful old carriage in old town.
3. IL CHIODO STORTO

Trovare un chiodo storto sul palcoscenico è un segnale di buon auspicio. Indicherebbe la fretta dei tecnici di montare la scenografia. Questo significherebbe che lo spettacolo è fortemente atteso dal pubblico.

4. I COLORI VIETATI

Esistono liste di colori da indossare MAI E POI MAI in teatro. Essi cambiano di paese in paese per varie ragioni.

In Italia a portare sfortuna se indossato sul palco è il colore viola. Il motivo è riscontrabile nel Medioevo e associabile al periodo quaresimale, durante il quale erano vietate le rappresentazioni teatrali, il che significava per gli attori “disagio economico” per quaranta giorni. E qual è il colore indossato dai sacerdoti durante la Quaresima? Ovviamente il viola.

In Francia il cattivo presagio è indicato nel verde. Molière morì sul palco il 17 febbraio 1673 durante la rappresentazione de Il malato immaginario e quel giorno il colore del suo costume era il verde.

A portare sfortuna in Inghilterra è il blu. Pare infatti che secoli fa le stoffe di questo colore fossero molto costose. Molte compagnie per il gusto del pubblico le acquistavano senza potersele permettere, andando così incontro al fallimento.

5. MAI DIRE MACHBET!

Machbet è la più breve e una delle più importanti tragedie di William Shakespeare. Pronunciare ad alta voce questo nome in teatro porterebbe sfortuna. Pare infatti che l’opera del drammaturgo inglese conterrebbe al suo interno degli incantesimi copiati a un gruppo di streghe le quali, avendo scoperto il suo gesto, avrebbero maledetto la tragedia.

Maria Pettinato

Siamo abituati a pensare a Joker come la nemesi di Batman, il genio del male, un criminale psicopatico amante di omicidi.

Questa volta è qualcosa di più. Il Joker di Todd Phillips, Leone d’oro al Festival di Venezia 2019, è un personaggio studiato nel dettaglio, la raffigurazione della disuguaglianza e del degrado sociale, nonché la rabbia dei giorni nostri.

È il 1981. Arthur Fleck è un clown affetto da un disturbo psichico che gli provoca incontrollabili attacchi di risate in momenti di tensione. Vive con l’anziana madre Penny a Ghotam City e ha un sogno: diventare un comico di successo.

Lotta con educazione e in punta di piedi per raggiungere il suo progetto, senza però ottenere nulla di concreto rimanendo lo zimbello da prendere in giro e bullizzare.

Fino a che non si trasforma ne “l’assassino dei ricchi”, in una sorta di “eroe della follia” per la massa degradata che abita nei quartieri altrettanto deteriorati di Ghotam e che come lui non ha possibilità di emergere in un sistema in cui solo il potente privo di valori e indifferente verso il prossimo ha la meglio.

La stessa folla che fino a poco prima non aveva considerato Arthur o al massimo lo aveva emarginato.

Si assiste dunque alla trasformazione di Fleck in Joker e della sua vita che “da tragedia diventa commedia”. Un cambiamento che rende sempre più evidenti i suoi disturbi della personalità, legati a un’infanzia abusata da una madre altrettanto malata.

Ed è così che viene fuori la storia di Joker per quella che è, raccontata da un punto di vista inusuale e assolutamente originale, diretta da un regista che aveva in mente un personaggio differente dalle precedenti versioni cinematografiche.

Un thriller psicologico in cui il protagonista è nato da un progetto a quattro mani avviato assieme all’attore che lo ha interpretato, Joacquin Phoenix, il quale è decisamente entrato nella psiche di Joker per poterla rappresentare al meglio.

Un ruolo degno di Oscar, non facile da mettere in atto, ma riuscito positivamente, come se Phoenix si fosse oggettivamente trasformato in Arthur/Joker.

E lo abbia fatto non solo dal punto di vista psichico ed emotivo, ma anche fisico come dimostrano i 23 kg in meno dovuti a una dieta ferrea, le inquietanti espressioni del viso e gli angoscianti movimenti del corpo che lo rendono meno umano e sempre più grottesco, ma anche più leggero ed elegante ricordando per certi aspetti le maschere della tragedia greca e della commedia dell’arte.

Nel raffigurare il disagio di Arthur, Phillips non ha fatto altro che portare a galla ciò che è la società attuale, apatica e priva di senso comune, ma soprattutto di riferimenti reali e perciò portata all’anarchia da assassini e criminali.

Ghotam è quindi il mondo di oggi in cui c’è chi emerge facendo buon viso a cattivo gioco come Murray Franklin, presentatore di talk show che contribuisce al crollo psichico di Joker, interpretato da Robert De Niro che, dal punto di vista attoriale, definisce il suo ruolo nel film un omaggio al Re per una notte (1983) di Martin Scorsese.

Non mancano infine chiari riferimenti a Charlie Chaplin che si ritrovano esplicitamente nella canzone Smile, da lui composta per Modern Times, o nelle scene che lo raffigurano, ma anche nella sua visione tragica sui “tempi moderni”, direi azzeccata oggi come allora.

Maria Pettinato

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