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Quello femminile è un universo straordinario, dotato di forza, talento ed energia. Eppure non sempre noi donne comprendiamo sino in fondo quello che si nasconde dentro di noi.

Una mancanza di consapevolezza che si presenta ancor più di fronte a momenti di sconforto, in cui la nostra autostima è a terra, magari a causa di una giornata no a lavoro, del ciclo che intacca notevolmente i nostri ormoni, o magari ahimè a causa dell’uomo sbagliato.

Perché diciamoci la verità… quando un uomo colpisce la tua autostima non è quello giusto!

Ma questo noi facciamo fatica a capirlo e quindi perdiamo tempo dietro a vera e propria futilità, senza renderci conto di quello che noi donne siamo in realtà.

Già solo con il fascino interiore che ci caratterizza potremmo comandare il mondo! Figuriamoci cosa potremmo fare se lo associassimo alla nostra energia, alla nostra essenza, alla nostra forza!

L’unione di queste qualità ci porterebbe a raggiungere tutti i nostri obiettivi, anche quelli che apparentemente ci sembrano impossibili da raggiungere, compreso l’uomo che pensiamo sia quello dei nostri sogni. Anche se in realtà… poi da donne determinate e consapevoli ci domanderemo: ma è davvero lui l’uomo dei nostri sogni?

Ecco cosa traspare da un romanzo che ho letto recentemente, la storia che ogni donna dovrebbe leggere, non solo perché appassionante, ma anche perché capace di aprire in noi la curiosità necessaria per conoscerci fino in fondo e comprendere così quello che siamo in realtà: pura forza.

Mi riferisco a La profezia della curandera di Hernàn Huarache Mamani (titolo già apparso in un precedente articolo de L’Artefatto che potrete leggere cliccando qui!), un romanzo così vero e indubbiamente così intrigante che voglio spiegarvi di cosa si tratta più approfonditamente.

È la storia di Kantu, una giovane donna indigena dotata del potere della veggenza dal giorno in cui un fulmine la colpì cambiando totalmente la sua vita. La paura, gli ottimi referti medici agli esami a cui si sottopone per dare una spiegazione a ciò che le è accaduto e l’emarginazione successiva la spingono con titubanza, su consiglio della madre, ad andare da un curandero, Don Anselmo, il quale le spiega come in realtà il suo sia un dono e non un fardello. Nonostante ciò Kantu decide di rifiutarlo e di tornare alla sua vita all’occidentale.

Nel frattempo conosce e s’innamora di Juan, il quale attratto da lei solo fisicamente, non prova gli stessi sentimenti della donna che per lui avrebbe abbandonato gli studi universitari oltraggiando la sua dignità e i suoi progetti. Da lì una vera e propria fuga dell’uomo, un classico direte voi!

Ma quello che generalmente per una donna innamorata significa distruzione, per Kantu si rivelerà una benedizione. Perché è proprio da questo momento che nasce in lei la volontà di riscoprire quel potere che aveva cancellato, pur con l’intento iniziale di riconquistare l’amato, e di avviare il viaggio alla scoperta di se stessa, che è il vero e proprio protagonista di un romanzo, che per l’appunto può definirsi la scoperta della forza insita in ognuno di noi!

Un testo capace di dimostrarci che è possibile trovare in noi stesse il coraggio e la volontà per cambiare il nostro destino, facendo di ogni dolore, di ogni solitudine, di ogni tristezza, un mondo di gioia, di amicizia e di pienezza.

La sofferenza è ciò che ci aiuta a comprendere chi siamo, cosa realmente vogliamo e che siamo dotate di qualità inimmaginabili fino al momento in cui prendiamo davvero la consapevolezza della nostra importanza.

La profezia della curandera è perciò un manuale per riscoprirci, per vivere davvero come donne con i nostri punti di forza, ma anche con le nostre debolezze che in realtà sono belle, perché care lettrici lo ripeto, il difetto in realtà è bellezza ed energia.

Ed è proprio quando questa consapevolezza vince il “vittimismo al femminile” che ahimè in Occidente ci attanaglia non poco, che finalmente ci vediamo belle, sicure, attraenti e gioiose.

Quindi… forza donne! Domani in libreria…

Maria Pettinato

Il 7 dicembre, nell’elegante location dell’Aula Magna del Green Park Pamphili, Maurizio Bianucci è stato premiato come “Attore in carriera” al prestigioso Premio Vincenzo Crocitti 2019, giunto alla VII edizione. Quest’anno l’evento si è contraddistinto per l’assegnazione del “Premio alla Carriera” al regista Francesco Nuti.

Grande emozione e soddisfazione per Bianucci, che nella prima stagione della serie Suburra ha vestito i panni del Consigliere Gramini e che per tale ruolo è stato notato dagli organizzatori del premio.

«Un premio è sempre inaspettato» racconta Bianucci «questo in particolare mi riempie di gioia, perché arriva a conclusione di un momento molto produttivo per me e ne apre uno nuovo».

Maurizio Bianucci, infatti, è nel cast del film di prossima uscita nelle sale cinematografiche L’amore a Domicilio insieme a Miriam Leone, con la regia di Emiliano Corapi.

L’amore per l’arte da sempre lo contraddistingue; egli, infatti, si dedica non solo alla recitazione ma anche alla musica e all’insegnamento. Esordisce come attore nel 1990 per un piccolo ruolo in Quelli del Collage, serie tv su Italia 1.

Successivamente si dedica alla musica, esibendosi come cantautore e chitarrista. L’amore per la recitazione, tuttavia, è sempre vivo in lui e nel 2000, dopo aver condotto laboratori teatrali riservati ad adolescenti, riapproda sulle scene come protagonista in La Scoperta de l’America, poema in romanesco, Emigranti di S. Mrozek e molti altri. Continua, negli anni, la sua attività in teatro, in spot televisivi, in cortometraggi e in serie tv.

Il 2017 è l’anno del suo consolidamento: approda, infatti, nella serie Suburra e negli anni successivi recita nelle fiction L’Aquila – Grandi Speranze con la regia di Marco Risi, in Aldo Moro – Il Professore con la regia Francesco Miccichèe ne La Compagnia del Cigno con la regia di Ivan Cotroneo.

Il prossimo film, in uscita al cinema, L’amore a domicilio è l’attesissimo nuovo progetto di Maurizio Bianucci, che con il suo talento e il suo ecclettismo si sta ritagliando sempre più un ruolo di rilievo nel panorama artistico italiano.

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Si è fatto un gran parlare sui media e sui social dell’installazione che Maurizio Cattelan ha realizzato per la galleria francese Perrotin, all’Art Basel di Miami Beach.

Comedian, questo è il titolo, è una semplice banana, appesa sul muro con un pezzo di scotch grigio. Il prezzo poi, a cui è stata venduta sarebbe di ben 250 mila dollari.

Arte? Avanguardia? Provocazione? Gigionismo?

Certo Cattelan non è nuovo alla creazione di sculture o installazioni provocatorie, e non è nemmeno il primo a usare ortaggi o frutta nell’intenzione artistica. Il precursore, se vogliamo, è stato Giuseppe Arcimboldo già nel 1500, con i suoi noti ritratti dipinti, composti con l’assemblamento di verdure e frutti.

Ma, a proposito di provocazioni, esattamente cento anni fa, con L’orinatoio e Lo Scolabottiglie il genio di Marcel Duchamp ha messo un punto fermo alla storia dell’arte del suo secolo e non solo, “osando” quello che all’epoca nessuno aveva avuto l’audacia o l’impertinenza di affermare. Cioè che è l’idea dell’artista in quanto tale e non l’oggetto in sé, a decretare un’opera o un’operazione come Arte.

Nel 1917, quando ancora in certi ambiti, non si erano spente le polemiche sulle nuove discipline pittoriche come il Futurismo o l’Espressionismo, una tale asserzione è stata veramente uno “scandalo”, una innovazione assoluta nella realizzazione artistica, un andare oltre la ricerca estetica per inoltrarsi nel campo filosofico. Un ribadire in modo inquieto e provocatorio, appunto, quel “cogito ergo sum” cartesiano che poneva l’idea, il concetto alla base dell’essere umano.

Se l’assunto del movimento Fluxus negli anni Sessanta è stato: “Tutto è arte” è altrettanto vero che questa affermazione voleva allora, porre l’accento su come ogni espressione, ogni istante e sensazione della vita potesse essere fermata e vissuta come un momento “artistico”, un bagliore di pura estetica, nel senso etimologico della parola: dottrina della conoscenza sensibile.

Quindi non un mero “mostrare”, mostrarsi o appropriarsi, ma una vera e propria presa di coscienza del valore delle esperienze anche minimali, per una crescita umana. Cosa che io credo debba essere alla basa dell’arte e specialmente dell’arte contemporanea e futura.

Ma, per tornare alle imprese, per così dire, “ortofrutticole”, come non ricordare le sculture di Giovanni Anselmo, esponente dell’Arte Povera italiana, che, nelle sue “Scultura che mangia” nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso, incongloba verdura in strutture in pietra per far interagire materia organica e materia inerte a testimoniare i condizionamenti e le mutazioni dell’una e dell’altra, nel processo di decomposizione.

E anche, nello stesso periodo, i pianoforti ricoperti di ortaggi e frutta del compositore d’avanguardia Walter Marchetti, non solo presentati a New York presso la Tanya Bonakdar Gallery ma anche suonati in vari concerti, per una ricerca delle variazioni sonore che si determinano con il disfacimento della componente “vegetale”.

E ancora, sempre richiamandosi all’uso di materiale organico, come non ricordare la poetica espressa nella Land Art: installazioni e sculture ambientate nella Natura, realizzate con gli stessi materiali naturali dei luoghi in cui sono state rese manifeste.

«La creatività richiede coraggio» disse Henri Matisse. Il coraggio dei pionieri, degli sperimentatori, che si mettono in gioco e osano quando e dove i loro atti aprono nuove strade e nuovi profili di pensiero anche a costo di essere giudicati pazzi.

Il gesto di Cattelan non appartiene certamente a questa categoria. Se mai si può inscrivere in una fase “decadente” dell’arte e dell’idea stessa di creatività, appunto, che da un po’ attraversa il mondo della realizzazione artistica e non solo.

E tanto più plateale si può giudicare il gesto di un altro “artista”: David Datuna che, molto meno noto di Cattelan, ha avuto il suo momento di “gloria” quando ha afferrato la “banana” e se l’è bellamente mangiata. Il tutto naturalmente e rigorosamente filmato. In linea con le esposizioni mediatiche a cui ci hanno abituato i vari YouTube. Che dire poi delle numerosissime “parodie” ironiche a cui abbiamo assistito sui social, giustificate in parte, dalla banalità spicciola insita nel gesto di Cattelan!?

Qualcuno (Vittorio Sgarbi) ha poi affermato che la vera opera d’arte sarebbe stata, infine, proprio la somma astronomica alla quale Cattelan è riuscito a vendere la famosa “banana”.

Anche qui esiste un precedente: Andy Worhol asseriva infatti che: «l’arte di vendere l’arte è un gradino sopra il fare arte».

È anche questa senz’altro un’affermazione discutibile, e forviante, che ribadisce l’attuale supremazia del mercato sempre e comunque, dichiarando l’operazione commerciale al di sopra dell’idea e della comunicazione artistica, e favorendo l’incremento di “miti impropri” così cari e diffusi nella nostra epoca e della confusa “foga” collezionistica.

Tutto ciò riporta però a una domanda fondamentale, controversa (oggi più che mai) e dal difficile responso: ma poi che cos’è l’Arte?

Cristina M. D. Belloni

Cosa c’è di meglio delle vacanze natalizie per godersi i propri affetti, mangiare in compagnia, rilassarsi davanti a un camino acceso, magari con un libro sotto mano?

È il periodo dell’anno del “buon riposo” e del “tempo necessario” per godersi finalmente la lettura del libro magari acquistato da un po’, ma mai aperto per impegni e stanchezza, o di una serata al cinema, o perché no, a teatro.

Ma cosa andare a vedere durante queste festività? E su quale libro immergersi? L’Artefatto ve ne ha voluti consigliare alcuni…

Cinema. Siamo in vena di allegria, quindi non c’è niente di meglio che la commedia all’italiana per svagarsi ridendo a più non posso… E chi meglio di Luca Pasquale Medici, conosciuto come Checco Zalone può offrirci la tanto attesa festosità?

Tolo tolo, quinto film di Checco Zalone, uscirà il primo gennaio in tutte le sale italiane e ancora una volta, come in passato, è già oggetto di discussioni, ma soprattutto è super atteso dal grande pubblico che, conoscendo l’attore pugliese, non sta più nella pelle!

Discussioni legate al trailer del film, apparentemente razzista per chi vuole vederla in questo modo, ma in realtà, per chi conosce Checco e la sua comicità, una presa in giro alla mentalità dell’italiano medio, che è per lo più mediocre e ignorante, ancorato a stereotipi che danno la colpa all’emigrato e non al governo per gli asfissianti problemi dell’Italia.

La comicità di Checco può infatti definirsi vera, capace di toccare la tragicità insita nelle piccole cose rendendola così un momento di riflessione che, per quanto leggero sia, si rivela essere protagonista.

Teatro. E poi c’è il teatro, che è in assoluto Natale, ma soprattutto ne è la rappresentazione, come avviene nello commedia tragicomica per eccellenza: Natale in casa Cupiello di Eduardo de Filippo.

La rappresentazione di una festività tanto attesa, e preparata dettagliatamente soprattutto nella Napoli degli anni Trenta. Tragicomica perché in realtà quella che teoricamente è la festa della bontà, dell’amore e della gioia familiare diventa tutt’altro, la festa dell’ansia per i preparativi natalizi, della confusione, della famiglia che si riunisce ma che è sincera davvero o è solo facciata? Del denaro e dello status sociale che non vanno toccati per non infrangere l’equilibrio familiare.

Letteratura. E infine non è festa senza un libro! E qui non posso sbilanciarmi più di tanto, perché come dico sempre leggere fa bene in ogni caso!

Ma se posso consigliarvi… in questo periodo è bello riprendere in mano i grandi classici, da 1984 di George Orwell a Delitto e castigo di Fedor Dostoevskij, da Il Ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde a Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas.

O puntare su qualcosa di nuovo, come ho fatto io con La profezia della Curandera (Mondadori, 2018) di Hernàn Huarache Mamani, un romanzo che fa riflettere sulle grandi capacità della donna, che non sono solo fisiche come i più pensano nel mondo occidentale ahimè alle soglie del 2020, ma soprattutto mentali.

Doti femminili che ci consentono di ottenere tutto ciò che in realtà desideriamo, perché è la nostra energia la sola capace di riportare pace ed equilibrio a noi stesse e al mondo che ci circonda. Una visione orientale, prevalentemente andina, protagonista di un libro che consiglio ai miei lettori!

Maria Pettinato

Rallegratevi dei vostri poteri interiori perché sono la fonte della vostra salute e della vostra perfezione

Ippocrate

È da tale principio che nasce in Nadia Forte e Iolanda Di Lionardo l’idea di unire il proprio bagaglio professionale fornendo così, attraverso un massaggio a quattro mani, un aiuto concreto alla persona che si va a trattare, ma anche semplicemente un momento di rilassamento.

Il progetto di dar vita a un nuovo trattamento unendo il Naiadis®, massaggio bioenergetico brevettato dalla Forte, e il micromassaggio cinese, di cui è specializzata Iolanda, si è sviluppato nel corso degli anni ed è cominciato nel momento in cui, effettuando insieme un massaggio, le due operatrici notarono una sinergia nel tocco di determinati punti.

Due massaggi apparentemente differenti hanno dimostrato di essere in realtà molto simili oggettivamente.

Il micromassaggio cinese infatti si caratterizza per la pressione su alcuni punti del corpo (detti agopunti) che stimolati aiutano a riequilibrare l’intero organismo della persona trattata; il Naiadis® fa fondamentalmente lo stesso, ma lo stimolo del punto non è studiato razionalmente. Può infatti definirsi un tocco speciale, quasi platonico.

Con Iolanda c’è una vera e propria affinità. Ho trovato in lei sin dall’inizio la persona che avrebbe arricchito me stessa e il mio lavoro, è come se mi desse certezza. Quando mi ha trattato per la prima volta ho sentito il suo potenziale” spiega Nadia parlando della sua collega, la quale a sua volta ci parla così dei trattamenti della Forte: “Ho riscontrato dei risultati fisici e mentali attraverso il Naiadis®. Il suo massaggio mi ha aiutata a reagire, a cambiare. Nadia ha creduto in me dall’inizio”.

Una complicità professionale riscontrabile in quella sorta di completamento che va a crearsi tra le due operatrici durante il massaggio. La passionalità di Nadia diventa infatti un tutt’uno con la razionalità di Iolanda e questo binomio è fondamentale per dar vita a un trattamento a quattro mani.

Sono una persona molto metodica” dice la Di Lionardo, “e questo spiega la mia decisione di frequentare negli anni molti corsi, per me fondamentali perché mi hanno fornito spiegazioni logiche. I due massaggi si integrano perché viaggiano sulla stessa linea d’onda, proprio perché due figure così diverse come noi sono in realtà simili in campo professionale”.

È come se due facce della stessa medaglia si incontrassero sprigionando così l’energia necessaria per raggiungere uno scopo comune: riequilibrare l’aspetto psicofisico.

“Con la sintonia giusta si può raggiungere l’obiettivo, che è quello di aiutare gli altri non solo dal punto di vista fisico, ma anche emotivo. Questa è una base antica, addirittura legata al primo medico della storia, Ippocrate, ed è proprio partendo da questo principio che ho integrato il mio lavoro con gli Oli essenziali Naiadis, importanti per risvegliare i sensi, ritrovare la propria sicurezza, ristabilire un rapporto armonioso tra mente e corpo riportandoli in sintonia tra di loro”, sottolinea la Forte.

Armonia è dunque il termine adatto per comprendere ciò che vi è dietro a un trattamento che non solo offre alla persona un momento di stacco dai problemi di ogni giorno, ma anche l’occasione per ritrovare una serenità fisica e mentale e per provare un massaggio innovativo, eseguito da due operatrici preparate e competenti che, attraverso creatività e passione per il proprio lavoro, hanno progettato negli anni un momento di sincera evasione.

Maria Pettinato

Un errore giudiziario, un potere corrotto, in cui a perdere è il più debole, colui che è stereotipato dallo stesso sistema che per vincere è capace di tutto, perfino di uccidere.

Caratteristiche di un thriller politico da considerarsi a dir poco perfetto, J’accuse (L’ufficiale e la spia) di Roman Polanski, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris.

Gennaio 1895, il capitano dell’esercito Alfred Dreyfus (Louis Garrel) viene accusato di aver fornito informazioni segrete ai nemici tedeschi e per questo condannato all’esilio nell’Isola del Diavolo. Elemento ancora più degradante per il condannato è il fatto di essere ebreo in una Francia di fine Ottocento in cui sempre più accentuato è l’antisemitismo e che spinge quindi il popolo a non credere assolutamente all’innocenza professata dall’imputato.

A smascherare l’ingranaggio di bugie che muove l’intero esercito è il colonnello Georges Picquart (Jean Dujardin), un uomo razionale, anch’esso legato alla normalità dell’antisemitismo galoppante e ai concetti retrogradi dell’epoca, ma amante comunque della verità, così tanto da rinunciare al suo ruolo e da andare contro tutto e tutti pur di riaprire un processo che si era rivelato fantomatico sin dall’inizio.

Ed ecco che Polanski ricostruisce il primo errore giudiziario della storia, l’Affaire Dreyfus, dal punto di vista di Picquart, ripercorrendone gli anni di emarginazione, di accuse e di solitudine in una Francia incapace di vedere l’oggettività, totalmente nascosta dietro a concetti razzisti che non fanno altro che richiamare nella mente dello spettatore la futura Germania nazista.

Un film che offre una riflessione importante sulla lotta tra realtà e menzogna, presente da sempre, confermata dai fatti reali che Polanski ci presenta, e mai come oggi così attuale, come attesta il futuristico mondo mediatico, capace di cambiare gli eventi e di trasformare chiunque in un nemico.

E viene fuori la descrizione di un sistema corrotto che ha sempre attanagliato i più deboli, ma anche i più veri, coloro che vivendo il proprio lavoro come missione hanno creduto e credono tuttora che le cose possano cambiare a discapito dei falsi, e a favore del mondo.

Uomini come Picquart, allontanato dall’esercito e da Parigi, Èmile Zola, accusato di calunnia per aver pubblicato l’editoriale J’accuse, una lettera al presidente della Repubblica in cui veniva spiegata l’oggettiva verità del colonnello, e condannato per questo a un anno di reclusione, e l’avvocato Fernand Labori, ucciso in un attentato poco prima della sentenza.

Un thriller perfetto dal punto di vista cinematografico, non solo per l’accurata descrizione di fatti storici, non sempre semplici da mettere in scena, ma anche per un film che di per sé è girato e studiato dettagliatamente, come dimostrano le favolose inquadrature che lo compongono, caratterizzate peraltro da uno straordinario livello cromatico.

Particolari importanti infatti emergono inevitabilmente, come l’impeccabile piano sequenza iniziale o la palese ricostruzione della belle époque francese in molte scene del film.

Un fattore quest’ultimo non da poco come dimostrano le scene raffiguranti la colazione sull’erba o le strade e i momenti di vita parigina, le quali riportano immediatamente alla mente gli omonimi quadri impressionisti di Claude Monet, o l’istantaneità di Gustave Caillebotte.

Colazione sull’erba (1895),
Claude Monet
Una strada di Parigi; tempo di pioggia (1877),
Gustave Caillebotte

Una cura per il dettaglio da sempre legata alla personalità registica di Polanski e che, non a caso, gli ha permesso di essere elogiato di molti riconoscimenti tra cui, per J’accuse, del Leone d’argento, Gran premio della giuria alla 76° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Elogi degni di un pilastro portante del cinema, come attestano opere di grande ricerca espressiva ed è ciò che a noi spettatori interessa, anche se Polanski con questo film, forse, ha voluto toccare un tasto bollente, l’accusa di violenza sessuale a suo discapito, e inviare un messaggio, che è appunto la lotta tra realtà e menzogna.

Maria Pettinato

Di tutti i campi collaterali al mondo dell’arte, sembra che lo studio per le copertine degli album musicali a 33 giri abbia a lungo tempo offerto lo scopo principale per l’evoluzione creativa del disegno commerciale.

Fino a che il compact disc non ha rivoluzionato il mercato dell’ascolto e le dimensioni degli involucri, sono state prodotte milioni di copertine e un numero considerevole di queste sono ancora in circolazione.

Una buona collezione di dischi rappresenta di solito una parte importante e significativa nella vita di chi ama la musica, e di conseguenza anche le copertine assumono lo stesso significato, certamente non ridotto alla sola funzione protettiva.

Le informazioni che esse forniscono sul contenuto del disco non si limitano solo alle parole ma vengono espresse più chiaramente e immediatamente dal disegno o dalla risoluzione grafica o fotografica che spesso denota e sottolinea il contesto in cui è collocabile il disco stesso, facendone al contempo un fattore pubblicitario facilmente riconoscibile ed efficace.

Mentre la ricerca di immagini e la ricchezza delle tecniche utilizzate è dovuta principalmente alla loro qualità di oggetto destinato a durare nel tempo, a differenza ad esempio degli involucri per cibo o per profumi a cui vengono invece attribuiti criteri di impatto commerciale, e che vengono gettati via quando il prodotto è stato consumato.

Differentemente anche dalle copertine dei libri che “soffrendo” della loro tradizione per così dire “classica”, tendono a rimanere anonime rispetto al contenuto e solo sporadicamente riportano immagini quasi sempre non rilevanti dal punto di vista artistico o di costume.

Questo ha portato dunque alla considerazione che il contesto grafico della copertina di un long playing potesse e dovesse avere prerogative tali da essere validamente considerato come risultato artistico, facente parte della compiutezza stessa dell’opera musicale, rispecchiandone o annunciandone il feeling ma anche avendo essa stessa prerogative, sfumature, riferimenti o significati propri.

Lo spazio modulare di 12 pollici per lato e da una parte può costituire una limitazione alla verve creativa, e peraltro anche una valida sfida alla ricerca ed interpretazione immaginativa, la quale trova nelle dimensioni standard degli ‘LP una condizione imprescindibile di sintesi, dove poter esprimere adeguatamente e in modo fantasioso concetti, idee o intuizioni, in rapporto al momento musicale e soprattutto di costume che quel determinato prodotto discografico rappresenta.

La grande varietà e diversità degli stili musicali ha aperto infinite possibilità al cover design, sia pur molte volte in disaccordo con la politica commerciale delle grosse case discografiche, le quali tendono a non sentire come necessario uno studio approfondito di tale settore reputato marginale e secondario rispetto ai costi di realizzazione.

Nelle grandi compagnie spesso le diverse fasi di produzione non entrano in contatto tra di loro, ed il lavoro è mosso da criteri di valutazione legati sopratutto ad una logica di mercato più che alla validità complessiva del prodotto.

Sono invece le piccole etichette indipendenti ad aver avuto il merito di essere state maggiormente consapevoli di questo potenziale apporto artistico.

Avendo un totale coinvolgimento in tutto l’iter della creazione di un disco, i piccoli operatori hanno sviluppato un genuino interesse nel collegare l’approccio musicale a quello visuale, insieme alla maggiore capacità di rischiare commercialmente anche dal punto di vista musicale.

Alla musica jazz degli anni ‘40 va il grande merito di aver rivoluzionato il sistema discografico. Dall’ingombrante e poco capiente 78 giri si è passati al più veloce sistema di ascolto del 33 giri e un terzo stampato in vinile, materiale che possedeva anche prerogative di minor peso, maggior resistenza e fedeltà di riproduzione rispetto alla ceramica dei primi dischi in commercio.

Il jazz di quell’epoca è una musica che si impone come rivoluzionaria, rispetto all’ambiente di provenienza popolare e di derivazione culturale “nera”, sia proprio dal punto di vista della composizione musicale, dei tempi e delle interpretazioni tra i vari strumenti.

Musica veloce, ritmata, di rottura rispetto a tutta la tradizione musicale occidentale, si diffonde con successo tra le giovani generazioni americane prima, ed europee in secondo tempo, proprio per la sua anima libera dai condizionamenti della greve cultura classica.

Di conseguenza anche gli involucri di carta prima e di cartone poi, che contengono i dischi jazz vengono studiati in modo che abbiano un impatto “colorato” sul pubblico.

Sia nell’iniziale studio formale e cromatico del marchio discografico, che appariva preponderante nelle prime edizioni musicali, sia successivamente nella vera e propria costruzione della copertina l’impronta jazz era facilmente riconoscibile.

La grafica, ancora molto semplice, evidenzia più le prerogative della casa discografica che quelle vere e proprie della registrazione o dell’artista, andando però via, via, sviluppando la tendenza ad inserire immagini a colori dell’autore o dell’orchestra ritratti di solito in modo semplice e diretto.

Il primo dato sociologico con cui dovrà confrontarsi il design degli album discografici si presenterà più tardi, negli anni ‘50, quando il blues ed il sound di colore prenderà piede nei gusti del grande pubblico.

All’epoca le copertine erano spesso corredate da immagini fotografiche degli esecutori, ma nella democratica America veniva ancora considerato socialmente e moralmente degradante mostrare le immagini di artisti di colore.

Per questo motivo la maggior parte delle Cover-production Blues di quel decennio riproduce un’idea “bianca” riconducibile ad un contesto “etnico” della musica blues: personaggi anonimi del popolo nero, seduti in un patio o in cammino quasi sempre con la chitarra, nel suggestivo paesaggio del Sud.

Dopo aver faticosamente superato l’impatto razziale, per molti anni le Jazz-cover hanno teso ad una sostanziale sobrietà realistica dell’immagine per distanziarsi ed evidenziarsi rispetto al “romanticismo tradizionale” o alla seriosità datata che abbondano invece sulle copertine dei dischi di musica classica, mai, peraltro, approdate ad un linguaggio stilistico tale da rendere merito alle profondità immaginifiche che la musica classica possiede.

Nell’ambito jazz degli anni ‘60 è da ricercarsi anche la prima copertina apribile a due ante, edita dalla Impulse Records americana ed i pregevoli lavori fotografici di Wolff, per la Blue Note, di Bob Fischer per la RCA e di Toni Frissel per la United Artist Records.

Per la Blue Note tra il 1957 e il 1958 lavorerà anche Andy Warhol nella realizzazione di due cover per altrettanti ‘LP di Kenny Burrell.

Con il passare del tempo la ricerca jazz è andata intellettualizzandosi, e fondendosi con altre sonorità musicali, staccandosi sempre più dall’ambito popolare che l’ha vista nascere.

Perciò, essendo sempre più rivolta ad un pubblico specifico, la produzione jazz non ha avuto bisogno di immagini eclatanti e colori sgargianti, né di seguire particolari condizionamenti delle mode, pur non mancando mai di giocare linguisticamente con temi grafici molto diversi tra loro come l’umorismo, il mondo delle fiabe, il collage surrealistico.

Esistono anche esempi di primitivismo etnico, di riferimenti all’Arte Moderna o di feroce satira verso la produzione classica: senza però che sia mai stato abbandonato un certo stile sobrio ed elegante.

Ne sono conseguite scelte raffinate e molto curate delle fotografie, delle impostazioni scritturali e grafiche ed una ricerca estetica dell’impaginazione che ha creato vere e proprie linee di tendenza stilistiche per cui data una copertina già si riconosce l’impronta inconfondibile dello stile e del tipo di ricerca musicale proprie della casa discografica che l’ha prodotta.

Emblematica in tale senso è l’etichetta tedesca ECM Records (Eicher Club Music) fondata nel 1979 da Manfred Eicher per coniare un nuovo modo di intendere il jazz nei suoi risvolti di perfezione tecnica, di ricercatezza delle sonorità o di fusione etnologica.

Nell’ECM sono confluiti musicisti come Don Cherry (scomparso recentemente), John Abercrombie, Gavin Bryars, Jon Hassell, Ralph Towner ed altri della stessa levatura.


Manfred Eicher ha sempre avuto una particolare sensibilità verso gli involucri dei suoi album, curatissimi dal punto di vista ipaginativo.

Fotografi come Roberto Casotti, Franco Fontana, Luigi Ghiri e Frieder Grindler sono pregevoli autori di molte delle covers ECM, mentre l’aspetto grafico è quasi sempre affidato al raffinato gusto estetico di Barbara Wojirsch. Del 1980 è la copertina firmata Michelangelo Pistoletto dell’album Ah per il quartetto di Enrico Rava.

Per quanto riguarda il jazz inglese, soprattutto degli anni ‘70, vorrei infine soffermarmi sulla casa discografica Vertigo Records, la quale ha posto come etichetta tonda al centro del disco di vinile una delle “spirali” di Marcel Duchamp che ruota di fatto quindi, proprio a spirale come è nello spirito originale dell’opera duchampiana.

Della Vertigo Records vorrei citare le copertine di Ian Carr e dei Nucleus realizzate in stile cartoon da Keith Davis o da Roger Dean che più tardi svilupperà l’illustrazione fantastica nell’ambito pop, in particolare le copertine degli Yes e di altri noti gruppi rock inglesi dell’epoca.

Cristina M. D. Belloni

A volte nella vita capita di fermarsi, prendere coscienza e ripartire meglio di prima, con consapevolezze più mature, e scoprire che tutto è più chiaro, decisamente più semplice.

Più semplice come il titolo del nuovo brano, in uscita oggi 30 novembre, della cantante sanremese Monia Russo, conosciuta oltre che per le sue straordinarie doti canore, frutto di un talento prematuro, ma anche di anni di studio come attesta la laurea conseguita con lode al Conservatorio G.F.Ghedini di Cuneo, per le sue partecipazioni al Festival di Sanremo rispettivamente nel 2006 con Un mondo senza parole, che la vede finalista nella categoria Giovani, e insieme al cantante Povia con Luca era gay e La Verità nel 2009 e nel 2010.

Un singolo, Più semplice, scritto in collaborazione con il musicista Fabio Fornaro, con il quale è nata una vera e propria collaborazione artistica che si è protratta per altri brani che comporranno il prossimo album della cantante la cui uscita è prevista per aprile 2020, “ma di cui non si può ancora svelare nulla!” – come ha sottolineato la nostra Monia – e che, perciò, può definirsi “l’apertura di un nuovo capitolo dal punto di vista artistico, una sorta di ‘lancio’ per il lavoro che arriverà dopo”.

“È una canzone d’amore direi, una presa coscienza della fine di un amore, che ha sicuramente dei grandi rimpianti e una grande tristezza nel cuore, ma anche la speranza di potersi rincontrare in una veste più matura” spiega la cantante.

“Da certi errori si possono cogliere sfumature differenti, che ti permettono di diventare una persona migliore”, ma questo non significa abbandonare il passato, che è comunque un bagaglio e come tale serve a tirare fuori ciò che si ha dentro, come specifica la volontà di scriverlo, di liberarsene forse, senza comunque mai dimenticarlo.

“È stata un’esigenza buttare fuori le mie emozioni, che volente o dolente sono frutto della mia persona” ha sottolineato in tal senso, facendo emergere quella che è in realtà Monia, una di noi prima di tutto.

Ora è infatti il momento in cui tutto torna alla luce e ci presenta un’artista diversa, nuova, non più “ragazza” ma donna, con una passione più saggia per questo lavoro, con una visione oggettiva del cambiamento che il mondo della musica ha vissuto in questi anni, e perciò pronta ad affrontarlo sotto una veste differente, più confidenziale, come attesta la volontà di passare da Monia Russo a semplicemente Monia.

“Voglio dare del tu ai miei fans, voglio essere meno distante e più anima e non vedo l’ora di sapere cosa ne pensa il mio pubblico!”, la cosa più importante per lei che oltre alla passione ci ha messo determinazione, anni di studio e di fatica.

E che ha capito quanto sia importante la presenza e il confronto con gli altri, un vero e proprio imput per andare avanti, confermato dalla collaborazione che ruota attorno al suo progetto legata alla prevalente presenza di donne in vari campi, come quello dei social ad esempio, fondamentale per creare un rapporto a tu per tu con il proprio pubblico.

“Sei tu l’artista, ma sono le persone che ti circondano a portarti alle stelle o alle stalle” e questa consapevolezza è necessaria per rimanere con i piedi per terra, sempre se stessi e importante perché consente di trasmettere emozioni di vita quotidiana, sentimenti veri e reali.

Ed è tramite la scrittura e la musica, specchio di ciò che si è e si ha dentro, che si traducono le esperienze più intime, più reali, sostanzialmente ciò che siamo. E grazie a questa “sorta di crescita e di maturità continua” Monia è rimasta una di noi, decisamente più semplice e vera.

Maria Pettinato

Monia Russo (@monia_real) nasce a Castellaro (Im) il 5 maggio 1988. Nel 2004 è undicesima su quattrocento concorrenti all’Accademia di Sanremo e nel 2005 si aggiudica la seconda posizione al Festival di Castrocaro Terme. Voci e volti nuovi. Nel 2006 raggiunge la semifinale nella categoria Giovani al Festival di Sanremo con il brano Un mondo senza parole (brano di Bruno Illiano) e da questa esperienza è di fatto la prima cantante sanremese a partecipare al Festival della canzone italiana. Nel 2009 e nel 2010 torna sul palco sanremese assieme a Povia rispettivamente con Luca era gay e La verità; da queste collaborazioni Monia lo seguirà in tourneé. Nel 2011 si conclude la sua prima tourneé nazionale da solista. Consegue con lode la laurea triennale presso il Conservatorio G.F.Ghedini di Cuneo – indirizzo Popular music nel 2015. Dal 2016 al 2019 collabora con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta dal Maestro Roberto Molinelli con un tour nazionale. Sono molte le partecipazioni all’estero in rappresentanza della musica italiana e le collaborazioni avviate in questi anni con artisti importanti nel panorama musicale italiano, tra cui, per citarne una, quella con Miki Porru per l’album Hotel Disamore (brano: Inquieti e incantevoli) nel 2019.

È un’attesa scalpitante quella per l’uscita della seconda versione cinematografica di Diabolik diretta dai Manetti Bros, programmata per la fine del 2020.

Ebbene sì, perché Diabolik ha accompagnato intere generazioni e perché, nonostante le sue avventure sfidino i limiti legislativi, lui è un vero e proprio vip, uno di quei personaggi che entrano nella mente e nel cuore del lettore-spettatore e difficilmente vi escono.

È difatti nato nel 1962 quando le sorelle Angela e Giuliana Giussani, fondatrici della casa editrice milanese Astorina, ce lo hanno presentato sotto forma di fumetto garantendogli da subito un successo strepitoso.

Fama confermata dall’omonimo film in pieno stile sessantottino con tanto di spirito pop art, futurista e psichedelico diretto nel 1968 da Mario Bava.

Ma arriviamo al dunque… Diabolik, uomo misterioso, autorevole, sfuggente, sarebbe davvero quel Diabolik senza Eva Kant?

Ho sempre pensato, sin da bambina quando ogni settimana era tappa fissa in edicola a comprare il mio giornalino preferito, che in realtà la vera protagonista fosse indubbiamente Eva, femme fatale del fumetto italiano, dotata di fascino irraggiungibile, razionale, ma allo stesso passionale, abile nel gestire il marito e la sua temerarietà.

Questo personaggio, nato nel 1963, ha in realtà una storia precedente all’incontro con Diabolik, importante per comprenderla e giustificare il suo spirito di vendetta.

Figlia illegittima di Lord Rodolfo Kant, passa la sua giovinezza in un orfanotrofio, consapevole del fatto che la sua vita un giorno sarebbe cambiata, come dimostra la successiva fuga in Sud Africa e la carriera di spia industriale.

Prime immagini di Miriam Leone nel set di Diabolik dei Manetti Bros

La volontà di ritorsione viene fuori nel momento in cui scopre che, ad avere ucciso il padre, vittima di un intrigo familiare, ci ha pensato il cugino Anthony Kant che ingannato, sposa la stessa Eva. Un matrimonio concluso con l’omicidio di quest’ultimo per mano di una pantera nera inviata dalla stessa Kant.

Diabolik diretto da Mario Bava

Un racconto pragmatico legato a una donna cresciuta sola e per questo determinata e carismatica. Una personalità forte, apparentemente capricciosa e forse futile inizialmente, ma in realtà complessa intellettualmente e perciò autonoma nelle sue scelte e nelle sue azioni, viene fuori come tutti i protagonisti che si rispettino.

Marisa Mell nel ruolo di Eva Kant in Diabolik (1968, Mario Bava)

Non mancano infatti occasioni in cui è lei a muovere le redini, ad agire razionalmente, dimostrando sicurezza ed emancipazione dal marito.

E per questo è lei a salvarlo in varie occasioni, ma soprattutto a progettare azioni dalle quali emergono sfumature malvagie, ancor più diaboliche rispetto a quelle del re del terrore, Diabolik appunto, frutto della freddezza emotiva che la caratterizza.

Ma che la rende anche inevitabilmente perfetta non solo nel modo di agire, ma anche nella sua sensuale fisicità. Eva è infatti atletica, bella, curata, dai tratti nordici e con un cognome tedesco, diva si suol dire come dimostra la somiglianza alle più famose attrici degli anni Sessanta, partendo da Grace Kally per citarne una, alla quale le sorelle Giussani si ispirarono per la sua creazione.

Una bellezza intrigante e passionale, capace di travolgere Diabolik, attratto ovviamente da una donna di questo genere, capace di mantenere acceso il loro rapporto che è complice e duraturo e perciò spesso invidiato.

Legame moderno che attesta lo spirito innovatore degli anni Sessanta, in cui lei non è remissiva e nascosta dietro l’autorevolezza di un uomo come lui, ma è al suo stesso livello, se non addirittura più ingegnosa, ladra impeccabile e complice amante.

Caratteristiche non facili da interpretare, ma che sicuramente Miriam Leone, protagonista del prossimo Diabolik, riuscirà a presentarci impeccabilmente, non solo perché sensuale per natura, ma anche e soprattutto grazie alla già dimostrata bravura attoriale.

Maria Pettinato

Dopo il successo del Montecatini International Short Film Festival in cui ha ricevuto l’ambito Premio Innovazione Cinematografica, Mirko Alivernini è pronto a presentare al pubblico il suo nuovo atteso progetto Nika – vite da strada.

Nika – vite da strada è un’opera attuale e di profondo rilievo sociale. La violenza sulle donne, il bullismo e l’alcolismo sono temi presenti all’interno del film. È un lungometraggio in cui si trattano problematiche forti e dolorose ma in grado di produrre la forza necessaria per cambiare il proprio destino e salvarsi.

L’opera è stata girata interamente con uno smartphone; nello specifico i modelli P20 Pro e il P30 Pro della Huawei. Mirko Alivernini, da sempre innovatore, è infatti, il primo regista italiano ad utilizzare nelle sue opere una tecnologia a doppia intelligenza artificiale.

Il pregio di questi modelli di smartphone è la qualità tecnica fornita. Dotati di una doppia intelligenza artificiale, possono contare su una ottimale registrazione audio, su tre fotocamere con le prestigiose ottiche della Leica e sulla possibilità di utilizzare uno stabilizzatore; tutto ciò rende le immagini prodotte pulite e nitide anche tenendo in mano il dispositivo correndo. Questo consente di abbattere i tempi di realizzazione di ogni singola scena e quindi i tempi di lavorazione dell’intero progetto.

Negli Stati Uniti molte produzioni cinematografiche stanno iniziando ad utilizzare questa nuova metodologia ma, in Italia, Mirko Alivernini e la sua casa di produzione, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà, sono i primi in assoluto a lavorare in questo modo.

“Il mio intento è quello di far capire agli addetti ai lavori e al pubblico che si può fare un cinema di alta qualità non utilizzando necessariamente dei metodi tradizionali. Il cinema è stupire e creare. Questa per me è la regola” dichiara Mirko Alivernini.

L’alta qualità del suo cinema gli ha consentito di ampliare il progetto: il lungometraggio, infatti, nato originariamente per le piattaforme sarà proiettato anche nelle sale cinematografiche, grazie alle tante proposte giunte dagli addetti ai lavori.

Nika – vite da strada è la storia di una ragazza che vive ai margini di una borgata di periferia romana alle prese con pesanti problemi economici familiari causati da forti debiti accumulati dal padre. La protagonista conduce una vita basata su combattimenti clandestini per consentirle di vincere somme di denaro ma incombe anche la figura di un losco strozzino il quale pretende in poco tempo la restituzione di un prestito. La giovane decide di farsi allenare in una palestra da un ex campione di pugilato con l’intento e l’obiettivo di sfidare nel titolo mondiale della sua categoria la campionessa del mondo in carica. Tuttavia i regolamenti sono chiari e appare difficile che la Federazione possa accettare di far disputare un incontro ufficiale ad una atleta senza alcun titolo. Come risolvere il problema e come trovare la soluzione più idonea per i debiti familiari?

Nel cast Noemi Esposito, Giulio Dicorato, Stefania Della Rocca, Luigi Converso, Andrea Sasso e Vincent Papa.

Le musiche originali del film Nika – vite da strada sono ad opera di Giordano Alivernini (canale Youtube: www.youtube.com/aliverjmusic).

Comunicato stampa di Miriam Bocchino, L’Altrove Ufficio Stampa

Mirko Alivernini, classe 1980, è un attore, autore, regista e conduttore romano che fin da giovanissimo sviluppa un amore sviscerale per l’arte e il mondo dello spettacolo, facendo diventare la sua passione una professione. Inizia, infatti, la sua carriera in televisione, dove debutta nel 2004 a livello regionale e successivamente nazionale. Fonda, in seguito, una sua casa di Produzione insieme ad Alessio Purger, la Mainboard Production, con sede a Cinecittà. Cura e crea molti format televisivi, per poi approdare ai film nel 2010 con Storie di Borgata in cui è autore e attore e per cui vince un prestigioso premio al Premio Euro Mediterraneo a Roma. I suoi lavori riscuotono successo, conquistando il pubblico e la critica. La passione e il talento gli fanno ottenere importanti riconoscimenti. Nel 2016 la serie tv Il Potere di Roma, prodotta nel 2015, in cui è autore, regista e protagonista, viene premiata all’International Rome Web Festival come Miglior Idea Originale ed ottiene la qualificazione al Washington Web Festival, dove nella primavera nel 2017 ottiene un altro riconoscimento. La serie tv era l’unica produzione italiana a partecipare al concorso negli Stati Uniti.

Nel 2017 con il cortometraggio prodotto nel 2016 L’Ultimo Pescatore, per la regia di Gianluca Della Monica, in cui Mirko Alivernini è protagonista, ottiene il Premio Vincenzo Crocitti. Il 2017 è l’anno in cui Mirko Alivernini accresce ulteriormente le sue produzioni dedicandosi come autore, regista e attore protagonista, al mondo del web system con il film Il Ribelle, uscito sulla piattaforma Shout Distribution. Seguirà Il Ribelle 2 – Escape from the City e il cortometraggio Armageddon. Nika – vite da strada è il suo ultimo progetto di prossima uscita nelle sale cinematografiche e sulle piattaforme smart tv e web.

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